La gestione dei rischi è una scelta politica

Un altro modo di guardare alle emergenze

Alla base della gestione del rischio c’è un approccio filosofico ed una capacità di gestione attraverso interventi di protezione. La filosofia a cui mi riferisco è quella che prevede mutamenti e che non ha paura di accettare le emergenze, a ciò che si può realizzare come evento dannoso anche se a memoria d’uomo non si è mai realizzato. Siamo nella sfera dei rischi ambientali che includono sia quelli naturali legati a situazioni meteorologiche, geologiche o addirittura provenienti dallo spazio, insieme ai rischi antropici in relazione agli artifici delle attività umane.

La rischiosità ha una frequenza ancora differente, in aumento, se i rischi si sommano, naturali più antropici. E’ il caso di Fukushima in grande, come in piccolo la recente alluvione a Livorno ma chiaramente non sono i soli, basta ricordare il naufragio del Titanic dove un iceberg alla deriva venne colpito dalla grande nave passeggeri.

La storia delle gestione dei rischi è la storia dell’uomo che tendendo a preservare se stesso si è difeso ed ha anche attaccato. Le guerre per l’acqua e le risorse in genere ne sono il massimo esempio in termini di fatti che hanno segnato la storia.

Ivar Ekeland, filosofo e matematico, nel suo libro A Caso ad un certo punto afferma una cosa molto importante: <Avanziamo come anestetizzati in mezzo al rischio che noi stessi creiamo. Di tanto in tanto un incidente ci scuote dal nostro torpore, e gettiamo uno sguardo nel precipizio>.

Rispetto a questa reale e concreta considerazione ad oggi si è tentato di fare molto sul piano normativo a tutela dell’incolumità e della gestione del rischio. Ci sono effettivamente leggi a riguardo sia sul lavoro, sulla qualità degli edifici, sugli impianti chimici o industriali in genere, sulla circolazione e come purtroppo mi tocca affermare anche sui rischi idraulici, un fatto appunto che ci ha toccato da vicino.

Se noi definiamo e accettiamo l’emergenza come possibilità di un accadimento futuro dannoso siamo già in un assetto mentale molto più pronto a reagire con il rischio però di sconfinare in uno stato ossessivo con un livello di percezione della paura ancora maggiore. La forbice tra responsabilità e irresponsabilità è di nuovo di fronte a noi e la scelta di interpretare i due atteggiamenti è una vera e propria scelta politica poiché ne va di tutti coloro che si troveranno di fronte ad un emergenza.

Cosa non da poco però oggi possiamo capire di più se non altro in termini di capacità previsionale, di livelli manutentivi, di elaborazione di calcolo e di dati. Quindi né attendere la fine inermi né morire di terrore prima ancora che un evento dannoso si verifichi.

Per non essere accusato di nichilismo o di tentativo teorico e riflessivo fine a se stesso direi che sul piano reale il concetto di gestione del rischio nel momento in cui va affrontato dovrebbe esser veicolato nelle persone comuni attraverso forme comunicative più o meno dirette ed esercitazioni.

Cose che dovrebbero esser fatte a livello urbano (D.P.C.M. 03 dicembre 2008) e non solo negli impianti a rischio (L.81/08), ci sono già le norme, spesso però i sindaci non procedono. Il perché sta nel fatto che la popolazione potrebbe davvero rendersi conto del rischio e potrebbero verificarsi troppe riflessioni politiche non gradite.

La forbice tra responsabilità e irresponsabilità è sempre lì che attende la nostra scelta interpretativa e la politica potrebbe fare la differenza.

Lo stesso possiamo dire spostandoci sul piano delle cause, un esempio per tutti l’alterazione del clima a livello mondiale. Xi Jimping che lo ha inserito nell’agenda del Congresso del Partito e Trump che lo ha negato sin dalla sua corsa elettorale. L’alterazione del clima fa aumentare la frequenza di eventi che naturalmente erano più rari  e a farne le spese sono le popolazioni più fragili le cui economie non permettono azioni di difesa. E non si pensi solo al piano climatico in relazione all’emissione di monossido di carbonio ma all’intero capitolo della gestione dei rifiuti di cui le emissioni sono parte integrante.

Di fronte a tutto ciò, a questi quantitativi di rischio, non intervenire significa concepire l’esistenza come un qualcosa di immobile e quindi immutabile. Se abbiamo un benessere oggi lo avremmo anche in futuro, alcuni pensano. Non è così, tutto muta e le cause producono effetti da sempre in un eterno processo di mutazione. Il potere tende invece a bloccare qualsiasi visione aperta al futuro e alla risoluzione dei problemi.

E’ al potere finanziario che deve esser tolta la forza economica necessaria per gestire i rischi su scala globale e su scala locale. Pensare che ciò possa avvenire con risorse pubbliche provenienti dalla fiscalità è un grave errore.

Per Senza Soste, Jack RR

27 ottobre 2017

 

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