È difficile parlare con cognizione di causa di un progetto (abitare sociale ) di cui si è discusso poco o niente. Non sappiamo la quantità totale dei finanziamenti e da dove provengono, fatta eccezione per l’area del Mercato Ortofrutticolo. Sopratutto nessuno al momento ci sa dire quante case di E.R.P nuove saranno costruite al posto di quelle esistenti.
Si prospettano diversi scenari assai diversi tra loro: per Via Giordano Bruno nell’ipotesi migliore avremmo un totale di 130 alloggi in sostituzione dei 148 esistenti con superfici medie di 53mq (da 46 a 60mq ad appartamento) per una metà del volume previsto e di 60mq di media per l’altra metà (da 55 a 65mq per alloggio).
Con i 18 alloggi previsti nel Mercato Ortofrutticolo sarebbe scongiurata la diminuzione di alloggi ERP a canone sociale. In aggiunta avremmo l’offerta di altri 24 alloggi pubblici a canone concordato, in questo caso l’operazione sarebbe del tutto accettabile. Però negli allegati alla delibera si fanno altre ipotesi che prevedono una secca diminuzione dell’offerta Erp. A oggi non è dato sapere quale sarà la scelta finale.
Vorremmo inoltre la certezza, che tutto il patrimonio svuotato dai trasferimenti, fosse utilizzato come ricovero temporaneo degli sfollati per sfratto con forza pubblica, in attesa di finire i lavori sul recupero del piano terreno e secondo dell’ex Caserma Lamarmora che è la struttura plurifamiliare prevista per le famiglie in emergenza abitativa.
Quanto ai ritardi delle assegnazioni, le ragioni sono legate in parte alla necessità di adottare varianti urbanistiche, e in parte per le difficoltà legate alla vendita di alloggi pubblici: vendere le case popolari è stato un atto di gravissima miopia politica, soprattutto quelle inserite nei piani di recupero, perché diventa una zeppa che blocca i piani stessi.
Per chi ha comprato di recente, non è stato il solito buon affare a spese della collettività, poiché i valori immobiliari sono crollati dopo essere stati gonfiati per troppo tempo da una gigantesca bolla immobiliare.
Non resta che rivendere al Comune in cambio di una riassegnazione se ci sono ancora i requisiti, o proporre un cambio a prezzo di mercato pagando la differenza tra la nuova casa e quella abbattuta. Altrimenti il piano col passar del tempo diventa assai oneroso e lo paga una collettività la cui proprietà è stata spesso assai mal gestita.
Poco sappiamo degli abusivi che a differenza di altri non sono stati sgombrati dai Vigili Urbani (non per tutti, c’è tolleranza).
In questi frangenti è bene adottare regole trasparenti: un controllo delle condizioni all'origine dell'occupazione e una verifica della permanenza di situazione di emergenza abitativa, può e deve essere l'unico discrimine per una sistemazione (pur sempre a titolo transitorio).
Ultima considerazione nell’operazione Fiorentina: come sempre si coglie l'occasione di costruire anche edilizia privata nella zona del mercato ortofrutticolo, che andrà ad aumentare il numero di case sfitte. C'è poi un’amara riflessione da fare riguardo alla scelta infelice di spostamento dell’importante struttura commerciale. Già abbiamo perso i macelli pubblici e la centrale del latte, rinunciando, di fatto, al ciclo breve e al controllo di qualità della produzione alimentare; lo spostamento in una zona non ben definita di un'area assai decentrata, rischia di liquidare e non certo di valorizzare il mercato ortofrutticolo.
In generale bisogna dire che (soprattutto per la variante di Coteto) il piano cosiddetto di abitare sociale, pare più legato alle preoccupazioni per la grave crisi occupazionale nel settore edile, che a costruire risposte al problema casa degli sfrattati e dei giovani in cerca di un’abitazione economica.
Infatti, se almeno per Fiorentina le buone ragioni esistono e alcuni obbiettivi sono condivisibili, la nuova Coteto (tutta privata) è solo inutile cementificazione.
Il recupero, infatti, è più che mai importante in zona sismica, e deve continuare, ma bisogna ripensare le modalità. Chiediamo perciò piani solidali che non sprechino le abitazioni vuotate per il tempo (due quattro anni) che intercorre tra il trasferimento delle famiglie e l'apertura di cantiere.
Anche se sono abitazioni modeste, fatte con materiali e tecniche costruttive superate, pur tuttavia per le famiglie che sono sfollate a causa della crisi economica, l'uso temporaneo di questi alloggi destinati alla demolizione, rappresenta la salvezza, e da tempo all’amministrazione comunale di consegnare le strutture progettate per l’emergenza abitativa.
Daria Faggi - Unione Inquilini
Livorno 20 giugno 2012
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