La ritirata Coop

Con la crisi dei consumi il modello Coop basato su fiducia, consumo e risparmio non ha retto. Ed a Livorno, ad esempio, Nuovo Centro ha dato la mazzata finale

Unicoop ha scelto la strategia Iper ma a fargli concorrenza sono soprattutto i discount più piccoli di quartiere

LIVORNO, 30 APRILE 2010 FOTO ELICOTTERO NELLA FOTO: PORTA A TERRA IPERCOOP FOTO AUGUSTO BIZZI

LIVORNO, 30 APRILE 2010
FOTO ELICOTTERO
NELLA FOTO: PORTA A TERRA IPERCOOP
FOTO AUGUSTO BIZZI

Nel grande scacchiere del consumo alimentare di massa, l’insediamento di un supermercato, ancorchè di dimensioni ridotte, equivale alla formazione di un presidio sociale significativo. E’ quello che un tempo si definiva negozio di vicinato, giusto per contrapporlo alla dimensione tentacolare degli “iper”, autentici paradisi della spesa per grandi e piccini. Fa dunque scalpore che a entrare in crisi sia “il sistema Coop”(Unicoop Tirreno), quello che a Livorno ed  in Maremma, ma anche nella conurbazione romana e nel viterbese, aveva storicamente scommesso sull’offerta territoriale sfruttando l’abbrivio del rapporto mutualistico con il cliente (il prestito sociale e altri servizi “alla persona”) e di quello urbanistico con l’ambito comunale di riferimento, in questo caso acquistando e urbanizzando i terreni sui quali realizzare la propria rete di vendita. Senza mai perdere  di vista quel “vicinato”, e dunque quel presidio sociale, che intanto assumeva consistenze diverse a seguito dello sviluppo multipolare delle città. Fa scalpore allora che la logica dolorosa  dei tagli e degli esuberi intervenga in un rapporto di tale complessità, dove a barcollare è la compatibilità fra gli indici patrimoniali dell’impresa, depressi dalla crisi dei ricavi, e la sua capacità di stare orizzontalmente su un territorio che traguarda il limite urbano delle periferie tra una porta d’accesso e il respiro breve delle tangenziali e dei raccordi anulari. E che il punto di caduta di tutto questo sia, come sempre, il costo del lavoro.

Salvataggio e soci. Una sorta di “paso doble” verso il fallimento, contrassegnato da una perdita consolidata di quasi 100 milioni di euro (maturata nel tempo) e una veloce ricapitalizzazione interna imposta da Bankitalia con la formula della sovvenzione a Unicoop Tirreno (il debitore tosco laziale) da parte  delle Coop di Liguria, Lombardia, di Unicoop Firenze e da Coop Centro Italia, senza considerare Novacoop e Coop Alleanza 3.0. Ciascuno di questi sei soggetti contribuirà altresì a colmare l’enorme debito patrimoniale sottoscrivendo strumenti finanziari partecipativi emessi dalla stessa Unicoop Tirreno a garanzia dei 120 mila soci complessivi che hanno conferito presso la cooperativa banca depositi a risparmio per più di 1 miliardo di euro. Una relazione di fiducia enorme, iniziata nella borsa della spesa e finita sui libretti a risparmio, che i manager hanno scelto di valorizzare, diversamente dal passato, in una sorta di espansione senza limiti dimensionali e merceologici dell’offerta commerciale. Fino all’amara constatazione dei” limiti dello sviluppo”.

La scelta Iper. “Coop”, infatti, da anni ha deciso di allocarsi nella logica del centro commerciale, piuttosto che del supermercato di quartiere. In un “altrove” dove il territorio cessa di essere un valore aggiunto per diventare una vacca da mungere solo per gli accordi con i fornitori locali e poco altro, dopo la sopraggiunta crisi di rappresentanza della politica più collaterale che non è più in grado di garantire, fra l’atro, il monopolio della rete di vendita e con essa la sicurezza dei fatturati. E  dove, in tempi di crisi “alimentare”, a far la differenza non è più lo  spazio commerciale, quanto  la capacità di “fare il prezzo” della merce per fidelizzare un cliente che non è più raggiungibile con lo spartito del “tutto compreso”. Ricordo, sotto questo aspetto, quando ai tempi d’oro del rigassificatore, il sistema politico allora dominante pensava alle “Coop” come sportello ideale per acquistare anche pacchetti di gas domestico a prezzo concorrenziale, messi cortesemente a disposizione  dall’azienda cittadina del gas e dell’acqua con la collaborazione del Comune di Livorno. La crisi “della Coop” nasce probabilmente da qui, cioè da quando per inseguire un territorio che stava cambiando comunque forma e capacità di spesa (sempre più individualizzata come la propensione al risparmio negli strumenti finanziari ), “esce dalle mappe” delle convenzioni urbanistiche sottoscritte con la Giunta di riferimento con dimensioni crescenti e un’offerta sempre più diversificata e/o integrata da altri marchi. Se non attraverso la cessione del proprio marchio in franchising.

Gli errori livornesi. A Livorno, nel corso di questi ultimi 30 anni, complice l’iperfetazione delle superfici commerciali complementari all’edilizia residenziale, i grandi centri commerciali del sistema cooperativo si attestano ormai in prossimità delle Porte (A Mare e A Terra) e del fantomatico Nuovo Centro, teatro di un’operazione urbanistica e commerciale probabilmente sanguinosa per il conto economico dell’azienda Unicoop. A fare le spese di questa situazione, che è ovviamente figlia del tempo, ma anche dell’ottusità del management, sono ormai i supermercati di dimensione medio piccola, che la logica di mercato comprime fra la grande  distribuzione e l’offerta parcellare e selettiva dei discount. Questi ultimi, soprattutto nei quartieri periferici, si fanno ormai preferire se non per la qualità, almeno per i prezzi, a misura di portafogli sempre più vuoti. E quasi per incanto si candidano a diventare essi stessi i nuovi negozi di vicinato nel tempo della crisi del potere d’acquisto e dello stesso “sistema” coop, storicamente basato sul rapporto convenzionale fra consumo e risparmio. E’ quanto sta accadendo nel Quartiere Corea, dove presto in Via Mastacchi si abbatterà la mannaia del piano di ristrutturazione di Unicoop Tirreno. Un intervento in parte prevedibile, se solo consideriamo la difficile convivenza con il magazzino della Pam di Piazza Saragat, il marchio che a suo tempo la “politica” scelse come partner per condividere le urbanizzazioni (ancora in corso) dei contratti di quartiere (risanamento urbano) 1 e  2. Una ritirata strategica dai Quartieri Nord, che Unicoop Tirreno sta dirigendo per orientare ciò che rimane del proprio business nell’area del benessere labronico, ormai collocata tra Colline e La Rosa.

E sarà allora battaglia a colpi di scontrino e di aree di sosta quando sulla direttrice di Viale Petrarca, a pochi passi dal santuario Coop del Nuovo Centro, aprirà Esselunga (pare nel 2018), fiore all’occhiello della nuova governance politica a Cinque Stelle. Come dire, il mercato è saturo, ma gli attori sul campo, in attesa della ripresa, si moltiplicano sempre di più . È la politica, bellezza.

Franco Revelli

tratto dall’edizione cartacea di Senza Soste n.123 (febbraio 2017)

 

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