La musica non è peggiorata. I migliori dischi del 2016

tove-lo-bigSeguendo la musica in modo assiduo (o anche ossessivo) si ha sempre l’impressione che esca una quantità infinita di nuova musica, sempre e comunque di qualità inferiore ai vecchi classici. Ovviamente intendendo con “vecchio classico” un qualunque disco uscito (e piaciuto) in un orizzonte temporale che va dal mese prima a cento anni fa.

Possiamo immaginare orde di persone deluse che passano le giornate ad ascoltare i Savages, pensando che gli Interpol erano meglio, e soprattutto che i Joy Division erano meglio.

In realtà la musica non è peggiorata. Siamo (siete) semplicemente invecchiati e vittime (in)consapevoli dell’operazione nostalgia che ammorba i social media. In genere gli Interpol non sono una band migliore dei Savages, semplicemente eravate (eravamo) persone migliori quando ascoltavate gli Interpol. Sicuramente è cambiato il modo, soprattutto per le generazioni più giovani, di fruire la musica: il concetto di album non esiste, da anni, ma esistono le canzoni. Gli album resistono come concetto (o come pezzo di arredamento, visto il revival del vinile) solo per chi non riesce a sopravvivere e districarsi nel mondo musicale di oggi.

Che è vario, vitale e estremamente diversificato, nelle forme e nei contenuti.

L’autoproduzione è diventata virale: non serve più nemmeno la sala prove, l’amico smanettone e un quattro piste. Basta una webcam e registrare una cover di Justin Bieber. Sicuramente la critica seria non prende in considerazione chi produce arte in questo modo, legata a certe forme immutabili da almeno 50 anni.

Magari il legame con l’album è una forma di resistenza alla mercificazione totale della musica: tre minuti di youtube, dieci secondi di pubblicità delle merendine.

Oppure, semplicemente, è il formato più facilmente vendibile che riesce anche a smuovere certe corde dell’anima in chi continua ad avere certa disponibilità economica.

Io nel 2016 ho continuato ad ascoltare molti dischi (qui sotto i migliori) ma soprattutto, come sempre, ho ascoltato canzoni. Magari è la frenesia e la mancanza di attenzione che non mi permette di concentrarmi su tutto il nuovo disco dei Metallica (mi pare che duri 80 minuti. Perché? Quando è evidente dopo i primi 5 minuti a chi piacerà e dove andrà a parare) ma preferisco passare, senza soluzione di continuità da Sarah Hyland che canta Closer (miglior performance del 2016) a Hailee Steinfield che canta Love Yourself (disco dell’anno 2017, se uscirà), dal video iperprodotto di Taylor Swift al coro della scuola che canta Friday I’m In Love.

La musica, nel 2016, è questo: una playlist infinita fatta di utopie e piccole soddisfazioni (cit).

Tove Lo – Lady Wood

Tove lo è un oggetto mainstream che andrebbe studiato. E’ una questione che trascende la musica (elettro pop europeo ma sobrio, mai fuori registro) e riguarda l’atteggiamento. Ci sono state (e ci saranno) artiste più politiche, meno ammiccanti, più rigorose. Magari sarebbe più opportuno aspettare un ritorno artistico di livello da parte Kathleen Hanna, invece di gioire per ogni divetta pop all’orizzonte.

Però fare un disco così sessualmente esplicito e consapevole, destinato a vendere milioni e finire, per forza di cose, nelle camerine di migliaia di ragazzine, è nel web 2016 un atto rivoluzionario

(che poi questo il disco è bellissimo, dodici potenziali singoli che piaceranno anche a chi, per principio, ascolta musica indipendente).

Black Mountian – IV

blackmountainQuello che manca a molti over 30, credo, sia il “grande gruppo rock”. L’epica degli anni 70 freak e i muscoli della provincia americana. I Black Mountain sono canadesi ma sono IL “grande gruppo rock” contemporaneo. I riferimenti sono quelli ovvi: Led Zeppelin, Black Sabbath, i viaggi kraut, l’ambient (drone, quello che è di moda ora anche tra gli hipster: produce Randall Dunn).

Ovviamente il concetto di “grande gruppo rock” va (ri)dimensionato al periodo. Probabilmente questo è il problema maggiore del rock contemporaneo: citando l’ottimo Sassicaia Molotov, l’ultimo vero rocker livornese: “Non esistono più band a cui l’industria permette di fare 250.000 persone a Knewbroth, di riportare persone in contesti aggregativi diversi dai festival. L’industria ha scelto altro, ha scelto i talent”.

