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Movimento 5 stelle: perchè ne' destra e ne' sinistra

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La sorprendente, almeno nei numeri, affermazione del Movimento 5 Stelle alle recenti elezioni amministrative, ha riaperto il dibattito su quale sia la corretta collocazione di questa formazione all’interno dello spazio politico. Molti commentatori hanno sostenuto, con il programma del Movimento di Beppe Grillo alla mano, tesi tra di loro contrastanti. Quasi tutti però, hanno tentato di rispondere (più che rispondere direi “dire”) se ci trovassimo (troviamo) di fronte ad una forza di “destra” o di “sinistra”. Personalmente ritengo che il principale limite di una simile operazione sia la mancata chiarificazione del significato di questi due termini. Riproponendo la classica teoria di Lipset e Rokkan, secondo la quale i partiti politici presenti nei diversi Paesi riflettono fratture sociali storicamente presenti in essi, possiamo evidenziare come a partire dalla rivoluzione industriale si sia determinata una contrapposizione tra il capitale ed il lavoro. La centralità assunta da questo conflitto nella totalità dei Paesi europei, ha quindi favorito la rappresentazione dello spazio politico come sostanzialmente unidimensionale, con la competizione partitica incentrata sulle preferenze espresse dalle forze politiche in merito alle misure da adottare in campo economico. La dicotomia destra-sinistra nasce proprio da qui: dalla vicinanza/lontananza dei vari soggetti politici alle istanze degli imprenditori industriali da un lato e della classe operaia dall’altro. In particolar modo, la formazione di una serie di sindacati dei lavoratori e il successivo sviluppo di partiti socialisti su scala nazionale, fu determinato dal sentimento di estraniazione, sociale e culturale, che i lavoratori agricoli e soprattutto il proletariato urbano nutrivano nei confronti dei proprietari e degli industriali. Ciò è stato determinato da numerosi fattori, i più rilevanti dei quali devono essere considerati:
a) la persistente esclusione dei lavoratori dalla vita politica;
b) le misere condizioni salariali alle quali erano costretti;
c) l’impossibilità di un accesso libero al sistema educativo;
d) la certezza da parte degli strati meno abbienti della popolazione di trovarsi di fronte ad un sistema altamente discriminatorio sulla base delle condizioni di nascita.
Tuttavia, se una simile introduzione è importante per comprendere la genesi dei partiti classisti e render conto della nascita, o dei cambiamenti programmatici, delle forze liberali e conservatrici, i profondi cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni sulla scena politico-economica rende (rendono) diramante avanzare alcune riflessioni. I miglioramenti delle condizioni materiali di esistenza per la maggioranza delle classi subalterne, l’introduzione di un welfare inclusivo e tendenzialmente universale, la terziarizzazione dell’economia, hanno reso la classe operaia decisamente meno omogenea (per aspettative, tensioni ideali, stili di vita) di quanto non fosse stato in passato. I vari soggetti politici, indubbiamente influenzati dai cambiamenti agenti nella società, hanno quindi adottato una convergenza programmatica di fondo in campo economico. Segno evidente di questo fenomeno è stata l’accusa incrociata che si sono lanciati nel corso della campagna elettorale del 2008 i due principali competitori: Pd e Pdl hanno infatti denunciato il plagio del proprio programma elettorale da parte degli avversari. Inoltre, si deve evidenziare come la lunga fase di crescita economica e relativa pace internazionale vissuta nel mondo Occidentale tra la fine della seconda guerra mondiale ed il primo shock petrolifero (1973), abbia avviato quella “rivoluzione silenziosa” nelle culture politiche di questi Paesi descritta da Ronald Inglehart e destinata a rovesciare la gerarchia delle priorità valoriali delle nuove generazioni. Queste, la cui esperienza esistenziale è maturata in un contesto di potenzialità, di aspettative, di regimi di vita quotidiana e di possibilità di accesso al consumo che i loro genitori non avevano mai conosciuto, hanno cominciato a percepire il benessere economico e la sicurezza individuale e collettiva come problemi effimeri, o comunque secondari. Tutto ciò ha anche permesso di accrescere l’interesse in seno alla società verso tematiche connesse alla qualità della vita in tutte le possibili sfumature: dalla tutela dell’ambiente alla libertà nelle scelte comportamentali di ciascun individuo. Riassumendo possiamo quindi sottolineare come l’unidimensionalità dello spazio politico, rappresentata attraverso la dicotomia di natura economica e matrice ideologica destra-sinistra, debba oggi essere considerata non più in grado di descrivere la complessità della competizione partitica. Questo è avvenuto per tre motivi:
a) la scomparsa, o comunque l’evidente ridimensionamento, tra i principali partiti di posizioni discriminanti e conflittuali in materia economica;
b) l’affermazione di numerose tematiche sulla scena politica (ambiente, immigrazione, libertà individuali) non riconducibili alla tradizionale dialettica destra-sinistra;
c) la riemersione a partire dalla fine degli anni Ottanta del conflitto centro-periferia, politicizzato principalmente, ma non in maniera esclusiva, dalla Lega Nord.
Per tutte queste ragioni, la collocazione del Movimento 5 Stelle come forza di “destra” o di “sinistra” è un esercizio destinato ad un fallimento certo. Siamo infatti di fronte ad una formazione che non deve in alcun modo la sua genesi a tematiche riguardanti le misure da adottare in campo economico per ridurre le disuguaglianze sociali figlie del sistema capitalistico. Maggiormente interessante potrebbe essere semmai conoscere la provenienza politica degli elettori che sostengono il progetto 5 Stelle. Infatti, se come ben illustrato dalle ricerche di Ilvo Diamanti, in un primo momento il movimento di Beppe Grillo ha eroso consensi nell’area del centrosinistra (soprattutto provenienti da Pd e Idv), la grande avanzata nelle ultime amministrative è stata il frutto di un’inattesa capacità di conquistare il voto di molti delusi sull’altro fronte, in particolar modo tra le fila della Lega Nord. I flussi elettorali registrati a Parma, città-simbolo di questa tornata elettorale, sono incontrovertibili. Infatti, oltre un terzo degli elettori che avevano scelto la Lega Nord nelle elezioni regionali del 2010 ha sostenuto il candidato 5 Stelle, Federico Pizzarotti. Ennesimo evidente segno di uno spazio politico multidimensionale, all’interno del quale la competizione verte principalmente sul posizionamento che i vari soggetti assumono nei confronti delle tematiche al centro del dibattito politico. Destra e sinistra sono invece categorie che esistono solamente in merito al conflitto tra capitale e lavoro. Farlo vivere è la nostra Prospettiva.

Gianni del Panta

http://www.laprospettiva.eu/sul-movimento-5-stelle/

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