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Per un 25 aprile DOC

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partigianiMolte delle immagini radicate nella nostra coscienza e a cui spesso facciamo riferimento ci aprono a delle aspettative che poi non riscontriamo nella realtà. Questo genera in noi disgusto, rabbia e tanta amarezza. Per far comprendere ed essere più chiaro faccio l'esempio del 25 aprile che la nostra città ha festeggiato e a cui ho partecipato. Ebbene la cosa che colpiva come un diretto allo stomaco era la desertificazione popolare e le molte assenze significative di sindacati, assessori e consiglieri sia comunali che provinciali. Strano questo per una festa che sta alla base della nascita nostra repubblica fondata sul lavoro e sulla sovranità popolare. In pratica mi sono trovato di fronte i soliti dinosauri con le loro belle Faccione rubiconde che spiccavano serenità e opulenza dentro i loro bei vestitini da prima comunione tirati a lucido come le loro scarpette. Tutto sapeva di plastica e di polistirolo. Sentivo una distanza enorme tra me e loro, una distanza non solo etica, ma percepivo a pelle una vera e propria frattura politica di rappresentanza. Probabilmente erano sensazioni mie acuite dal grigiore della liturgia fatta in fretta e furia dove la presenza dei dinosauri sembrava più di facciata che di cuore. Era come trovarsi calati dentro un matrimonio di sconosciuti dove percepisci che tutti fra loro si conoscono ma te sei fuori dall'uscio anche se sei li e occupi lo stesso spazio-tempo. Pensavo ai nostri dinosauri politici che hanno il controllo e la proprietà del 25 aprile. Tant'è che trattano la festa come se fosse roba loro. Lo fanno mettendo il loro marchio di origine controllata attestato dal copryright della loro onniscente presenza in tutte le cerimonie con tanto di gendarmi e pretoriani al seguito e di ineliminabili macchine blu, anche se vivono in una città dove si va dal Calambrone al Chioma quasi a piedi. Ebbene questi reperti fossili dopo la posa rituale delle corone si sono dileguati senza proferire alcuna parola, terminando la triste liturgia in onore della libertà e del sacrificio di molti uomini che credevano in quei valori oggi cosi tanto offesi di uguaglianza, giustizia, pace, libertà e sovranità popolare. Ad un certo punto durante la cerimonia un sorriso mi si è acceso sulle labbra alla vista di un po' di rosso che sventolava nel mezzo delle note del silenzio, ma esso si è subito spento nel vedere il simbolo di tante speranze e di lotte popolari affogato da sigle, colori e didascalie che mi sembravano voler coprire e attenuare la forza delle idee e della storia di cui fu portatore. Alla fine mi sono allontanato pensando che sarebbe stato meglio la sola presenza di bandiere rosse pulite dai tanti loghi di partito portato a braccia da un popolo che non c'era, il quale potesse celebrare il suo 25 aprile, senza ipocrisie e cerimoniali, con il cuore e  sentimento di chi faticosamente tira a campare ogni giorno sperando in un futuro migliore che è ancora lontano da venire. Vorrei un 25 aprile senza spugne politiche che usano la festa per rifarsi il trucco e riacquistare un consenso oramai evaporato. Un 25 aprile che trovi la sua celebrazione nella gente comune e nei giovani, senza orpelli fatto con il cuore con il colore di speranza per chi non ha lavoro o lo ha perso, per chi non ha casa o l'ha persa o si sta strozzando con un affitto che vale quanto uno stipendio. Un 25 comune, della gente comune che con la sua voce gridi il suo diritto affinchè i valori della resistenza trovino reale collocazione politica nel nostro paese.

Un 25 aprile per una democrazia senza partiti, che nasca dal basso, in cui la gente possa esercitare un effettivo controllo sui suoi rappresentanti. Per una democrazia che non sia telecomandata dalla alta finanza e dalle banche, che metta al centro la persona e curi la gente senza strozzarla per pagare debiti che non ha mai fatto se non altro perchè niente è stato riscosso e nulla è stato mai ricevuto in cambio. Anzi ci vogliono far credere che i debiti si pagano svendendo diritti, mentre forse qualcuno già sta preparando il terreno ad un futuro cane pastore per governare quello che rimane di una democrazia fuori controllo e liberata dal controllo della sovranità popolare.

Dattero

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