A me vanno bene anche i talent, fino a che saranno capaci di produrre cose enormi come Emma, ma la mancanza del grande happening generazionale è reale. I Black Mountain, autori comunque del miglior disco rock possibile oggi, dove la conoscenza della materia, lo sguardo al passato e il viaggio verso il futuro sono tangibili, non potranno purtroppo essere i catalizzatori di un nuovo movimento di massa. Il rock (quello vero, di sudore e tutto il resto) è tornato forse ad essere roba per i pochi ribelli che ci credono ancora (al netto delle seghe mentali sull’idea di rock questo è il miglior disco del 2016).

Reykjavikurdatur – RVK DTR

L’hip hop è stata l’ultima scena sotterranea ad aver spostato realmente gli equilibri dell’industria musicale e, di conseguenza, ad aver cambiato la cultura giovanile ovunque nel mondo. Fare hip hop in Islanda è, probabilmente, una sfida alla geografia e l’esemplificazione di come la cultura se ne freghi delle distanze e delle barriere. Reykjavikurdatur è un collettivo femminista che fa rap, non sono rapper che portano avanti battaglie sul genere. Magari questo per molti rigorosi ascoltatori di HH potrebbe essere un limite: l’uso del rap come accessorio e semplice strumento.

Credo che comunque non ci debba riguardare il come ma il cosa: è, al netto della musica (che è spettacolare, fantasiosa e rigorosamente 80’s), il disco manifesto politico del 2016.

Alvia Islandia – Bubblegum Bitch

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Qui, sempre dall’Islanda, la questione è totalmente diversa. Alvia Islandia è seguire la moda del momento: quell’abominio concettuale (e di realizzazione) chiamato trap.

La trap è, in breve, hip hop cantato da ragazzini bianchi con eyeliner e vestiti attillati, che parlano di droga e soldi, su basi dilatate, rullanti sbagliati e vocoder. L’unica cosa interessante è l’ambiguità sessuale esplicita (non so se voluta o meno).

Alvia viene dalla D’n’B (e si sente) ed è adorabile. La via islandese alla trap subisce, involontariamente credo, l’influenza della musica downtempo locale ed è così ingenua da essere realmente irresistibile. Occorre un disco completo (anche un po’ di maturità ma, sinceramente, non è indispensabile).

Essaie pas – Demain est une autre nuit

Da una parte questo disco potrebbe essere visto come un compendio della musica elettronica indipendente dalla fine degli anni 80 in poi: techno, post wave, french touch, synthpop. L’apoteosi del retromaniaco da club. Dall’altra è aprire una strada: non riproposizione scolastica ma sintesi di anni di musica elettronica underground.

Come spesso accade per molti dischi si cercano i modelli, i maestri, la posizione in un eventuale manuale di storia della musica quando sono i dettagli che rendono un disco memorabile: qui è la voce ipnotica di Marie Davidson.

Poi possiamo anche stare per ore a decidere se sono più vicini all’industrial o ai death in vegas: sarebbe solo (auto)compiacimento.

Marie Davidson – Adieux au Dancefloor

marie davidsonUn ritorno al passato, alle origini della musica dance (nelle senso più ampio e vago del termine): beat e narrazione. Al posto della poesia però qui il racconto è l’analisi (o autoanalisi) del mondo della musica da ballo contemporanea. Lo squallore dei dancefloor a cui dare addio, l’egoismo e l’ estetica dei rituali di massa dei fine settimana. Marie Davidson, riassume in un disco anni di militanza underground, inietta ambient dark nelle tracce minimali, emozionali ma senza epica, del suo ultimo lavoro.

Un capolavoro di cupa rassegnazione: “The last dance / We dance alone”.

Katy B – Honey

Marie Davidosn e Katy B non dovrebbero stare nella stessa classifica, tanto sono distanti concettualmente (nonostante per l’ascoltatore della domenica, o per chi va a ballare per bere/divertirsi/drogarsi etc, possano essere etichettati entrambi come “musica da discoteca”).

