La storia dei voucher nel giorno della loro scomparsa “formale”

Il governo abolisce i voucher per evitare il referendum. Storia e utilizzo dello strumento più contestato dell’ultimo decennio

 

Tutti i governi dal 2003 ad oggi hanno varato leggi finalizzate all’allargamento dell’uso dei voucher a tutti i settori. Renzi poi ne ha confermato l’allargamento ed  ha alzato i limiti in perfetta continuazione con chi l’ha preceduto

voucher abolitoIl 19 aprile il Senato ha approvato con 140 sì, 49 no e 31 astenuti il decreto che abolisce i voucher e ripristina la responsabilità solidale negli appalti. Ciò farà venire meno la convocazione del referendum per l’abolizione dei buoni lavoro che era stato indetto per il 28 maggio. Quando il decreto entrerà in vigore i voucher non potranno più essere venduti, mentre quelli già acquistati potranno essere utilizzati solo fino alla fine del 2017. Non mancano già le polemiche perché dal momento dell’abolizione fino a fine anno rischia di esserci un vuoto normativo dove l’utilizzo dei voucher non è disciplinato e quindi soggetto a qualsiasi tipo di abuso.

Le polemche. Ma le polemiche non si esauriscono certo con il problema del vuoto legislativo. Nonostante i voucher rappresentino il simbolo dello sfruttamento, della precarietà e di un lavoro sempre più frammentato e mal pagato, c’è chi continua a difendere lo strumento dicendo, o meglio ripetendo ciò che dice Renzi, che i voucher servono per l’emersione del lavoro nero, servono alle famiglie e per tutti quei lavori accessori e occasionali che non presuppongono un rapporto di lavoro dipendente. Questa affermazione può essere anche in minima parte vera ma chi la fa omette coscientemente la misura del fenomeno perché tanto per fare un esempio, i voucher utilizzati dalle famiglie (cioè non dalle aziende) ammonta ad un misero 3%. La lotta contro i voucher invece è importante perché segna un punto di non ritorno, una risposta dovuta all’ennesimo attacco al mondo del lavoro, alla sua precarizzazione e svalutazione. Poi se ci sono casi specifici per cui serve uno strumento simile ai voucher, ci penserà il governo a disciplinarlo in futuro. Di sicuro i voucher rappresentano la goccia che ha fatto traboccare il vaso visto che le aziende possono già contare su parecchie tipologie contrattuali a tempo e flessibili. Ma facciamo parlare i fatti storici ed i numeri per capire meglio il contesto dove sono cresciuti i voucher.

La storia. Tutto è iniziato con la Legge Biagi (Maroni) del 2003. In base a questa legge, le persone pagate con i buoni lavoro “erano quelle a rischio di esclusione sociale o impiegate in attività sommerse o comunque non ancora entrate nel mercato del lavoro oppure in procinto di uscirne: disoccupati da oltre un anno, casalinghe, studenti, disabili in comunità di recupero, eccetera”. Ma i buoni lavoro non furono mai attivati e per vedere l’utilizzo dei buoni lavoro bisogna attendere il secondo governo Prodi nel 2008 che con un decreto legislativo li sperimentò per le vendemmie. Da qui è iniziato il progressivo allargamento di uno strumento che da marginale, eccezionale e circoscritto si è allargato a tutti i vari settori dell’economia, dal turismo fino a quelli produttivi. Pochi mesi dopo, il terzo governo Berlusconi ha infatti ampliato la lista dei settori che potevano utilizzarli: commercio, turismo, servizi, giardinaggio, pulizie, eventi e lavori domestici per le famiglie. Naturalmente il limite rimaneva sempre che doveva trattarsi di lavori che per la loro natura occasionale e accessoria non erano assistite da alcuna tutela previdenziale e assicurativa. Nel 2009 Berlusconi allargò anche agli enti locali la possibilità di uso dei buoni per “per attività di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti”. Fra il 2010 e il 2012 si allargò invece la platea dei venditori autorizzati di voucher: tabacchi, banche popolari e uffici postali. Nel 2012 con Monti presidente del consiglio e con la Legge Fornero veniva di fatto liberalizzato l’uso dei voucher a tutti i settori produttivi. Nel 2013 con il governo Letta invece cambiò il concetto stesso di lavoro accessorio togliendo l’accezione “di natura meramente occasionale”. Di fatto i voucher cambiavano natura e diventavano strumento che si avvicina sempre di più ad una tipologia di rapporto di lavoro standard senza però portare con sé diritti e contributi. Di fatto il limite più netto diventava il tetto di voucher che ogni lavoratore poteva raggiungere in un anno: 5000 euro con la Fornero di cui un massimo di 2000 euro da un singolo committente. Nel 2015 infine c’è stato il sigillo di Renzi che nel Jobs Act ha confermato che non serve l’occasionalità per usare i voucher ed ha alzato il tetto a 7000 euro. L’unico elemento di argine e controllo inserito è l’obbligo della procedura telematica per le imprese che tuttavia non sembra aver inciso molto su abuso, contestazioni, multe o controlli. Di fronte al crescente utilizzo dei voucher, ormai fuori controllo, nel 2016 Renzi ha inserito un altro strumento di controllo: la comunicazione obbligatoria da inviare almeno 60 minuti prima dell’utilizzo dei buoni lavoro.

