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Cos'è lo sfratto per morosità incolpevole: un contributo dalla ex caserma occupata

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sfratti_opporsiCos’è uno sfratto per morosità incolpevole? Il cittadino comune tentando di rispondere a questa domanda probabilmente si ingegnerebbe poco. Le risposte sarebbero forse scontate, date da un grossolano senso comune, diffuso negli anfratti egoistici di ogni quartiere. Si risponderebbe additando i diritti di chi esercita la proprietà sull’immobile, guardando alla rendita immobiliare come ad una forma di guadagno onesta perché basata su una legittimità giuridica. Quando l’ingegno è scarso e la fantasia è avara non si riesce ad immaginare scenari altri d’altronde, si fatica a rappresentare a noi stessi forme di giurisdizione delle relazioni sociali alternative. Si fatica ad immaginare un mondo diverso. Per l’italiano medio, vittima incolpevole di decenni di degenerazione culturale, di televisione invadente, di piattume opinionistico, è difficile compiere uno sforzo per liberarsi di tutta la cultura neo-liberista di cui è stata invasa la nostra vita. Questo soggetto fa fatica ad immaginare legami di vicinato animati da una solidarietà positiva. Ci hanno abituati a pensare al nostro orticello.

Dietro uno sfratto per morosità incolpevole in verità possono esistere situazioni individuali e biografie variegate, esperienze di vita autentica, tentativi disperati di sopravvivenza. Lo sfratto per morosità incolpevole viene causato dal mancato pagamento dell’affitto. Insomma, la disponibilità di denaro decide secondo la nostra giurisdizione il destino abitativo di una persona. Niente di nuovo si dirà. Elementi di novità, in verità, in relazione alla questione sfratti ce ne sarebbero. Ci sarebbero i numeri mostruosi, l’aumento vertiginoso a cui stiamo assistendo. Senz’altro questo è un effetto della crisi. La crisi ha modificato i redditi delle persone, in molti casi li ha annullati, mentre i proprietari di seconde case, numerosi di questi, hanno contribuito a trasformare questa perdita di potere d’acquisto dei redditi in ragioni sensibili di disperazione personale. Hanno acuito la percezione soggettiva dell’oggettiva perdita di reddito. Se l’economia cioè mi ha tolto del salario, lo ha reso magari discontinuo reinventandomi come lavoratore saltuario, il mio proprietario di casa ha scelto di rendere tutto ciò problematico. D’altronde la casa è merce, fonte di fiorenti rendite immobiliare se ben affittata. Il fortunato che mi segue, chi si accolla l’affitto  per ragioni fortuite, perché magari non ha ancora perso il lavoro, cosa piuttosto difficile di questi tempi, realizza una rendita immobiliare a favore del proprietario di casa. Mentre io dormo in macchina, magari genitore di un bambino di 5 anni, l’affittante con i soldi dati dall’affitto si gode 2 o 3 settimane bianche, consuma ogni sera a prostitute o dilapida fortune in cocaina. Piuttosto che dare una definizione giuridica dello sfratto, abbiamo deciso di descrivere in maniera introduttiva una delle possibili e di certo frequenti situazioni morali che caratterizzano uno sfratto. Abbiamo voluto dare una definizione morale per vincere il pregiudizio ed il senso comune più becero, per spiegare l’umanità che vive sempre più spesso dietro ad uno sfratto per morosità incolpevole.

