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Intervento: Non violenza: una teoria conservatrice

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I fautori della non violenza assumono questa categoria come un concetto di valore e di senso essenzialmente positivo; però se osserviamo bene il concetto di non violenza è un’astrazione generica che non ci dice nulla su ciò in cui positivamente consiste la moralità della prassi, cioè non ci indica come l’iniziativa umana debba rapportarsi a situazioni storiche caratterizzate dallo sfruttamento selvaggio di uomini e donne, dal razzismo, dalla dittatura (cui ci hanno abituato non solo i “tradizionali” regimi reazionari, ma anche numerosi sistemi che di democratico hanno solo la facciata), dal saccheggio indiscriminato delle risorse o ancora dalla fame, dalla miseria, dalla disoccupazione di massa.
Basta riflettere attentamente anche solo su uno degli aspetti, che ho appena ricordato a titolo esemplificativo, per rendersi conto che la non violenza, proprio in quanto precetto negativo, non può costituire né un progetto di valori e neanche una tecnica di liberazione dalle situazioni disumane che si manifestano storicamente.
La riprova di questo ci è data dal fatto che certi apostoli della non violenza per realizzare fini etici quali la libertà e l’indipendenza furono costretti a usare la violenza. Emblematico in passato fu il caso della scelta del metodo della violenza da parte del discepolo di Gandhi, Pandit Nehru. Questi, di fronte al rifiuto del governo portoghese di lasciare Goa (20 agosto 1955) non esitò ad usare la forza, cacciando manu militari i portoghesi.
Proprio il fatto che i fautori della non violenza, per sbloccare determinate situazioni storiche, sono costretti a ricorrere alla violenza dimostra che il rapporto tra violenza e non violenza e il problema della congruenza tra mezzi e fini non vanno assunti astrattamente, al di fuori di ogni connessione con l’esperienza storica, politica e culturale, con la pretesa di valere come paradigma per l’azione.
Ai paladini della non violenza, a partire da Capitini. tanto citato da Starboom (Mi riferisco all’articolo “La non-violenza non è egalitarismo e obbedienza”, in Senza Soste n. 65, p.3) sfuggono i tratti caratterizzanti della realtà in cui viviamo; essi elevano la tecnica (non violenta) a strategia politica perché incapaci di far fronte alla concreta problematica storica che, nella società in cui viviamo ci mette di fronte alle contraddizioni della società capitalistica.

In essa la borghesia, costruendo il proprio concreto mondo capitalista, provoca davanti a sé l’antitesi del proletariato e in tale antitesi esso si riconosce come classe e afferma e valuta la lotta contro la borghesia non come conflitto incidentale, ma come affermarsi della sua universalità che si risolve in una rinnovata struttura storica. Sorge qui il concetto dialettico della dittatura del proletariato e della società senza classi come nuovo ciclo storico. Il non tener conto della dialettica capitalista come il piano d’intellegibilità della problematica storica porta l’ideologia della non violenza a scivolare sul terreno di un’impostazione moralistica (moralistica perché lascia intatta la contraddizione capitalistica, causa principale di tutti i mali storici dell’età borghese).
La strategia proposta da  Capitini, e riproposta nel passo citato da Starboom, consiste nel “fondare una prospettiva diversa”, nella proclamazione di un’alterità vuota di contenuto e, proprio per questo, incapace di progettualità trasformatrice e quindi conservatrice della dialettica capitalistica e ad essa subalterna.
Tale schema non coglie la problematicità concreta e complessa della realtà storica, mistifica la dialettica reale che condiziona tutto il processo storico della società borghese e  si rivela uno schema teoretico fuorviante sia per l’analisi che per la pratica politica, cioè - a dispetto delle buone intenzioni enunciate da  Starboom - per “contribuire concretamente  a modificare gli attuali rapporti di forza”.
La via della non violenza si rivela la via dell’evasione dall’impegno eticamente costruttivo di una nuova società libera dalle strutture e dalle sovrastrutture capitalistiche e dalla dialettica di classe che ne governa lo sviluppo storico. Pensiamo alla esperienza tanto esaltata, in anni recenti, dello zapatismo. Tale esperienza ha avuto il suo limite etico nel fatto che non vivendo lo sfruttamento in  modo radicale, non si è posta come un nuovo soggetto universale, un nuovo soggetto etico costruttivo di una nuova vita morale, di una nuova società anticapitalistica cioè nel fatto che nella sua azione concreta di lotta e di ribellione è stata assente la questione del potere, mentre era presente il motivo corporativo di uno spazio di sopravvivenza. La lotta zapatista è stata il campo del compromesso, è stato un atto di ribellione conservatrice del capitalismo e delle sue sovrastrutture, da qui l’indifferenza verso la questione della costruzione di una nuova persona e di una nuova comunità.

