La “Zero Tolerance” e il perché ci stiamo americanizzando

Negli ultimi anni le ondate di politiche di “gestione poliziesca e repressiva” contro la marginalità e la criminalità hanno subito un impennata non indifferente ,complice un cambiamento culturale e radicale in merito alla funzione reintegrativa dell’istituzione carceraria, oramai dedita alla sola ed unica depersonalizzazione dell’individuo, nonché alla sua esclusione dal tessuto sociale reale.

Sarebbe incompleto oltre che ingiusto parlare del carcere come istituzione singolare, slegata e sconnessa della dinamiche reali quotidiane, essendo essa una struttura sociale flessibile e sistemica, estremamente sensibile alla gestione della devianza attuata in un particolare periodo storico-sociale dalle classi dominanti, alle quali fa capo la relativizzazione del crimine.

Ci troviamo, sotto il profilo storico, in un periodo particolarmente contradditorio, poiché nonostante l’effettiva stabilità se non addirittura decrescita del “crimine reale” commesso nel tessuto italiano (senza contare i crimini nascosti riconducibili alla devianza primaria), le statistiche registrano una spaventosa crescita della carcerazione,che altro non rappresenta se non una scelta mirata e politica nella gestione coercitiva del carcere,finalizzata a criminalizzare la piccola-media criminalità -quindi la povertà-ancorata a dinamiche devianti dipendenti da ragioni socio economiche.

Gli stranieri -la maggior parte dei quali appartenenti al sottoproletariato urbano o periferico, diretta conseguenza della gestione semi-schiavista e liberale dei flussi migratori- rappresentano di fatto il 36 % dei condannati alla pena detentiva.

La somma totale di carcerati all’interno delle istituzioni detentive italiane supera di poco i 50.000 ,di questi, solo 814 ad esempio, godono del regime di semi libertà, fortunatamente portato avanti con coraggio negli ultimi mesi dall’Esecuzione Penale Esterna, adesso non più sotto il controllo del DAP (Dipartimento amministrazione penitenziaria).

Che cos’è quindi ad oggi il carcere in Italia? La risposta è strettamente collegata al filo conduttore che unisce le politiche repressive attuate negli ultimi trent’anni negli Stati uniti e le conduce di conseguenza in Italia.

Verso la fine degli anni 80′ gli Stati uniti hanno cominciato a demolire quello che un tempo era il modello sociale “fordiano-keynesiano” in favore -e questo si nota dalla decrescita di assunzioni nei riguardi di assistenti sociali e/o sociologi penitenziari a fronte del rafforzamento delle guardie carcerarie, ad oggi la terza “industria” lavorativa americana- del “workfare”, ovvero un rigido sistema “assistenziale”(per quanto possa essere definito in questo modo) calibrato sull’accettazione della precarietà e dello sfruttamento a basso costo ai danni delle classi sub-alterne. Queste meccaniche sono state seguite prima dalla “teoria delle finestre rotte” coniata dal sindaco newyorkese Rudolph Giuliani per giustificare la sua politica della “tolleranza zero” e quindi la forte presa di posizione nei confronti dei piccoli reati perpetuati dal sottoproletariato di New York, e dopo, nel 96′, dalla riforma del welfare americano.

Gli ex detenuti, in America, sono di fatto obbligati indirettamente a mantenere il loro status egemone di “carcerati”, poiché anche in seguito alla scarcerazione sono vincolati a non commettere qualsiasi minima infrazione anche di carattere privato (multe,cattiva gestione nel pagamento delle tasse, fino alla mancata assunzione temporanea presso qualche luogo di sfruttamento) per non correre il rischio di subire un ennesimo processo e finire in carcere nuovamente.

Il carcere americano è l’esatta prova dell’incapacità dello stato contemporaneo di far fronte alla reintroduzione ed alla reintegrazione dell’individuo, criminalizzandolo ed immettendolo in un vortice di controllo sociale-istituzionale, colpevolizzandolo di non aver trovato lavoro o di non essere in grado di “sopravvivere” alla vita di tutti i giorni. L’accostamento fatto da Loic Wacquant nel libro “Iperincarcerazione” in merito al carcere americano moderno come surrogato del vecchio ghetto americano (sia per popolazione che per pratiche) è più che mai giusto.

Il carcere di oggi è ghettizzante e classista, abbandona il trattamento e la reintroduzione in favore dell’isolamento e della detenzione, riuscendo solo a “recuperare per sfinimento” coloro i quali accettano le logiche di precarietà globale imposte.

A distanza di anni, la presa di posizione contro la povertà e la marginalità dovuta all’incapacità volontaria e strutturale dello stato di contenere le contraddizioni di questo sistema arrivano anche in Italia, dove la prova più esplicita è rappresentata dal recente decreto Minniti-Orlando, il quale si scaglia con tutta la forza repressiva possibile contro i nullatenenti e chi deturpa il “decoro urbano”, ovvero un altro modo per giungere alla conclusione che in realtà i poveri e gli ultimi non siano poi una cosa così bella da vedere o da mostrare.

In mezzo a queste nette e indifendibili logiche di controllo, il rischio è quello di innescare,anzi continuare a fomentare, il processo di americanizzazione in atto nel suolo europeo (specialmente in Italia) che mira ad identificare i prodotti delle disuguaglianze come fallimenti individuali, non solo dal punto di vista sociale, ma anche sotto il profilo psicologico-psichiatrico.

Inviato a Senza Soste da Matteo Del Mazza

17 febbraio 2018

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