La Turchia perseguita i Curdi da entrambi i lati del confine

Vi proponiamo la traduzione in italiano di un articolo di Giacomo Sini, pubblicato sul giornale finlandese Kansan Uutiset

articolo di Giacomo Sini, tratto da Kansan Uutiset: parte 1parte 2

I curdi sono una popolazione di circa 30 milioni di persone che vive su un territorio diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria e che da secoli – tra esodi, persecuzioni, guerre e accuse di terrorismo – non è mai riuscita a vivere dentro i confini di uno stato creato da curdi.
Le prime informazioni scritte su di loro risalgono al VII secolo dopo Cristo in una poesia a sfondo religioso che testimonia la loro conversione all’Islam. Tra il 1169 e il 1250 una dinastia curda (che ebbe in Saladino l’esponente più celebre) regnò in tutto il Medio Oriente musulmano. Alla metà del Cinquecento i curdi si allearono poi con il sultano ottomano contro la Persia e in quell’occasione Selim il Crudele si impegnò a riconoscere uno Stato curdo.

Promessa vana visto che poco tempo dopo, il Kurdistan venne diviso tra ottomani e persiani. Nel XIX secolo anche il resto del territorio curdo passò sotto gli ottomani che nei primi del ‘900 cominciarono una politica repressiva nei confronti dei suoi abitanti.

Alla fine della Prima guerra mondiale – che determinò tra le altre cose – la disfatta dell’impero ottomano, il trattato di Sevres (1920) stabilì il diritto alla nascita di uno Stato curdo nelle province orientali dell’Anatolia. Tuttavia, tre anni dopo, un nuovo accordo tra le principali potenze del tempo stilato a Losanna, divise il territorio abitato dai curdi tra quattro Stati, assegnandone alla Turchia la maggior parte: una decisione che provocò varie sollevazioni, sfociando in oltre 15 anni di rivolte contro Ankara e Teheran. Nel 1937 venne infine sancita la definitiva spartizione del Kurdistan con un trattato tra Turchia, Iraq, Iran e Afghanistan, che prevedeva anche un coordinamento della lotta contro l’irredentismo curdo. Nel 1945 fu poi l’URSS a dichiararsi favorevole alla nascita di una repubblica popolare curda in Iran. Un anno dopo, al ritiro delle truppe sovietiche, tuttavia il sogno si infranse nuovamente con la riconquista della regione da parte dello scià.
Nel settembre 1961 cominciano le prime azioni di insurrezione armata, che proseguono poi negli anni Settanta sia contro la Persia che contro l’Iraq, ma anche in Turchia, con le dovute differenze politiche e tattiche tra i vari gruppi che propongono soluzioni di autonomia per il popolo curdo. E’ proprio in Anatolia che negli anni settanta nacque una delle formazioni fortemente osteggiata dagli stati nei quali oggi vive la popolazione curda: il Partito Dei Lavoratori Del Kurdistan, (PKK). Il suo leader dal 1999 si trova incarcerato ed in isolamento nel carcere turco di Imrali sulle coste del Mar Egeo. La sua linea politica, in passato Marxista Leninista, oggi propone mediante l’ideologia del “confederalismo democratico”, un’organizzazione della società senza l’esistenza reale di uno stato centrale. Un modello plurale e basato sull’autonomia di vari concili locali liberamente federati all’interno di una più ampia confederazione.
Durante la guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), i curdi sono stati tra le principali vittime del conflitto.  In quell’occasione l’Iraq si distinse per l’utilizzo di armi chimiche per riprendere il controllo del nord del Paese, provocando l’esodo di migliaia di curdi in Turchia. Dopo la Guerra del Golfo, l’ONU creò infine un’area di sicurezza a nord dell’Iraq nel quale oggi si è consolidato «de facto» uno Stato curdo.

Ma una delle esperienze di autonomia unica nella storiografia delle battaglie per l’autodeterminazione del popolo curdo e di varie minoranze che vivono a cavallo tra l’Anatolia e la Persia è certamente quella che si è creata nel nord della Siria a partire dal 2012; qua, a causa della guerra civile scoppiata nel Paese con la frammentazione del conflitto, le forze governative della Repubblica Araba Siriana di Assad si sono ritirate quasi completamente da tre aree abitate dai curdi. E’ in quel frangente che è nato l’esperimento politico basato sul confederalismo democratico di un’ entità autogestionaria – ma non riconosciuta da Damasco – suddivisa in tre aree autonome non contigue (Afrin, Cizre o Jazira e Kobane) e retta da una «modello d’organizzazione multiculturale, antimonopolistico ed orientato al consenso» con il femminismo e l’ecologismo quali pilastri centrali. Entità da sempre osteggiata dalla Turchia, contraria alla sua affermazione lungo la sua frontiera sud orientale a maggioranza curda e che dal 2014 ha iniziato a combatterla mediante azioni più concrete.