L’odierna  ideologia della non violenza costituisce un passo indietro rispetto all’utopismo storico del socialismo utopistico premarxiano; in quest’ultimo caso la cultura socialista, accentrandosi sull’esasperarsi della problematicità storica, conseguente all’avvento del capitalismo industriale, creava utopie che avevano senso pragmatico sia di aderenza ai problemi economico-sociali che a mano a mano affioravano nella prima metà dell’800 sia di ricerca dei mezzi e delle forme concrete di realizzazione dello schema utopistico nella storia (es. i falansteri fourieristi). Al contrario, l’ideologia della non violenza non può che scivolare, come fa anche  Starboom, verso affermazioni tanto astratte quanto tautologiche (es.”la non violenza ha chiaro […] che ogni ordine, ogni forma, ogni misura sono riduttivi rispetto alla vita e agli esseri viventi”).
“Solidarietà e giustizia sociale”, - scrive Starboom - da coniugarsi con la “legalità” cioè entro il mondo capitalistico;  così facendo crea un’utopia liberatrice d’evasione dalla realtà storica che rimuove il problema del superamento delle forme sociali basate sullo sfruttamento e sull’alienazione e della costruzione di una società realmente alternativa a quella esistente, una società socialista.
All’ideologia della non violenza sfugge, che la vita morale è un processo che si svolge non nell’olimpo di un utopica “legalità più avanzata” ma attraverso tensioni e conflitti oggettivi ed è in questo contesto concreto che va posto ed affrontato il problema dei mezzi e dei fini e il problema della violenza.

Il concetto di violenza

Detto questo passiamo ad analizzare in concreto il concetto di violenza e le sue implicazioni. In primo luogo va precisato che  i comunisti non sono mai stati propagandisti della violenza in quanto tale. Nessun fine giustifica la violenza come mezzo e tanto meno la violenza si giustifica come fine a se stessa; la violenza, in linea di principio, non è un atto costruttivo di eticità perché essa non è un atto risolutivo del problema della costruzione della persona e della comunità e dell’accordo della libertà della persona e dell’armonia della società.
Di violenza si può parlare in due sensi: violenza è infatti l’ordine costituito quando incatena e reprime le nuove energie (la storia d’Italia da Portella delle Ginestre a Scelba, da Gladio alle stragi, fino alle forme più raffinate di omologazione culturale ne è una chiara conferma). Violente sono le nuove energie quando distruggono le vecchie strutture etiche.

La violenza connessa all’atto rivoluzionario nasce dalle condizioni di fatto della società capitalistica in quanto tende a distruggere una società disumana come è quella di classe, per creare una società più umana, basata sulla solidarietà e sulla libertà; essa ha una portata umanizzante ed emancipatrice e trova nella nuova società non la sua giustificazione (il machiavellico fine che giustifica i mezzi) ma il suo inveramento dialettico.
Contrariamente alla violenza conservatrice che per sua stessa natura rimarrà sempre negazione della realtà etica, cioè non trapasserà mai dialetticamente nella solidarietà e nella libertà, la violenza rivoluzionaria, in quanto è di per sé emancipatrice, creatrice di una nuova e più ricca realtà etica, è la sola a passare dialetticamente nella solidarietà e nella libertà.
Di conseguenza l’etica rivoluzionaria marxiana respinge come antistoricismo sia il machiavellismo sia il moralismo perché entrambi distinguono astrattamente i mezzi e il fine assumendo quest’ultimo come ordine morale ideale, come un regno dei fini. Perciò essa respinge sia la tesi che il fine giustifica i mezzi (o i mezzi si giustificano nel fine) sia la tesi che il fine si adatta i mezzi; va respinta, di conseguenza, l’astratta distinzione tra violenza, ossia l’assoluto regno dei mezzi e utopia ossia l’assoluta dignità del fine. La questione del rapporto mezzi-fini trova la sua soluzione nella vivente moralità dell’azione rivoluzionaria in quanto atto eticamente costruttivo che porta mezzi e fine sul piano morale e in esso assume la responsabilità di fondarli e svilupparli.

