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Lettera: Corriere di Livorno, la nostra solidarietà...in attesa della vostra. Le reazioni

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giornalisti_corriereQuando un gruppo di lavoratori e lavoratrici perde il posto di lavoro, esprimere la propria solidarietà è uno scatto emotivo naturale. Pertanto desideriamo  sentirci pubblicamente vicini  alle difficoltà dei lavoratori e delle lavoratrici del Corriere di Livorno, rimasti per strada dopo la chiusura del fallimentare progetto editoriale di Cristiano Lucarelli.
La nostra solidarietà…in attesa della vostra.
Come ricorderete siamo stati  anche noi collaboratori del giornale per un periodo abbastanza lungo. Inseriti nel progetto dopo circa un mese dal via, abbiamo mantenuto l’incarico per quasi un anno e mezzo. Come collaboratori avevamo stabilito con i responsabili redazionali funzioni e riconoscimento del nostro lavoro. Una collaborazione che come ben sapete,  non è mai stata formalmente riconosciuta dalle varie  gestioni del Corriere di Livorno, al di là delle innumerevoli promesse  e nonostante le tante prese di posizione nei confronti dei direttori della testata e dei suoi responsabili amministrativi. La nostra condizione non è stata infatti di invisibilità, al contrario, abbiamo sempre manifestato pubblicamente alla redazione le nostre rivendicazioni contrattuali, insistendo a differenze di altri, sulla necessità di regolarizzare e veder riconosciuto il lavoro svolto. Abbiamo esplicitamente tentato di coinvolgere il gruppo di lavoro redazionale (anche attraverso il fiduciario di redazione ) per affrontare  la nostra particolare situazione e ricondurla piuttosto che a rivendicazione di parte, in un contesto generale di organizzazione del lavoro.
Uno dei più importanti limiti della nostra battaglia sindacale è stato all’aver avuto il vuoto intorno. Persone in parte garantite (ma poi la ruota gira per tutti, ed era facile prevederlo) che poco sentivano, poco vedevano  e poco  aprivano bocca quando loro colleghi venivano allontanati da un giorno a un altro o per mesi cercavano di sviluppare un discorso comune rispetto alle difficoltà che sembrano non esaurirsi mai (mancanza di contratti, remunerazioni inesistenti o inadeguate, assenza di un adeguato orario di lavoro e di ferie).
L’indifferenza. E’ l’atteggiamento che avete riservato nei nostri confronti. Un atteggiamento simile, seppur condito da più elucubrazioni , a quello che ci hanno riservato i vari  direttori che rimbalzavano le responsabilità sull’amministrazione che a sua volta rispondeva con lo stesso gioco. Nei fatti ci avete risposto di arrangiarci. E noi lo abbiamo fatto, in due, perché non ci sono mai mancati né il coraggio, né le argomentazioni per arrivare a prenderci quello che ci eravamo meritati con il nostro lavoro. Non è stata una battaglia condivisa, popolare e pubblica, perché voi l’avete sempre rifiutata, arroccati nella difesa di piccoli privilegi conquistati spesso attraverso meccanismi alquanto rivedibili. In questa situazione  a noi è rimasto il confronto privato, nel quale comunque siamo usciti con quello che ci spettava. Siete stati per certi versi favoreggiatori  ante litteram del modello Marchionne, protagonista oggi della demolizione della funzione sindacale.
Dopo che la barca è affondata per tutti, e senza un’ora di sciopero alle spalle, vi appellate pubblicamente e fate bene a farlo. Altrettanto pubblicamente ammettiate però un difetto di coerenza e la responsabilità di aver avvallato con la vostra inettitudine il meccanismo che tutti ci aspettavamo che il Corriere di Livorno rompesse e che invece è riuscito perfino a peggiorare: la becera tradizione di sfruttamento dei collaboratori presente nella quasi totalità dei contesti redazionali locali a cui si è sommato l’ulteriore abbassamento del costo del lavoro nel mondo del giornalismo.  
 Per le future lotte. E ora, in bocca al lupo.
Paolo e Alessandro

Due ex collaboratori del Corriere di Livorno ci scrivono: “Solidarietà, ma siete poco coerenti: vi dovevate muovere quand’era il momento, quando già all’inizio c’erano collaboratori sfruttati. Noi ve l’avevamo detto, ma siete stati indifferenti: a noi e agli altri come noi. Siete rimasti in silenzio a difendere i vostri privilegi”. Noi cerchiamo di dare loro una risposta. La solidarietà la riceviamo solo senza sorrisi di compiamento. La coerenza l’abbiamo avuta proprio lavorando fino all’ultimo per non far affondare la ‘nostra’ barca. Sfidando il subdolo ricatto morale (di infimo livello) per cui: “Se fate sciopero, il giornale lo fate morire voi”. Almeno questo non è successo.

