La Darsena dei Ripensamenti e i rischi futuri del porto

Qualche considerazione sui recenti articoli del Tirreno dedicati al porto

Siccome non pretendiamo di stare nel centro del mondo registriamo alcuni fatti come coincidenze: abbiamo fatto uscire un articolo sul reale pericolo di ridimensionamento della Darsena Europa dopo che il Tirreno aveva tenuto un profilo basso sulla vicenda. Nello specifico, nel servizio dedicato alla riunione dove, di fatto, le istituzioni erano state ufficialmente informate di una possibile revisione, al ribasso, del progetto. Dopo il nostro articolo, il Tirreno ha pubblicato due articoli: uno sul ridimensionamento della Darsena (chiamato in altro modo) e uno sui nuovi attori forti del porto. Entrambi, sostanzialmente dicono cose simili alle nostre con qualche differenza che qui puntualizziamo.

Comunque se l’informazione indipendente serve per generare queste coincidenze, contribuendo a fare chiarezza, ne guadagna la qualità delle notizie cittadine. Vedremo come la nuova testata Il Telegrafo, sul cui lancio c’è un fund-raising di soggetti portuali locali con gli auspici del primo cittadino, contribuirà all’informazione sullo scalo della nostra città. Perchè, non fa mai male ripeterlo, un’informazione di qualità è garanzia di un reale ritorno sul territorio degli eventuali investimenti fatti. Speriamo quindi sia finita la stagione delle leggende, in forma di notizie, con le quali si sono alimentate credenze che si sono radicate persino in qualche esponente delle parti sociali: pioggie di milioni (anzi, oltre un miliardo, e non lo abbiamo scritto noi), poi patti fiabeschi per lo sviluppo, uomini d’oro che scovano finanziamenti offshore etc.

Lo abbiamo sostenuto in tempi (molto) non sospetti, quando si firmavano patti sotto gli applausi fragorosi delle parti sociali, che il mercato dei servizi finanziari alle infrastrutture portuali non poteva che stentare a finanziare la Darsena Europa. Ecco che poi, ufficialmente e a livello di revisione del bando, si è scoperto che per la Darsena Europa c’è un problema di bancabilità del progetto. Ma quello di far scontare alle banche, da parte delle aziende, il progetto vinto in sede di gara d’appalto è solo uno dei problemi legati a questa dimensione dei servizi finanziari. L’equilibrio, nel finanziamento del progetto, tra fondi pubblici e privati è meno scontato di quanto si pensi. E le istituzioni che, a vario titolo, se ne sono occupate fino a questo momento non hanno mostrato la lucidità necessaria in questo genere di operazioni. Rispetto a quanto uscito sulla stampa in questo fine settimana bisogna comunque aggiungere:

1) non dare per scontato il ridimensionamento del progetto Darsena magari confezionando articoli non allarmistici. Se il porto è la precondizione per il rilancio non solo dello scalo ma anche del territorio serve un altro tipo di progetto. Che elevi il livello di professionalità esistenti, che crei un presidio tecnologico (giusto per sapersi orientare nelle mutazioni dei mercati e che faccia da traino all’economia territoriale) che crei le condizioni per processi di innovazione che creano occupazione. La Darsena Toscana allargata, per come si prefigura oggi, non sembra avere queste caratteristiche.

2) non dare per scontato che alcuni punti di forza del porto multipurpose possano essere riproponibili come modello di sviluppo. Ad esempio, da fonti qualificate di ricerca, ci viene messa in dubbio, nel medio periodo, la sostenibilità del mercato della cellulosa, messa forse in discussione sia dalle nuove ondate di digitalizzazione dei materiali per i quali tradizionalmente la si usa sia dall’avvento di nuovi materiali industriali. Con infrastrutture ridotte, tecnologie portuali governate solo dalle aziende (senza ricaduta sul territorio), decrescita della containerizzazione, l’aggiunta di una decrescita della cellulosa potrebbe essere un problema. Attenzione quindi a scrivere scenari di accomodamento rispetto ad altri scenari, ormai decaduti, scritti con troppa disinvoltura

3) non dare per scontato che i “big” evocati dalla stampa portino chissà quale lavoro. Se Infracapital, assieme agli alleati francesi, non investe nella Darsena, quello che c’è da attendersi è la razionalizzazione del lavoro esistente non l’esplosione degli effettivi. Il rischio è quello di un porto, di fatto, in mano a Grimaldi e Onorato dove, con una prevalenza dei ro-ro, si crea un saldo occupazionale, con il tempo, fortemente negativo. Per cui i mitici “big, ci sarebbero si, ma per un ritorno di profitti a basso investimento. E molto, in Grimaldi e Onorato, somiglia a questo identikit. Qui un, conseguente, processo di dequalificazione della residua manodopera sarebbe un problema enorme, sociale ed economico, per la città.

4) non dare per scontata la tenuta occupazionale del porto. Prima di tutto perchè nuove tecnologie jobkiller premono, ce ne occuperemo prossimamente, e ci sarà un grosso problema di ristrutturazione delle professionalità nello scalo della nostra città. Secondo perchè la proliferazione del lavoro ad articolo 16, quello dove l’interinale predomina, c’è un rischio concreto e immediato. Si chiama frammentazione del lavoro, che crea peggioramento di condizioni contrattuali, che indebolisce i lavoratori, le loro condizioni di vita e il loro potere d’acquisto. Il quale a sua volta si riverbera sulla crisi economica della città.

Quanto alle forze politiche se battessero un colpo non sarebbe male.

redazione, 12 luglio 2017

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