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Vertenza Livorno: dopo il sequestro della discarica, seppellire il “modello Somalia”

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limoncino_blocchi_viale_carducciIl sequestro della discarica del Limoncino apre uno spiraglio di ottimismo e fa sperare che una volta per tutte si scopra il pentolone sull’affare rifiuti a Livorno. Ma il potere politico, la stampa locale e alcune lobby ben note sono già al lavoro per superare l’impasse provocato dalla decisione della magistratura e imporre comunque “il modello Somalia”, cioè la localizzazione nella nostra  provincia delle attività produttive più nocive e inquinanti della Regione.

La strategia che viene usata è quella del triplice ricatto: il ricatto occupazionale (senza discariche niente lavoro), il ricatto delle tariffe (senza discariche vi si alza la TIA), il ricatto degli annessi (se protestate mandiamo le ruspe).

In questo articolo vogliamo contestare le argomentazioni di questa lobby, espresse in maniera molto articolata soprattutto nell’editoriale di Andrea Lazzeri sul Tirreno di sabato scorso.

1) Innanzitutto si continua a dipingere la lotta contro la discarica del Limoncino come una protesta “non nel mio cortile”, per di più inscenata da proprietari di annessi abusivi che pretenderebbero la legalità per gli altri senza però rispettarla. Il messaggio che si intende far passare è che “nessuno è pulito”, tutti siamo parte di uno stesso sistema di illegalità e che in fondo un’applicazione rigida delle normative non converrebbe a nessuno.

La questione degli annessi riguarda solo una parte dei frontisti del Limoncino, mentre la battaglia contro la discarica ha visto la partecipazione attiva di diversi comitati e numerosi cittadini residenti anche in altri quartieri, che hanno capito come la discarica sia un problema di tutta la città e non solo di chi vive nelle immediate vicinanze di Monte La Poggia. Perché la discarica è il perno centrale su cui ruota una politica dei rifiuti basata sulla ricerca del profitto tramite l’importazione e lo smaltimento di rifiuti prodotti altrove, e non sulla necessità di smaltire i rifiuti “locali”.

In particolare il sito di Monte La Poggia sarebbe destinato a funzionare come discarica “di servizio” di un inceneritore raddoppiato, o addirittura di un inceneritore nuovo che dovrebbe bruciare i rifiuti di tutta l’area vasta costiera con produzione quotidiana di centinaia di tonnellate di ceneri, che da qualche parte dovrebbero finire come già avviene ad esempio per i rifiuti non locali trattati al Picchianti dalla società Rari.

Quindi la questione discarica è strettamente legata al modello di importazione e incenerimento dei rifiuti e sull’inosservanza della famosa delibera “rifiuti zero” approvata dal consiglio comunale senza alcuna volontà di applicarla realmente. Non a caso all’interno di Vertenza Livorno sono presenti sia il Comitato del Limoncino che quello dei Quartieri Nord.

Va anche sottolineata la questione (centrale) dei codici, che consentono di trattare rifiuti estremamente pericolosi tra i quali le famose ecoballe di Napoli recentemente rifiutate dalla Germania, che pur abitualmente commercia con i rifiuti di altri paesi. È quindi del tutto verosimile che il vero affare, stimabile in decine di milioni di euro l’anno, non siano gli ossi di pollo o le cartacce delle famiglie livornesi ma qualcosa di molto più grosso. D’altronde, in presenza di un “governatore” che in campagna elettorale citava come esempio virtuoso da seguire quello delle navi dei veleni, non c’è bisogno dei servizi segreti per capire che queste sono le prospettive.

2) Il ricatto occupazionale: si chiudono decine di fabbriche ma l’unica occupazione di cui sembra importare qualcosa al sistema di potere e ai media locali è quella che si avrebbe sul Monte La Poggia. Per fare un esempio, con la chiusura delle tre aree di servizio che si trovano tra Rosignano e San Vincenzo andrà a casa una trentina di persone. Ma lì nessuno fiata perché in ballo c'è il pedaggio "bipartisan" della SAT.

La discarica.occuperebbe 6-7 operai, così come la ditta Rari che ammorba i quartieri Nord ha solamente 22 dipendenti. Cifre ridicole: in pratica per far lavorare ditte che impiegano meno persone di un campeggio o di una cooperativa sociale dovremmo accettare la devastazione di un intero territorio e gravi conseguenze per la salute pubblica, quando poi non si è nemmeno in grado di sfruttare la presenza a Livorno di un milione di passeggeri che arrivano con le navi da crociera e che potrebbero portare alla città centinaia di posti di lavoro.