Cari Paolo e Alessandro,

da piccolo volevo fare il pompiere, altrimenti il giornalista. Le circostanze, una in particolare, mi spinsero in una direzione. Non ero fatto per prendere una pompa in mano e spegnere il fuoco, piuttosto una penna e raccontare emozioni. Quelle di un bambino, per l’esattezza, che guarda le colline livornesi incendiarsi mentre fa il tifo per gli elicotteri e gli eroi che tentano di domarle. Poche righe, una poesia, un breve racconto e una scoperta: volevo fare il giornalista.

E ci ho provato, in alcuni casi riuscendoci, in altri no. Per questo ho lottato, con gli strumenti che ho ritenuto adeguati al caso, spinto comunque sempre da principi di “figli di un figlio di operai” (di quelli veri, però). E da una coerenza che, adesso, voi mettete in dubbio.

Prima di voi, e come voi, sono stato collaboratore (in tutto una decina d’anni). Mai una promessa di contratto, e d’altronde avevo fatto poco per meritarlo. Quindi la scelta, criticabile e forse scellerata: interrompere gli studi e fare della passione più grande un vero e proprio lavoro.

È a questo punto che arriva il Corriere di Livorno, dove mi presento alcuni giorni dopo l’apertura. Chiedo un contratto, ottengo una promessa. Niente male. Lavoro come un dannato, in breve tempo come gli altri, quelli con il contratto. Questa volta lo merito anch’io, se la promessa non è più valida basta dirlo e arrivederci. E invece in me ci credono, perché lavoro più di Paolo, Alessandro o chiunque altro scriva un pezzo ogni tre giorni. Sempre in redazione. Non vado più neppure allo stadio, la domenica, per chiamare i residenti del viale Italia in rivolta contro i giovani ubriachi e rumorosi del sabato sera.

Ai “colleghi” non chiedo niente. Sono giovanissimi, come me e più di me, e hanno già abbastanza problemi per conto loro. Con me, però, c’è un’altra persona, un amico oltre che collega (per tutela della privacy lo chiamerò Michele). Insieme, io e Michele, ci occupiamo di cronaca bianca, settore fino ad allora inspiegabilmente scoperto. Dopo un mese siamo già stanchi. E bussiamo alla porta, uno in direzione l’altro in amministrazione. Le rassicurazioni servono a poco, ma andiamo avanti. Ancora per poco, prima io poi Michele lasciamo il Corriere di Livorno.

Pazienza, personalmente vado a Parma e ottengo almeno un riconoscimento economico che, chiedo io, sia equiparato al compenso dell’ultimo dei collaboratori. È quanto prendeva Michele (a nero, ovviamente), me lo ha detto lui.

Passa il tempo, passano anche i direttori. Quello nuovo ha bisogno di due persone, un suo uomo di fiducia e un altro. Quei colleghi, ai quali non avevo chiesto niente, e che sostanzialmente erano parsi indifferenti alla mia situazione, nel frattempo avevano invece apprezzato il mio lavoro. Suggeriscono di ri-prendermi al Corriere, e davanti a un contratto da praticante non posso dire di no. È l’occasione per diventare professionista, è quel piccolo privilegio – come lo chiamate voi – che devo difendere con i denti.

Diciotto mesi, però, sono lunghi. Resisto e lotto. No, lo sciopero non serve a niente. Così si fa morire il giornale e addio traguardi. Vengo pure accusato di essere un carbonaro, per riunioni segrete che in realtà di segreto non hanno proprio un bel niente e che, come obiettivo, hanno proprio quello di non fare affondare la barca. Chiamo il timoniere, ci scontriamo pure perché la direzione non è quella giusta. E chiamo pure l’armatore, perché la barca è messa male e così, con questi pochi marinai, di cui alcuni veramente “schiavizzati”, non andiamo da nessuna parte.

Siamo alla deriva, o ci manca poco. Il timoniere si getta tra le onde, dopo averci ringraziato. L’armatore, dal canto suo, non vuole perdere la barca. Ci presenta un barcaiolo, anche lui ha il suo uomo di fiducia. È Michele! Hanno in mente una rotta, ma va controcorrente e i marinai sono troppo stanchi per remare. Ci provano, Michele e il barcaiolo, mollano dopo quindici giorni. Dopo aver capito, forse, che il proprietario ha poca voglia di salvare il carico.

