Livorno è stata colpita dal vento dei tagli al trasporto urbano con conseguenze disastrose ai fini della qualità della vita, della mobilità urbana e del lavoro. Ci sarà anche una pesante ricaduta in termini di traffico veicolare privato. Il mago Merlino, intervistato dalla Gabanelli su RAI 3, ha vaticinato un aumento esponenziale di motorini e minicar urbane, con un consistente aumento anche di auto in circolazione e aumento dello smog. In pratica sono 20 le linee soppresse di cui 12 nella sola città di Livorno, con decine di corse in meno tra il centro storico e la periferia, senza parlare dell’aumento dei tempi di attesa alle fermate a causa della rarefazione delle corse ordinarie. Qualcuno, nelle cui vene scorre ancora il sangue labronico, ha lanciato la provocazione di ricorrere ai cammelli o di ripristinare i vecchi barrocci, in modo da poter sopperire al devastante taglio dei bus urbani ed extra urbani. In questo modo la riduzione di spese ordinarie legate alla manutenzione, al carburante e alla sostituzione di pneumatici, potrebbe permettere il riassorbimento degli esuberi. Inoltre i capitali provenienti dalla vendita delle antiche rimesse per edilizia privata potrebbe servire a coprire ulteriori spese. La cosa che stupisce, al di là della tremenda drammaticità di tutti coloro che perdono dall’oggi al domani il lavoro, è la completa assenza di un piano territoriale degli orari rispetto per mezzo del quale si calibra la tavola cronotopica della vita di una città. Il piano dei tempi e degli orari di una città è di fatto un documento di indirizzo strategico che cerca di graduare ed armonizzare il vivere quotidiano di una città. Ha come scopo il miglioramento della qualità della vita e la socializzazione umana. In pratica, assieme al piano regolatore, al piano dei servizi e al piano del commercio, si affianca anche il piano territoriale degli orari, secondo criteri di coordinamento e di armonizzazione dei servizi pubblici e privati e delle attività culturali e del tempo libero. Per gli scettici si rimanda alla lettura degli articoli 22, 23 e 24 della legge n° 53/2000 pubblicata sulla G.U. 8 marzo 2000 e all’articolo 36 comma 3 della legge n° 142 dell’8 giugno 1990. In tale normativa i comuni al di sopra dei 30.000 abitanti sono obbligati ad adempiere al piano territoriale degli orari sia in fase di progettazione che di attuazione, pena la nomina di un commissario ad “acta” da parte della regione se il comune risulta aver violato la normativa nazionale e regionale. Pertanto è stato un errore grave articolare il taglio senza avere una chiara idea di come si muove e vive la nostra città. Errore ancor più grave se si fa mente locale alle ragioni che hanno mosso il legislatore a emettere le leggi sul tempo delle città prima richiamate. In queste leggi si voleva raggiungere una migliore flessibilità dei tempi di vita e di lavoro cercando di promuovere le pari opportunità tra i generi e di migliorare la qualità della vita. Infatti il mancato coordinamento dei tempi, la mancata definizione dell’agenda quotidiana della nostra città e la rigidità degli orari risultano essere una delle principali cause di abbandono o di non ingresso nel mercato del lavoro in particolare di quello femminile. La possibilità di conciliare la vita familiare con quella lavorativa, con i bisogni dello spirito e con il necessario diritto al riposo e allo svago in un ambiente meno inquinato possibile dovrebbero essere tra gli scopi primari di ogni civile amministrazione pubblica. Se poi si getta uno sguardo sullo sviluppo urbanistico della nostra città e sulla dislocazione dei servizi legati alla salute, alla cultura e al tempo libero non possiamo fare a meno di notare come ci sia una evidente oggettiva necessità di potenziamento del servizio pubblico di trasporto urbano ed extraurbano e non di una sua riduzione. Le ragioni avanzate dalla amministrazione, di ordine finanziario, possono essere rimandate al mittente di fronte all’assenza di un piano territoriale degli orari. Inoltre ci sono dei servizi talmente in simbiosi con le politiche relative al lavoro, alla vivibilità degli spazi urbani, alle reti di solidarietà, ai servizi alla persona, al tempo libero, ai servizi pubblici e privati che non possono essere oggetto di tagli, specialmente se effettuati senza cervello ma solo sotto il pungolo della necessità economica. Necessità economica che alla fine viene a pesare soltanto sulle spalle dei ceti popolari.
La questione poteva essere affrontata con un contributo di solidarietà della città, con la diversificazione dei mezzi di locomozione del trasporto pubblico, con la rivalutazione delle vie d’acqua, con la possibile rielettrificazione di alcune linee urbane, con il trasporto su rotaia, con l’utilizzo di energie alternative al combustibile liquido, con mezzi di locomozione ciclabili e tante altre cose ancora che dovevano e potevano essere pianificate da tempo. Il metodo del “bisturi” che è stato utilizzato ha come unica conseguenza quella di posticipare altre possibili future riduzioni, con il progressivo peggioramento della qualità della vita ed un ulteriore aumento della disoccupazione e dell’ampliamento delle fasce di povertà.
Dattero
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