La telenovela del Luogo Pio

Il progetto di cementificare la Venezia è scongiurato, ma i danni li paga la collettività

piazza-del-luogo-pioQuella dell'”Isolato” di piazza del Luogo (Logo) Pio a Livorno, nel cuore dello splendido quartiere Venezia, è una storia che come sempre ha dell’incredibile, non tanto e non solo per i ripetuti cambiamenti di scenario, quanto per l’indeterminatezza delle soluzioni amministrative. L’ennesima attestazione di come la politica sconti la presunzione dell’autosufficienza quando è chiamata a decidere, se cambiano le carte in tavola, di fronte alla complessità del nodo tecnico amministrativo da sciogliere. Con un rumore di fondo, quello del “chi decide cosa”, che troppo spesso a Livorno è stato insonorizzato per consentire il maggiore spazio possibile alla estemporaneità di soluzioni molto strombazzate sulla stampa locale e in consessi protetti (vedi Effetto Venezia e Feste dell’Unità), ma debolmente condivise con i soggetti veramente interessati (i cittadini).

Il progetto Consabit

Da questo punto di vista Luogo (Logo) Pio è il precipitato storico di una serie di errori di cui il partner privato “scelto” nel 1995 per l’attuazione del primo progetto (quello meno impattante) e del secondo progetto (quello regolato dalle Varianti del 2006/2008  con i blocchi condominiali che apparivano e sparivano ad ogni votazione come in una sorta di “lego” istituzionale), appare solo in parte responsabile. Consabit, d’altra parte, si era proposta al Comune con una logica imprenditoriale che giocava d’anticipo sulle determinazioni comunali. La stessa che fece le fortune del primo Berlusconi ai tempi di Milano2 e che più tardi avrebbe generato disastri nel quartiere di Salviano2 nel quadro di una lottizzazione interamente privata. Il progetto edilizio, insomma, basato su un mix di ristrutturazioni e costruzioni anche suggestive, era in mano a chi dimostrava di essere in possesso di un certo numero di prenotazioni rispetto agli appartamenti da costruire. Più le prenotazioni crescevano, più la forza contrattuale del soggetto attuatore incideva nella carne viva del maxi-progetto.

Il pantano del Comune dal 1995

Il Comune, da parte sua, si sarebbe limitato ad urbanizzare l’area della piazza (per consentire la realizzazione del parcheggio ipogeo) e ad intervenire su specifici dettagli, quali ad esempio la mitica riapertura del fosso di viale Caprera, grazie alla copertura di un maxi finanziamento pubblico che fu richiesto dieci giorni dopo (il 07.01.1996) l’approvazione della delibera di Giunta Comunale (28.12.1995), riassuntiva dell’accordo pubblico privato tra Comune, Asem e Consabit. Questa gran corsa, fatta durante le vacanze natalizie “per non perdere il finanziamento” e con nessuna apertura all’esterno, fruttò comunque dopo circa un anno ben 12 miliardi di lire sui 31 richiesti. Al resto avrebbe provveduto il soggetto attuatore con urbanizzazioni a scomputo. Ne fece le spese un acrobatico progetto di bonifica del depuratore del Rivellino, che inizialmente, con Asem, faceva parte del programma delle opere da finanziare, ma che poi fu tagliato nel quadro di una rimodulazione generale dell’intervento. Con una parte di quei 12 miliardi il Comune, negli anni successivi, realizzerà motu proprio l’escavo del Fosso di viale Caprera (l’opera più inutile del mondo), senza peraltro pervenire mai al suo completamento. Sulla gestione residua di quel cospicuo finanziamento ministeriale (si parlò del restauro della chiesa del Luogo Pio, peraltro demaniale, ma senza fornire dettagli) nessuno (tra Comune e Circoscrizione) avrebbe mai chiesto una rendicontazione di convalida delle spese veramente effettuate. Né ricordiamo al riguardo severe campagne ispettive del Tirreno.