I numeri. Nei primi 5 mesi di vita, da agosto a dicembre 2008, i buoni lavoro venduti furono 500.000. Nel 2014 dopo le varie trasformazioni volute da tutti i governi, i voucher venduti sono diventati 69 milioni. Nel 2015 i voucher venduti sono stati 88 milioni, pari a 47.000 lavoratori full time. L’ultimo dato, che è quello dei primi 9 mesi del 2016, dice invece che i voucher sono esplosi a 109 milioni con una proiezione che va quindi verso poco meno di 150 milioni annui. Il fenomeno si è talmente allargato che anche vari dirigenti INPS ed il presidente Boeri nel 2015 hanno iniziato a lanciare campanelli di allarme per un uso gigantesco ed un abuso che minava anche i conti dell’INPS stessa. Da strumento di emersione del nero in agricoltura stava diventando strumento di sostituzione del lavoro a termine in molti settori dell’economia.

Il rapporto INPS 2016. In un lungo e molto approfondito articolo del sito Valigiablu.it a cura di Angelo Romano e Andrea Zitelli è stato analizzato il rapporto INPS dell’ottobre 2016 (WorkINPS paper) sui voucher. Le conclusioni di questo rapporto sono state così riassunte in 5 punti principali: 1) Non sono le famiglie a ricorrere ai voucher ma le imprese, soprattutto di piccole dimensioni e con dipendenti, nel settore alberghiero e della ristorazione.  2) I voucher non sono un lavoretto che consente un’integrazione del reddito a chi ha già un lavoro full-time o a giovani che non sono ancora nel mercato del lavoro: “si tratta di una popolazione che per circa il 50% è attivamente presente sul mercato del lavoro muovendosi tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro a part time o indennità di disoccupazione; per l’altra metà risulta formata soprattutto da giovani cui si aggiungono donne in età centrale (non interessate o scoraggiate nella ricerca di altre collocazioni di lavoro) e pensionati”. In alcuni casi, i voucher sembrano essere stati individuati come lo strumento più semplice per pagare prestazioni di elevato contenuto professionale. 3) In molti casi, i buoni lavoro diventano una modalità per pagare tirocini presso aziende che poi si trasformano in forme contrattuali più strutturate: “circa un quarto dei prestatori, nel corso del medesimo anno, ha avuto rapporti di lavoro dipendente (quasi sempre a termine) o parasubordinato con lo stesso committente della prestazione occasionale”. 4) Per i dati a disposizione, i voucher non riescono a garantire compensi tali da poter consentire di maturare contributi ai fini della pensione.  5) Più che favorire l’emersione del lavoro nero, i voucher sembrano essere il segnale (tipo iceberg) di attività sommerse anche di dimensioni maggiori di quelle emerse. In altre parole, i buoni lavoro segnalano il nero che però rimane in gran parte sott’acqua. “L’intreccio tra voucher e lavoro nero si può sviluppare con due diverse modalità: a) ogni giornata di lavoro accessorio è “coperta” da almeno un voucher ma il compenso “ufficiale” – quello appunto regolato con voucher – è di molto inferiore a quello reale, poi integrato a nero; b) solo alcune giornate di lavoro sono “coperte” dai voucher (integralmente o parzialmente)”.

 

Franco Marino

tratto da Senza Soste cartaceo n.125 (aprile 2017) – aggiornamento al 22 aprile 2017

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