Combattimento che ha subito un’impennata nel mese di Gennaio con l’operazione «Ramoscello d’ulivo» con cui Erdogan, con il pretesto di combattere quello che dalla Turchia è chiamato “terrorismo curdo”, ha invaso l’area di Afrin così da bloccare ogni avanzamento politico e sociale dell’esperienza in Rojava.
Che le autorità turche non abbiano mai visto di buon occhio la questione curda è storia comunque risaputa. Negli ultimi tre anni, però, la situazione dei curdi nella Repubblica Turca è nettamente peggiorata in virtù anche dei successi militari e politici dei curdi nel Nord della Syria. Trionfi che hanno anche risollevato tra la popolazione curda che vive in Turchia quella voglia di autodeterminazione che il Governo centrale, nonostante innumerevoli repressioni, non è mai riuscita a scalfire.

Anzi, a seguito delle accuse di supporto a vari gruppi jihadisti in chiave anti-curda mosse al Governo di Erdogan, in alcune città del sud est del Paese a ridosso con il confine siriano, dei gruppi solidali con il «modello Rojava» hanno dichiarato l’autonomia democratica delle loro aree tra il 2015 ed il 2016. La risposta turca non si è fatta attendere, con una feroce repressione, che ha aperto un fronte di guerra interno, con lo schieramento di carri armati e l’utilizzo di artiglieria pesante che, stando ai dati forniti dall’ «International Crisis Group», ha provocato la morte di quasi 3.000 persone, soprattutto civili, negli ultimi due anni.

In quel periodo migliaia di persone, già fuggite dalla guerra civile in Syria verso i territori controllati dai curdi, accompagnati anche da alcuni Yazidi provenienti dall’Iraq aiutati da quelli già presenti ad Afrin, ebbero già a che fare con l’atteggiamento repressivo dell’esercito turco schierato in massa sul confine Turco-Siriano.
Seduta su di una panchina nel centro di una città sul confine turco-siriano Jasmina*,  giovane ragazza curda ritrovatasi in Turchia per fuggire dalle Milizie IS nel 2015, racconta così la sua odissea.
“Abitavo a Raqqa con la mia famiglia e quando le milizie dell’ISIS sono entrate in città, insieme ad altri membri della famiglia siamo riusciti a fuggire e recarci a Kobane. Solo una sorella è rimasta in città”, poi continua, “abbiamo vissuto a Kobane in pace per un breve periodo, poi i miliziani dello Stato Islamico sono arrivati anche qua, non ci potevamo credere”.
Le milizie ISIS, dopo aver portato avanti una campagna di conquista in Syria e nel nord dell’Iraq, sono arrivate nei territori del Rojava tra il 2014 ed il 2015, conquistando anche alcune postazioni di confine con la Turchia, creando una situazione disastrosa per le popolazioni che vivevano in un territorio relativamente più tranquillo rispetto al resto della Syria.
“Ci siamo riversati verso la linea di confine con la Turchia insieme ad altre migliaia di persone. L’ISIS attaccava da Sud, i combattimenti erano pesanti ma i militari turchi non ci permettevano di passare all’inizio. Molte persone che hanno tentato in quei giorni di passare, forzando le barriere, venivano colpiti a vista. Era una situazione terribile”.  Jasmina racconta inoltre che solamente dopo alcune notti passate al freddo sulla linea di confine, le autorità turche aprirono il confine. “C’erano migliaia di persone in difficoltà e gran parte dell’attenzione mediatica internazionale era focalizzata sulla situazione in quei territori, non potevano continuare a lasciar morire le persone in quelle condizioni. L’ISIS ci aveva quasi raggiunto, se non fosse stato per la fiera resistenza delle milizie curde e per l’aiuto che ci è stato fornito da attivisti curdi, turchi ed internazionali, saremmo morti sotto i colpi dei jihadisti e l’indifferenza della Turchia”, conclude Jasmina.
In quei mesi disastrosi migliaia di attivisti per i diritti umani, militanti politici di varie organizzazioni curde e turche della sinistra rivoluzionaria, si recarono in massa sulla linea di confine, organizzando catene umane lungo gran parte del territorio per permettere ad un buon numero di profughi di fuggire dai territori assediati. La reazione dell’esercito turco e della polizia militare fu violenta.
Azad*, militante politico di un’organizzazione giovanile curda, tra un sorso di Thè e l’altro bevuto all’interno di una sala da thè di Dyarbakir, racconta:
– “Ci eravamo recati in massa lungo il confine per dare un aiuto concreto alle popolazioni in fuga, non ci fidavamo di come le autorità turche operassero sulla linea di confine. Volevamo essere presenti perché arrivavano notizie da parte di locali sul fatto che la polizia e l’esercito turco stessero addirittura sparando sulle persone in fuga, lasciando le persone in balia degli agguati di ISIS”.