Volumi ammassati nella piazza

Intanto il quadro complessivo dell’operazione entrava in una fase nebulosa, almeno da quando, con il varo del regolamento Urbanistico del 1998 (tuttora vigente!) il Comune, a torto o a ragione, decise di eliminare la previsione edificatoria di scali delle Barchette, uno fra gli interventi convenzionati con Consabit e urbanisticamente a carico di quest’ultima. Ne seguì un contenzioso amministrativo (perso poi  dal soggetto attuatore), ma soprattutto la silenziosa trasposizione dei volumi convenzionati e non utilizzati nell’isolato contenitore della piazza e di viale Caprera. In sostanza, con la nuova stagione urbanistica promossa dal duo Gregotti-Cagnardi (tutt’oggi incredibilmente alla ribalta) e il sostegno unanime delle forze che si riconoscevano nell’allora nascente Ulivo, l’intera partita si trasferiva a carico del vecchio isolato di riqualificazione, dove l’edificato si sarebbe concentrato in modo impressionante con una forte compressione degli spazi di utilità pubblica.

La trasformazione del piano del 1995

Da lì in poi, dalla doppia Variante “redistributiva” Picchi-Cosimi del 2005-2008 fino ai protocolli ferragostani del duo Nogarin-Consabit del 2015-2016, il vecchio accordo del 1995 è stato trasformato in un serrato confronto sulla rimodulazione pubblico-privato delle opere di urbanizzazione dell’isolato  proiettata però, secondo lo schema dei protocolli Nogarin-Salvadorini, sulla compensazione dei diritti edificatori relativi a ben cinque blocchi residenziali che il soggetto attuatore, visto il nuovo quadro politico sopraggiunto nel 2014, avrebbe convenuto di delocalizzare in un’altra parte di città, almeno di quelli ricollocati sullo sfortunato isolato veneziano nel 2002 dal cosiddetto “Masterplan”.

Il masterplan del 2002 e il Museo della Città. Nel 2002, infatti, fu la volta del “Masterplan” dell’Architetto fiorentino Natalini, cui Consabit, dopo quella di  Landini della Lega Coop, affidò la seconda progettazione per rimodulare le condizioni di insediamento della piazza e delle zone limitrofe. Ancora una volta il Comune di Livorno sarebbe apparso ancillare rispetto all’iniziativa della Coop, che pure espose il progetto ovunque tra i peana di molti di coloro che poi l’avrebbero contestato in Consiglio Comunale oltre ai gruppi di opposizione Rifondazione, Verdi e Città Diversa. Natalini da parte sua non si limitò a prevedere la redistribuzione di un numero impressionante di edifici, ma introdusse il tema dell’Urban Center (poi accantonato) e soprattutto del Museo della Città che poi avrà modo di progettare, guarda caso, in una fase successiva (2008-2010) con i finanziamenti euro-regionali del Piuss. Lo fece per temperare la densità edilizia ritrovata del quartiere veneziano cercando di assicurare l’interesse pubblico dell’operazione con un lieve incremento dell’area che sarebbe stata messa a disposizione del Comune per l’utilità sociale.

La situazione attuale e gli “scambi” con il Comune

Per ora la storia finisce qui. Resta da dire che nel frattempo l’aggravarsi della crisi economica cittadina e i tempi biblici della politica comunale hanno indotto molti nuclei familiari che a suo tempo avevano “scommesso”, tramite Consabit, sul ripopolamento della Venezia, ad abbandonare il credito dei propri appartamenti o ad esercitare opzioni diverse. Resterà probabilmente un solo palazzo di sei piani, per 2580 metri quadri complessivi (rispetto agli oltre 11 mila del progetto originario) a ridosso del Museo della Città (Bottini dell’Olio) e a filo della Chiesa del Luogo (Logo) Pio. Il Comune da parte sua dovrebbe rientrare in possesso di 1200 metri quadri dell’area del Refugio dove storicamente Consabit avrebbe dovuto realizzare una decina di appartamenti. In cambio Consabit riceverà dal Comune una serie di immobili inseriti nel processo di alienazione. Come dire, ancora una volta è la città, con il suo patrimonio, a doversi fare carico degli errori della sua classe politica.

Franco Revelli

Pubblicato sul numero 120 (novembre 2016) dell’edizione cartacea di Senza Soste

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