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Interventi: Epotilone

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capitalismoOccorre dotarsi di strumenti di lettura del reale che siano antiborghesi. Con questo voglio dire che occorre lavorare per gettate le basi di una controcultura popolare che sia espressione delle classi popolari. Per fare questo occorre riappropriarsi degli strumenti critici e porre tutto sotto il vaglio del dubbio recuperando la sana critica marxista troppo frettolosamente messa in soffitta dalla sinistra istituzionalizzata. D’altra parte queste sono le conseguente dello smantellamento della cultura di classe subita dal proletariato causata dagli anni di benessere del welfare. Ecco pertanto la necessità di ripartire come controcultura per porre un argine efficace alle false ideologie del mercato, attraverso una prassi che sia in grado di costruire sul territorio una rete di esperienze e di protezione sociale, di riaggregazione e di relazione partendo dai quartieri rivolgendosi agli esclusi, ai senza parola e agli emarginati. Penso a strumenti pratici come: la moneta sociale, la banca del tempo, il last minute market, la scuola e l’università popolare,  la filiera del riuso riciclo recupero, i rifiuti zero, la decrescita e l’ambiente come modello di sviluppo alternativo.

Gramsci vedeva negli intellettuali coinvolti nella lotta di classe gli “organici”  agli interessi da essi rappresentati, le armi con le quali la borghesia capitalista plasmava la false coscienza della società. E contro questa falsa coscienza che regna sulla crisi e che trova ampia eco nei giornali, nelle tv, nelle scelte di politica economica, nel diritto pubblico e privato e nei programmi di partito che avanzo alcune riflessioni.

Oggi come oggi non è in alcun modo possibile pensare che il capitalismo possa esistere senza strutture finanziarie, senza borse o mercati, senza merci e sfruttati, senza disoccupati. Questi sono gli organi che lo compongono e sono essenziali alla sua esistenza. Essi sono il prodotto di un'evoluzione storica che ha le sue basi nella prima rivoluzione industriale e ancora prima nella rivoluzione commerciale e ancora prima nelle nuove scoperte geografiche che aprirono la fase imperialista del mondo occidentale. Affermare che la crisi attuale è colpa dei mercati e come dire che quel ladro è innocente adducendo come prova il fatto che è stata la mano a rubare la mela e non l’uomo.  La crisi dei mercati di oggi equivale alla crisi del capitalismo mondializzato. Essa è un effetto, “la febbre” di una malattia che da sempre avanza nella pancia del capitale. Certo questo non significa assolvere banche e speculatori, ma semplicemente che non dobbiamo confondere gli organi del capitale dall'organismo capitale, assolvendo quest’ultimo per non avere commesso il fatto. Continuare a considerare il capitalismo come il miglior sistema economico possibile nonostante esso si basi sull’ ineguaglianza economica delle classi, produca povertà e violenti la natura è falso. Occorre come primo passo far notare che la causa della crisi è il progressivo restringimento dei profitti del capitale che lo ha spinto a gettarsi sulla speculazione finanziaria per accrescere i propri guadagni sottraendoli alla ricerca e alla produzione. La crisi dunque non è prodotta dai mercati come vogliono farci credere ma dal capitale, il quale utilizza un suo organo per mascherare le sue colpe e i suoi fallimenti. Agli scettici occorre far notare come da sempre il capitalismo, oggi più che mai incensato da tutti e in odore di santità, persegua l’unico scopo che è quello di aumentare il profitto come attraverso incrementi di produttività che altro non sono che più merci e meno lavoro in modo da diminuire i costi di produzione. Questo è come dire: con meno operai produco di più e meglio! Pertanto a parità di tempo e con maestranze a ranghi ridotti produco più merci che poi colloco nel mercato a prezzi concorrenziali assicurandomi il livello di profitto più alto possibile. Peccato che questo, caro capitale, sia vero solo nella prima fase, poi successivamente si paga il “rinculo” di queste scelte. Infatti il prezzo delle merci scende, il mercato si popola di disoccupati, la disponibilità di reddito scende ai limiti della sussistenza per effetto della politica di contenimento dei salari da sempre in rapporto di negazione dialettica con il profitto, per cui alla fine il saggio di profitto scende…scende…scende tendenzialmente fino al crollo del capitale. Ecco che allora il capitalismo usa la crisi per sopravvivere distruggendo tutto: mercati e stati per poi ricostruire ed affermare di nuovo il suo dominio economico e politico dei pochi ricchi sui tanti troppi poveri. Alla fine dunque la tanto temuta crisi è la medicina che il capitalismo sceglie per riprodursi più forte di prima a spese e sulla pelle della povera gente. Continuare a bere la favola che sia la saturazione dei mercati a creare la crisi significa confondere l’effetto con la causa ed assolvere dalle sue colpe un sistema basato sull’ineguaglianza e sul darwinismo sociale del self-made-man smarrendo per strada che le crisi di sovrapproduzione di ottocentesca memoria caratterizzavano un capitalismo commerciale distante anni luce da quello attuale anche se  nei suoi meccanismi di gestione della crisi non era molto distante da quello attuale. Ricordiamoci che la favola del New Deal si è di fatto realizzata con la distruzione-ricostruzione causata dalla 2° guerra mondiale e non con le misure anti crisi di keynesiana memoria attuate da Franklin Delano. Concludo con una riflessione sulla nuova fase Monti segnando alcuni fatti senza commenti quali: la mancanza di una lotta efficace all’evasione fiscale e al lavoro nero che causa innumerevoli morti sul lavoro e malattie professionali, una patrimoniale sui redditi  e sulle rendite finanziarie e sugli immobili senza limiti di fascia, i prepensionamenti di 650 lavoratori a Termini Imerese con futura vendita della fabbrica a terzi, il mancato taglio delle provincie e delle regioni a statuto speciale che oggi non hanno più senso, il perdurare di privilegi e delle prebende della casta, i consigli segreti sotto il tunnel dei palazzi, i banchieri bocconiani e gesuiti che ci governano tutti di area cattolica, nuove tasse e iva al 23%. Come dire se il fine giustifica i mezzi dalla brace siamo caduti nella pentola per essere bolliti a fuoco lento. Come si vede niente è cambiato soltanto le maschere e modi sono diversi ma non i rapporti di forza e di dominio tra classi.

Dattero

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