Poi continua, “appena arrivati nelle zone in migliaia, la polizia turca ci ha attaccati con gas lacrimogeni e sparando qualche colpo. Un’attivista è rimasta uccisa nel tentare di attraversare il confine per aprire una breccia sul filo spinato in modo da far scappare più persone possibili, non lo dimenticherò mai”.
Azad descrive nei dettagli come, nonostante tali azioni repressive, le migliaia di attivisti ed attiviste non si fossero arresi, decidendo con l’aiuto della popolazione locale di insediarsi in vari villaggi di confine senza che le autorità turche potessero fermare lo sviluppo dei processi di solidarietà ormai ben consolidati. La repressione iniziale non ebbe la meglio conoscendo un periodo di arresto, anche grazie al fatto che l’attenzione mediatica internazionale sul posto fosse troppo alta. “Creammo una potentissima macchina di aiuti autogestita  per le popolazioni in fuga, grazie anche al supporti delle municipalità curde locali. Raccoglievamo beni di prima necessità ogni giorno dalle città più grandi sul confine e le portavamo nei villaggi per poterle distribuire a chi fuggiva dal Rojava”.
Sulla linea di confine tra Turchia e Syria tra il 2014 ed il 2016 vennero costruiti decine di campi profughi autogestiti a maggioranza curdi, grazie ai finanziamenti delle Municipalità locali ed all’aiuto degli attivisti. La Turchia invece ha provveduto a costruirne di suoi vietandone all’interno l’utilizzo della lingua curda ed approvando l’ utilizzo dell’arabo ed il turco come lingue ufficiali per le comunicazioni e per l’insegnamento nelle strutture scolastiche provvisorie. “Il governo turco ha millantato di essere in prima linea negli aiuti alle popolazioni in fuga dal Rojava, ma probabilmente si è dimenticato già dalle azioni repressive nei confronti di chi fuggiva e di chi è venuto ad aiutare, soprattutto nei primi giorni d’emergenza tra il 2014 ed il 2015. Che dire poi dell’aiuto fornito ai miliziani Jihadisti di varie formazioni ed anche dell’ISIS??”, prosegue Azad. Poi con la voce strozzata dalla rabbia conclude “L’attacco di ISIS al Rojava ha rappresentato per il governo Turco una chiave di svolta per poter arginare l’espandersi delle milizie curde sul territorio di confine, appoggiando silenziosamente l’avanzata dei jihadisti. Ma il governo non ha fatto i conti con la resistenza. Sono decine di anni che i governi turchi cercano di piegare la resistenza curda! non ci sono mai riusciti, né da soli né con i loro alleati ufficiali ed <ufficiosi>”.
Lungo tutta la linea di confine sono molte le testimonianze degli ultimi anni che parlano di un manifesto appoggio da parte della Turchia a svariati gruppi jihadisti in chiave anti-curda. Sul tetto di una moschea che volge il proprio sguardo verso il Rojava, un uomo sulla cinquantina racconta come spesso di notte avesse visto movimenti non proprio chiari tra turchi e jihadisti, nelle zone confinanti con i territori sottratti dall’ISIS alle milizie curde ed alle autorità della Repubblica Araba Siriana. “Non è complottismo, ho visto chiaramente un buon numero di soggetti con barba e capelli lunghi attraversare il confine indisturbati in questi ultimi anni in direzione siriana. Oggi non più, per via anche della fuga di ISIS dal nord della Syria e per l’invasione turca proprio in tali aree. Per anni però la bandiera nera di ISIS ha svettato aldilà del confine senza che la Turchia muovesse un dito. C’era un continuo passaggio di camion tra i due territori, solo ciò significa che i rapporti tra le due aree non fossero così conflittuali”.
Oggi tutte le attività di solidarietà autogestite sono state completamente eliminate dalle autorità turche, smantellando i campi tende autogestiti ed eliminando quanto creato dai curdi nel sud est anatolico. Inoltre negli ultimi tre anni il governo turco ha portato avanti  una violenta campagna militare nel sud est del paese radendo al suolo zone storiche di alcune città ed isolando villaggi interi, giustificando il tutto come guerra ai combattenti del PKK, considerati dalla Turchia come gruppo terrorista.