In ogni caso a mettere i sigilli alla discarica non è stato il Comitato del Limoncino con un blitz in stile Greenpeace ma è stata la magistratura, che ha ritenuto il sito a rischio frane (a dimostrazione dell’inadeguatezza del posto, come il comitato ha sempre denunciato) e ha scoperto pesanti irregolarità nelle procedure autorizzative. Quindi gli appelli alla rappresaglia sugli annessi di qualche gerarchetto o aspirante gerarchetto lasciano il tempo che trovano. Meglio farebbero i nostri amministratori a dimettersi o a cacciare i responsabili del pasticciaccio. E qui lo stesso Tirreno non può fare a meno di ricordare vicende clamorose come lo zio che approva il progetto del nipote (o viceversa) o i vari esponenti PD che si scoprono improvvisamente dipendenti o consulenti di Bellabarba o della Lonzi Metalli.

A proposito della ditta Bellabarba, la stampa da tempo è impegnata in una vera e propria opera di beatificazione. Bellabarba-Marchionne sarebbe l’imprenditore “sano” alle prese con impicci di ogni tipo causati da politici indecisi, cittadini immaturi ed egoisti e giudici cavillosi. In effetti l’impresa Bellabarba non è particolarmente fortunata con la magistratura: oltre al  Limoncino, c’è anche la discarica di Monteburrone sotto sequestro e anche lì ci sono stati avvisi di garanzia. Come esempio virtuoso non c’è male. E qui vale la pena di rilevare che anche a Livorno evidentemente è passata la cultura marchionne-berlusconiana per cui all’imprenditore si dovrebbe permettere ogni sorta di illegalità (per poi magari mandare i vigili a tartassare gli ambulanti).

3) Il ricatto-TIA: uno degli argomenti che subdolamente vengono presentati per sostenere il “modello Somalia” è che la mancata realizzazione degli impianti provocherà una emergenza “stile” Napoli con relativo aumento della TIA. Diciamolo forte e chiaro: si tratta di una menzogna. Livorno non rischia nessuna emergenza: la produzione dei rifiuti nel Comune di Livorno è rimasta negli ultimi dieci sostanzialmente invariata (94.939 tonnellate nel 2001, 96.687 nel 2010) e siccome nel frattempo la raccolta differenziata è aumentata la quantità di rifiuti da inviare all’incenerimento e/o in discarica è di molto diminuita (dalle 71.609 tonnellate del 2001 alle 60.992,81 del 2010). Questo a dimostrazione che la terza linea dell’inceneritore -e a maggior ragione il mega inceneritore da 1000 tonnellate al giorno- non è assolutamente legata alle esigenze del territorio ma si muove su una logica di business (trattamento di rifiuti provenienti da altre parti della Toscana: zona costiera e area fiorentina). E’ bene sottolineare che attualmente la parte di rifiuti che non può essere incenerita e le scorie tossiche e nocive prodotte dall’inceneritore (circa il 30% in peso dei rifiuti trattati nell’impianto del Picchianti) vengono conferite nella discarica di Scapigliato (comune di Rosignano Marittimo) che è tutt’altro che esaurita visto che anche recentemente gli amministratori rosignanini hanno fatto di tutto per ricevere rifiuti da Napoli. Riguardo alla TIA è falso sostenere che rischia di aumentare a causa della carenza di impianti: secondo lo studio di Cittadinanzattiva 2010, a parità di parametri la TIA pagata a Livorno (308 euro) supera di ben 141 euro quella pagata a Firenze che non ha né inceneritore né discarica! Il fatto che la TIA a Livorno sia una delle più care d’Italia deriva dalla dissennata politica dei rifiuti tenacemente perseguita dall’Amministrazione comunale negli ultimi 40 anni.

4) I giornalisti vicini all’amministrazione locale hanno poi scoperto la “partecipazione”: la critica che muovono a Comune e Provincia è quella di non aver saputo comunicare con i cittadini e spiegare la necessità delle discariche incriminate. In pratica i cittadini sarebbero una massa amorfa e disinformata, che potrebbe essere facilmente convinta della bontà delle scelte dell’amministrazione se solo si facessero degli incontri pubblici per spiegarle. Un po’ come regalare le perline ai selvaggi in cambio delle loro terre.

Intanto i comitati e i cittadini che si battono per la difesa dell’ambiente e della salute hanno dimostrato negli ultimi anni di essersi informati autonomamente: tanto è vero che non c’è stata una sola decisione importante su cui vi sia stato un effettivo consenso della popolazione: dal rigassificatore (referendum negato) al nuovo ospedale (sconfitta netta dei favorevoli ma niente quorum).

Quindi per il potere locale la partecipazione non potrà mai essere intesa nel senso di concordare insieme ai cittadini le scelte fondamentali per la città, ma dovrà solo limitarsi a comunicare decisioni già prese, perché quando si vogliono favorire interessi di pochi a scapito di molti la partecipazione vera è vista solo come un impiccio. Non a caso uno dei tormentoni del sindaco è la polemica contro i “professionisti della partecipazione”: partecipare va bene, ma non troppo, e alle loro condizioni, cioè tutorati da “esperti” strapagati venuti da chissà dove perché alla fine di un “percorso partecipato” emerga comunque la decisione che il Comune aveva già preso fin dall’inizio.

Rete Vertenza Livorno

"per la difesa della salute pubblica e dell'ambiente"

25.10.2011

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