E allora arriva un altro timoniere, l’ultimo. Che spinge la sua ciurma, talvolta anche a frustate. Così non va bene, è troppo. Da mangiare tutti i mesi si arriva a fare un pasto, misero, quando capita. Le provviste non bastano più, e il mare è pieno di pirati. L’armatore buono è diventato quello che SenzaSoste descrive a meraviglia. Qualcuno suggerisce di smettere di remare, fare uno sciopero. Per chiedere aiuti e nuovi marinai. Se ci fermiamo, però, la barca finisce sugli scogli. È questa, purtroppo, l’unica verità in un oceano di bugie che ormai ci viene ripetuta quotidianamente dal timoniere e, tramite terzi, dall’armatore. Di fatto, è così. Se ti fermi muori. Ecco perché, nonostante tutto, remiamo. È la nostra barca, non possiamo farla andare giù. Con quei marinai che hanno i gradi e gli altri che, senza stellette, remano ancora più forte. Per loro chiediamo dignità, qualcuno la ottiene pure e gli regalano una divisa (due contratti tra luglio e ottobre scorsi).

Fino a quando dal ponte il timoniere urla alla ciurma di fermarsi. Siamo alla deriva. La barca è affondata, i naufraghi raggiungono a stento la terra ferma. Chiedono, quantomeno, di rimettersi in pari con i pasti saltati. Silenzio. Almeno la solidarietà. Quella arriva, alla spicciolata, ma non è troppo convinta. Come quella di chi, alla fine, sorride per una piccola rivincita senza capire, invece, che è anche la loro sconfitta.

Grazie lo stesso Paolo e Alessandro, detto da ex collaboratore “dissidente”, redattore praticante, aspirante professionista. La pacca sulle spalle, però, deve essere sincera. Altrimenti vale meno di una presunta non coerenza.

Un abbraccio sincero,

Nicola

La nostra intenzione non è quella di creare un botta e risposta, anche perchè immaginiamo che le priorità di tutti in questo momento siano altre. Vorremmo però puntualizzare alcuni passaggi. Quando parliamo di privilegi, non parliamo di contratti (che non è un privilegio), ma di posizioni all'interno della redazione ottenute con modalità discutibili. In secondo luogo, la nostra aspirazione era diversa da chi ci ha risposto: aspiravamo ad essere collaboratori, almeno all'inizio, che è ben diverso da essere redattori. Se scrivevamo ogni tre giorni era perchè ogni tre giorni producevamo un approfondimento su un argomento che andava trattato in quei tempi, sul quale lavoravamo con un'altra impostazione rispetto ai  redattori (molto diversamente ad esempio da quelli che aspettavano il furto dei rom per esultare e riempire il giornale: "dietro al corriere" succedeva anche questo). In una testata queste figure di collaboratori esistono e completano, talvolta qualitativamente, l'uscita. Formalizzare una collaborazione, diventa più semplice, se la redazione ammette, non che i collaboratori siano bravi o meno, ma che abbiano effettivamente contribuito all'uscita del giornale e che è un loro diritto essere riconosciuti in quanto tali. Ma qualcuno, non chi ci ha risposto probabilmente, era troppo intento a tessere le lodi dell'armatore, a credere che attraverso lo sfruttamento, anche della propria persona, si potessero raggiungere degli obiettivi. Noi certi passaggi verso certi obiettivi, li abbiamo rifiutati. Perchè contribuire ad abbassare ulteriormente il costo del lavoro di un settore dove il tariffario dell'ordine - che ci chiede 500 euro di iscrizione e una quota annua di 80 euro per la sua tessera - è già un lontano miraggio? In questa città sembra particolarmente attecchita quella mentalità, spesso figlia delle elucubrazioni sindacali, che invita ad accettare opportunità lavorative in cambio dell'erosione di una quantità di diritti (così è nata anche Telegate, Nocchi docet). Poi, ci pensano le "lotte" a sistemare tutto. Però se fai le lotte, anche un'ora di sciopero, l'azienda chiude (o va in Canada). Quindi? Si lavora e si sta zitti (anche se si lavora nel campo della comuncazione e dell'inchiesta!), si escludono quelli che vogliono salvaguardare i diritti, o come dice oggi qualcuno, mantenere le vecchie relazioni industrali, si prova a far strada individualmente (ma merito e diritti sono campi separati, o anche qui l'effetto Gelmini dilaga?). Certo, oggi, non è facile porsi in conflitto con le proprietà. Ma la comunicazione aiuta. Perchè non rendere pubblico, il ricatto dell'armatore - Se fate sciopero, il giornale lo fate morire voi - ?. Per noi, il Corriere di Livorno è stata un'esperienza sinceramente complessa in tutte le sue espressioni. Ma ci sembra, che la verità dal vostro blog sia annunciata, ma non emerga proprio. Eppure, come avete scritto, cosa da dire ce ne sarebbero tante.

Paolo e Alessandro

18 gennaio 2011

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