Adham, ragazzo curdo ed attivista per i diritti umani in Turchia, spiega seduto su di una panchina di un parco di una città non lontana dal confine con il Rojava, che “adesso la repressione è tornata più violenta di quella di anni addietro. Dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016, Erdogan ha dichiarato lo stato di emergenza, consentendo al suo Partito della Giustizia e della Libertà (AKP) di aggirare il Parlamento e governare per decreto”. E continua, “La repressione post-golpe, si è trasformata in una caccia alle streghe per colpire tutte le opposizioni, soprattutto noi curdi”.

Adham era solito frequentare il Centro Culturale curdo «Amara» di Suruç, città lungo il confine turco-siriano, dove nel luglio del 2015 trentatré giovani attivisti per la ricostruzione della città distrutta di Kobane vennero uccisi da una bomba a grappolo, fatta detonare da un attentatore suicida che secondo le indagini ufficiali, era affiliato ad ISIS . “Il responsabile dell’attacco fu l’AKP, l’attentato, infatti, non avrebbe potuto aver luogo senza l’assistenza dello Stato”, è sua opinione. “La solidarietà unitaria di genti turche e curde lungo questa linea di confine ha sempre fatto paura alla Turchia che invece tende a voler rimarcare l’identità turca”, rincalza con rabbia Mohammad, un amico di Adham, che ci spiega come sulla base di una serie di decreti di emergenza emanati a partire da luglio 2015, decine di organizzazioni , associazioni, scuole di lingue e istituzioni culturalicurde sono state chiuse. Tra queste anche il Centro Culturale Amara che con la scusante dei controlli antiterrorismo è stato sottoposto a restrizioni pesanti e riempito di telecamere e microfoni per monitorarne le attività. In tutta la regione a ridosso del confine siriano, il Governo di Ankara ha poi rimosso i sindaci eletti di oltre 90 municipi curdi, sostituendoli con «amministratori». Inoltre miglaia di militanti della sinistra rivoluzionaria turca e curda e decine di politici filocurdi sono stati arrestati per accuse di terrorismo, tra questi anche i copresidenti del Partito Democratico Dei Popoli (HDP) – che unisce forze filocurde e forze di sinistra della Turchia – Dermitas e Yuksendag.

Negli ultimi giorni a finire del mirino delle autorità turche è stata anche la neocopresidente Pervin Buldan e il suo collega Sirri Surreya Onder, «rei» di aver criticato l’aggressione di Ankara al cantone curdo di Afrin con l’operazione «Ramoscello d’ulivo». Durante il recente congresso del partito Buldan ha infatti dichiarato:
– “Rinunciate alle politiche di guerra che portano a dolore e distruzione. La soluzione non è combattere, ma è la pace”. Una dichiarazione costatale l’apertura di un’indagine nei suoi confronti per propaganda terroristica e per «aver istigato risentimenti ed inimicizia».
La lotta del regime di Erdogan contro i curdi, insomma, si fa ogni giorno più dura e non solo all’interno dei confini nazionali, ma anche in territorio siriano dove, l’obiettivo dichiarato del presidente Recep Tayip Erdogan è spazzare

via la presenza delle milizie curdosiriane (YPG) sia dal cantone di Afrin, sia da tutte le altre zone settentrionali del Paese a ridosso della sua frontiera. Secondo Emre, giovane curdo di Dyarbakir che ha vissuto a lungo nelle zone di confine con il Rojava, tuttavia l’obiettivo del presidente turco è molto più ampio. “Con l’operazione che ha intrapreso sul territorio siriano e la repressione fortissima nelle zone a maggioranza curde nel sud est della Turchia, Erdogan non vuole semplicemente porre fine ed isolare una volta per tutte il movimento politico curdo e impedire il rafforzamento di un’entità autonoma curda a ridosso del suo confine, ma sta cercando di distruggere una volta per tutte l’ampia cultura curda nella regione, in modo da bloccare qualsiasi rivendicazione, presente e futura del nostro popolo”.

 

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