Mentre i fallimenti del mercato, nel campo degli affitti, si sono moltiplicati gli organi di governo dei territori non hanno pensato a delle soluzioni pubbliche che sapessero paracadutare i soggetti sfrattati. Parliamo non a caso di fallimento del mercato. Se l’assenza di politiche pubbliche forti, di sostegno ai redditi sul versante casa, si evince constatando la diminuzione dell’offerta di edilizia popolare mai compensata da un’edilizia sostituiva ma capace di svolgere la medesima funzione, affidarsi alle forze del mercato libero, avere fiducia nella “mano invisibile”, nell’agire positivo delle forze di mercato libere testimonia, dati alla mano sugli sfratti, il fallimento di un intero modello di sviluppo, quello neo-liberista. Questo settore specifico di mercato dimostra cioè come il mercato in generale non realizzi interessi collettivi. La nostra costituzione dovrebbe porre un freno ad un uso smodato dei diritti legati alla proprietà privata, poiché quest’ultima viene subordinata ad una condizione: che sia rivolta alla realizzazione della pubblica utilità. Se riportata sui fatti questa osservazione la costituzione attualmente ci appare come un grande ossimoro. Perché viene posta su un gradino più alto la settimana bianca del proprietario di seconda casa piuttosto che il mio diritto universale all’abitare? E’ chiaro ed evidente come il mercato in questi casi non riesca a realizzare con equità il benessere sociale, impoverendo ulteriormente chi è già povero ed arricchendo ancora chi è  già ricco. Di fronte a tutto ciò, alla palese violazione di principi di redistribuzione del benessere sociale le istituzioni non intervengono. Non investono sul sociale, non progettano una “ripresa”, o almeno ne parlano in termini di Pil e non come una ripresa di dignità delle nostre vite. Ricchezza da redistribuire ce ne sarebbe anche ora, ma quei patrimoni che contano davvero sull’equilibrio generale sono fiscalmente intangibili, le grandi aziende e le banche ricevono sostegni e facilitazioni che non ricadono minimamente sulle nostre tasche, sempre più povere, sempre più tasche di sfruttati. Sembrerebbero parole demagogiche, poco reali, fantasie di un delirante, ma sfido chiunque a negare di non conoscere oggi almeno una situazione di disperazione individuale causata da un drammatico impoverimento. Le istituzione fino ad oggi ci hanno abbandonato a noi stessi. Quello che denunciamo non deve però suscitare  compassione, non vuole commuovere, noi non chiediamo elemosina. Quello che chiediamo è appunto redistribuzione della ricchezza sociale che chiunque contribuisce a produrre. Che sostanzialmente consiste in specifiche richieste, in argomenti rivendicativi chiari.

Evitiamo ogni ambiguità: alcune operazioni, speculazioni edilizie come Porta a Mare, potevano impegnare maggiormente i privati, cui si doveva chiedere in cambio delle concessioni per costruire la costruzione a loro volta di edifici popolari. L’amministrazione avrebbe così restituito soldi al pubblico, investimenti alla cittadinanza, “estorcendoli” al privato, realizzando così una vera redistribuzione. Senza contare tutti gli edifici pubblici, o potenzialmente tali, come lo sono stati per lungo tempo le caserme, di cui una ora si trova a rivivere grazie all’autogestione, dismessi ed in disuso. Edifici spendibili benissimo per situazioni di emergenza abitativa. Si pensi alle case popolari che stanno demolendo progressivamente  nel quartiere corea; qui, per evitare che gli appartamenti, man mano che vengono liberati dal precedente inquilino, siano riutilizzati da eventuali occupanti, sono demoliti all’interno e murati col cemento all’esterno. Tutto ciò avviene ed è avvenuto mentre decine famiglie subivano sfratti. Queste famiglie ora si trovano per strada od aggrappate a soluzioni estreme. L’inverno è alle porte ma le promesse legate all’emergenza abitativa sono dilazionate rispetto alle necessità della gente. Sembra certo che per l’inverno non ci siano soluzioni pronte all’uso. Eppure da tempo girano stime sugli sfratti, la situazione attuale era prevedibile ed anticipabile nelle soluzioni. E’ qui che sorge il dubbio principale legato al progetto del Sant’Anna: che sia un promessa in stile livornese, come l’acquario o il palazzetto dello sport, oppure un progetto fondato ?

vedi anche

Precarietà e famiglie unipersonali: una riflessione dalla ex caserma occupata

EX CASERMA OCCUPATA

8 novembre 2012

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