L’eticità dell’atto rivoluzionario

L’azione rivoluzionaria è etica in quanto si radica in interessi concreti in lotta con altri (condizione necessaria) senza pretendere di superarli o risolverli astrattamente in una intenzione di universalità e li innesta nella storia come momento della sua dialettica e li porta ad agire in senso storicamente universale (condizione sufficiente); è il momento in cui il particolare si fa universale, si universalizza. L’universale non si ipostatizza, non diventa un assoluto, ma rimane storico, aperto, altrimenti l’universale chiuderebbe la storia, mentre invece il comunismo chiude la preistoria dell’umanità e apre la storia (a differenza della non violenza che chiude la storia in quanto, nel corso della sua riflessione teoretica, non ha elaborato alcuna soluzione per il superamento della situazione politica che ha caratterizzato il secolo passato e caratterizza anche questo: il capitalismo).

La classe lavoratrice nella sua lotta contro l’alienazione capitalista acquista coscienza di sé (coscienza di classe) cioè coscienza  della problematica storica in cui vive e di essere la sola forza risolutrice della contraddizione sociale.
La coscienza di classe è perciò una cosa sola con la lotta di classe e questa è una cosa sola con la coscienza di essere un nuovo soggetto etico  universalmente costruttivo, cioè una forza universale per la creazione di una società senza classi, più umana (la società comunista) apertamente progressiva, cioè una forza di ricostruzione civile e umana.
L’azione rivoluzionaria della classe lavoratrice, proprio in quanto rivoluzionaria è azione di liberazione dei nuovi strumenti di civiltà da un sistema sociale di oppressione e azione di creazione di un nuovo ordinamento sociale liberamente progressivo, cioè di ricostruzione sociale.

Il carattere conservatore della non violenza

Questa verità sfugge agli intellettuali e ai politicanti che,  non ponendosi sul terreno della dialettica storica come dialettica di classe, hanno scelto la non violenza come strumento esclusivo della loro teoria e della loro azione politica. I risultati di quest’impostazione sono due: la non violenza mentre da un lato porta alla neutralizzazione dello slancio delle forze nuove, dall’altro non riesce a scalfire la violenza delle forze conservatrici, anzi liquidando tutto il filone di sviluppo del pensiero marxiano che ha in Lenin la sua espressione più alta, rafforza oggettivamente le forze conservatrici  anticomuniste che legano la loro sopravvivenza alla distruzione del pensiero politico di Marx e di Lenin.
Politicanti alla Bertinotti o alla Vendola che sostengono dogmaticamente la non violenza sono oggettivamente conservatori della violenza conservatrice; Capitini (e oggi Starboom) non segnano alcuna discontinuità con essi e, non ponendosi sul terreno della dialettica di classe, non possono che accettare – ieri come oggi - l’assetto sociale esistente e predicare moralisticamente. Si tratta di un moralismo dell’anima bella che non serve ai lavoratori e alle masse sfruttate e immiserite dal sistema capitalista in Italia e nel mondo, che riduce le concrete esigenze di emancipazione delle forze oppresse ad aspirazioni generiche (ad esempio l’altro mercato, il commercio equo e solidale); che impedisce di comprendere che solo il marxismo è conseguente contro l’ideologia della violenza perché lotta per abolirne la causa: la divisione della società in classi.

Concetto Solano

10 febbraio 2012

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