L’11 settembre di Livorno

A Livorno l’11 settembre è, più banalmente, il giorno dopo il 10 ovvero quella data a partire dalla quale si cerca di farsi un’idea del bilancio e delle prospettive di una città dopo quanto accaduto. Si tratta di un evento che ha avuto un impatto forte sulla città, forse persino storico, e che, come tutti gli eventi di questo tipo, obbliga a ripensare il futuro.

C’è davvero da ringraziare tutti coloro che hanno fatto, e stanno facendo, il possibile, e anche l’impossibile, per essere a disposizione in una situazione del genere (per informazioni logistiche seguite la nostra pagina Facebook o quella delle Brigate di Solidarietà Attiva oltre che le pagine istituzionali).

Per quello che ci riguarda non ci mettiamo, adesso, a distribuire colpe e ragioni. In una situazione di danno e di ricostruzione è un approccio inutile. Certo, il tempo deve aiutare la comprensione collettiva dell’ampiezza del fenomeno della criticità dell’assetto idrogeologico, dei rischi reali e strutturali che vive il nostro territorio. Una cosa però ci sentiamo di dirla: la prevenzione e la cura del territorio sono i primi fenomeni a venir meno in caso di austerità dei bilanci pubblici. E’ un fatto risaputo dall’800, da quando si cominciano a sacrificare i bilanci in nome della stabilità della moneta.

E oggi questa prevenzione e questa cura sono tanto più importanti quando in grado, oltre a tutelare l’assetto idrogeologico del territorio, di produrre occupazione. E di quella buona: legata alla tutela dell’ambiente e alla salute delle persone. La differenza con una recente opera, sul territorio (indovinate quale), che è costata 900 milioni e ha prodotto 30 posti di lavoro balza agli occhi. Qui di posti di lavoro legati alla cura e alla prevenzione territoriale, realisticamente, ce ne possono essere almeno venti volte di più di quelli prodotti da “grandi” opere del genere.

Certo, ci vogliono soldi, tanti. Certo, ci vuole spesa pubblica. Certo ci vogliono vigilanza e trasparenza per evitare sprechi e l’abitudine, ben radicata in Italia, di trasformare questo genere di posti di lavoro in mangiatoie per reti clientelari disposti a tutto meno che a curare il territorio. Ma si tratta di tutto fuorché di una spesa improduttiva che genera, anzi, innovazione.

Oggi queste parole, dopo quello che è successo, sono chiare a tutti. Ricordiamocelo soprattutto per il domani. Quando l’attenzione sarà calata e i problemi veri saranno rimasti tutti sul tappeto.

Redazione, 11 settembre 2017

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