Se Adiaux au Dancefloor è la presa di coscienza e l’allontanamento, Honey è abbracciare con gioia tutte le sfumature della musica dance. Il precedente Little Red era, di base, un album house con tutte le influenze pop del caso. Questo ultimo tiene buone le influenze pop e (soprattutto) l’incredibile voce di Kathleen Brien ma spazia tra tutta la musica contemporanea inglese: grime, jungle, dubstep, r’n’b. In molti (non in Italia dove Katy B resta un fenomeno di nicchia) sono a chiedere una direzione netta: i club o la radio, i rave o i festival. Nel 2016 sono scelte da non prendere quando è evidente la sincerità e l’amore per ciò che si suona: “I keep on moving with the lights on”.

Subrosa – For This We Fought The Battle Of Ages

subrosaAnche nella musica metal estrema contemporanea dove, per definizione, la pulsione dovrebbe essere quella di andare oltre, rompere gli schemi precostituiti e shockare (o almeno provarci), la tendenza è quella di sedersi ed andare sul sicuro. L’esplosione, anche presso un pubblico non propriamente metal di band come Sunn O))), Sleep o Om ha fatto diventare drone, doom e sludge i generi di riferimento di chi, da lato, si avvicina a suoni che, almeno in teoria, dovrebbero essere distanti dalla massa. I Subrosa non salgono sul carro del vincitore ma, al contrario, alzano il tiro col loro disco più difficile. Già solo il concept, ispirato al romanzo Noi di E. Zamjatin, dovrebbe far capire da quanti piani si cade: non c’è volontà di compiacere il pubblico con la rappresentazione di rituali pagani di massa (i sold out di Sunn O))) dell’ultimo anno dovrebbero essere esplicativi) ma solo quella di annichilire chi ascolta con un trip doom psichedelico, nero e compatto come non si ascoltava da tempo. Come nei dischi precedenti, oltre alla disperazione dei violini, il punto di forza è l’agghiacciante voce di Rebecca Vernon, unica interprete degna di stare accanto a Runhild e Jex Thoth. Probabilmente non per tutti ma tutti dovrebbero provarci.

Whores – Gold

E’ facilissimo spiegare il debutto dei Whores dopo un paio di EP: una mezz’ora di noise (post rock, post hardcore, la sostanza non cambia) senza fare prigionieri. Il disco che gli Helmet hanno scelto di non scrivere. Il disco che gli Unsane (l’influenza più evidente) non sono più in grado di scrivere. Il disco che i Melvins avrebbero scritto se non fossero, in fondo, delle persone buone.
Gold è un disco semplice nella sua asfissiante perfezione.

Astronoid – Air

astronoidIl black metal è un genere che nasce e muore dove è nato (in Norvegia, nei primi anni 90) nel giro di un paio di anni. E’ figlio del luogo di nascita, della scena metal del periodo e, soprattutto, dell’età dei protagonisti: i più grandi dischi BM di sempre sono stati composti da adolescenti che, al netto della mitologia satanica, volevano solo essere un passo avanti a tutto e tutti. L’estremo nichilismo di una generazione senza futuro. Black metal è punk, senza dubbio. Solo che veniva suonato da giovani metallari che vivevano isolati dal mondo. Negli anni tutti hanno continuato a suonarlo, imparando a suonare, subendo di volta in volta le influenze più disparate. Non era più black metal. Nessuna delle band “originarie” suona più black metal e non poteva essere altrimenti: gli ultimi sopravvissuti, i Darkthrone, in un percorso coerentissimo, si sono riavvicinati alle radici e oggi suonano rock’n’roll, filtrato dall’isolamento.

Il black metal è sopravvissuto e si è trasformato in altro non grazie ai nomi “storici” ma grazie a nuovi adolescenti che hanno filtrato quel nichilismo punk originario con tutta la musica degli ultimi 30 anni: dalla musica industriale allo shoegaze, dalla musica ambient alla musica dream pop. E’ probabile che di punk non sia rimasto più nulla ed il BM è trattato “solo” come un genere musicale come un altro ma, nel momento in cui viene suonato, è inevitabile fare un passo contro qualcuno o qualcosa. Con tutte le sue ingenuità, Air è il disco concettualmente più interessante degli ultimi anni. La sublimazione estrema del BM nel dream pop e viceversa. E’ evidente che lo scopo degli Astronoid è la ricerca della bellezza: ci sono riusciti perfettamente. Un disco sublime. Probabilmente troppo leggero e sognante per i metallari, troppo pesante, intricato e tecnico per i radical chic dell’indie pop. Per chi non si pone il problema è semplicemente un disco bellissimo. Bello e basta, che non è poco.

Per Senza Soste, Luis Vega

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