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Cucchi, il mistero della lettera scomparsa

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 Dov’è finita la lettera che Stefano scrisse la sera prima di morire? E che cosa c’era scritto? Una capoposto del reparto penitenziario del Pertini gli fornì busta e foglio. E lo vide scrivere. Ma quella lettera non è mai arrivata.

cucchiDov’è finita la lettera che Stefano scrisse la sera prima di morire? E che cosa c’era scritto? Perché quella lettera c’è, o almeno, c’è stata. Ilaria, sua sorella, non si dà pace da quando, spulciando il resoconto della scrupolosa indagine interna del Dap, s’è imbattuta in una testimonianza cruciale. Quella della capoposto del reparto penitenziario del Pertini che fornì busta e foglio al detenuto. E lo vide scrivere. Stefano Cucchi scrisse una lettera al Ceis, la comunità di recupero dove lo conoscevano, avendola frequentata per un paio d’anni. Ma quella lettera non è mai arrivata.
Ilaria, ieri in conferenza stampa con Manconi e con l’avvocato Anselmo, rivela un altro particolare, fornito da fonte autorevole che per ora non cita: ci sarebbe un verbale che annota quella busta da lettera nella lista di effetti personali appartenenti a suo fratello. Ce voluto un po’ di saliscendi ma, qualche settimana fa, quella scatola finalmente l’ha avuta indietro. Ma nel verbale di Regina Coeli, stavolta, nessuna traccia della lettera. E’ l’ennesimo mistero del caso Cucchi, è l’ennesima smentita della teoria del suo autoisolamento, specifica Fabio Anselmo. Anche le indiscrezioni sulla perizia ancora in corso potrebbero essere annnotate al capitolo “Misteri & depistaggi”. Scrivevano il giorno prima alcuni giornali che un ausiliario dei periti del pm ritiene ”antiche” le fratture delle vertebre ossia la causa che tenne inchiodato al letto del Pertini il giovane pugile, cateterizzato, che uscì in carrozzina dalla cella per sprofondare nell’orrore del “repartino”. Antiche e non mortali. «E chi ha detto che fossero mortali? Qui non si discute se quelle lesioni siano state mortali o meno: lo sono diventate per colpa medica. Ma se si muore per lesioni dolose a causa di incuria medica i responsabili di quelle lesioni, anche se non mortali, devono rispondere comunque di omicidio preterintenzionale», controbatte il legale, lo stesso del caso Aldrovandi. Ilaria lo rintracciò su internet non appena venne a sapere della fine di Stefano. Di pestaggio parlano tanti altri segni sul corpo martoriato di Cucchi, dai lividi alla paralisi della vescica, e ne fanno cenno alcuni testimoni che tirano in balo divise di agenti carcerari e di carabinieri. Ma Fabio Anselmo insiste: «Le fratture sono il risultato del pestaggio e lo dimostreremo, al di là di questo, trovo grottesco come si possa affermare che le guardie carcerarie non sarebbero responsabili della sua morte. Stefano è stato ricoverato non perchè voleva fare un intervento di chirurgia estetica ma in conseguenza delle lesioni subite da un pestaggio. Stefano Cucchi è morto a causa di negligenza medica grave in seguito a una collutazione violenta con le guardie carcerarie: al momento è questa la ricostruzione della Procura di Roma». Al momento, infatti, sono indagati tre agenti di polizia penitenziaria per omicidio preterintenzionale e sei medici del
Pertini per omicidio colposo. «Da parte mia ho sfatto svolgere un inchiesta amministrativa che allo stato attuale non ha dimostrato responsabilità della polizia penitenziaria - fa sapere il capo del Dap, Franco Ionta, udito ieri da Marino nell’ambito della commissione sugli errori del servizio sanitario - in ogni caso credo che il caso Cucchi dimostri come più amministrazioni che hanno avuto ruolo in questa vicenda abbiano tenuto un atteggiamento sostanzialmente burocratico rispetto al problema. Io mi prendo la responsabilità e spero che l’autorità giudiziaria sia in grado di stabilire realmente come sono accadute le cose». Delle amministrazioni restate fuori dalle indagini, per ora, resta fuori solo quella di Viale Romania, sede del comando generale dei carabinieri. Il rischio di manipolazioni esiste, ne è convinto Luigi Manconi, e la procura starebbe indagando sulle falsificazioni delle cartelle cliniche.
Era il 21 ottobre e il trentunenne romano, leggerissimo pugile, si trovava nel “repartino” del Pertini, l’ospedale per i detenuti. Era stato arrestato cinque giorni prima dai carabinieri di Capannelle che lo avevano trovato in possesso di una ventina di grammi di hashish e di qualche pasticca che forse era il suo antiepilettico salvavita. Quella notte sua madre lo vide l’ultima volta, verso l’una, quando arrivò con i militari per la perquisizione della sua cameretta. Stefano passò una notte in guardina in una caserma di Tor Sapienza. Notte tormentata se dovette arrivare l’ambulanza. Ma l’infermiere intravide solo i suoi occhi nel sotterraneo buio. Stefano, a quanto si sa, era avvolto tra due coperte. Il giorno appresso ci fu l’udienza di convalida. Quel giorno suo padre lo vide per l’ultima volta. Era contrariato per non aver trovato il suo avvocato di fiducia. Era stravolto dall’ordinanza che gli negava i domiciliari perché senza fissa dimora. Era gonfio di botte. Così malandato - ne resta traccia nelle foto della matricola - che quando lo vide il medico di Regina Coeli lo spedì al Pronto soccorso del Fatebenefratelli senza nemmeno fargli la visita psicologica. Ma da quell’ospedale firmò - vi sembra normale? - per tornare in galera verso mezzanotte. Quella notte i suoi compagni di cella lo videro per la prima e ultima volta. Non si reggeva in piedi, non ce la fece manco a fumare. Andò via in carrozzella, di nuovo verso il Fatebenefratelli che lo dirottò, mancanza di piantoni, alla struttura del Pertini, dove morirà cinque giorni dopo, sepolto vivo, rifiutando cibo, acqua e cure finché non avesse parlato col suo avvocato. Che non vide mai, che nessuno avvertì.

Checchino Antonini

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

3 febbraio 2010

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