L’Arminuta: una vertigine emotiva dove niente è come sembra

Il libro “L’Arminuta” di Donatella di Pietrantonio (Premio Strega 2017) mi è stato regalato da un uomo. Parla di una ragazzina, di sua sorella, delle sue due madri. E’ una storia di donne, di degrado, di sofferenza ma anche un inno alla resilienza e alla tenacia che a volte scaturisce da vite immerse in un profondo dolore. Sono una donna e sono una mamma. Sono anche una figlia. Difficile non  leggere con un certo sguardo, con un certo sentimento di immedesimazione.
Il primo grande merito di questo libro per me? L’ho finito in una notte, anzi nelle prime poche ore di una notte. L’ho bevuto. Non mi  succedeva da moltissimo tempo, all’incirca da quando sono mamma. Narrato in prima persona da una donna ormai adulta di cui non sappiamo il nome. Siamo nel 1975 e la protagonista ha 13 anni: viene portata  in una nuova casa, una nuova famiglia. Le viene detto che quella è la sua vera mamma, quello il suo vero babbo. Quelli che fino ad ora pensava esserlo in realtà sono dei parenti, che l’hanno cresciuta. Adesso, senza nessuna spiegazione, la riportano, la restituiscono. Inizia il calvario: scaraventata in un mondo opposto al suo, fatto di degrado, sudicio, violenza e fame, l’Arminuta inizia a lottare per la sua sopravvivenza, emotiva soprattutto.
Nelle parole dell’autrice nessuna edulcorazione della realtà, le immagini sono crude, ripugnante è il mondo descritto sembra tutto sbagliato: gli adulti, i genitori, sono indifferenti ai bambini, i giovani sono intrappolati in una vita che li porta a fondo, che non gli lascia via di scampo. Il testo è un miscuglio di durezza e immagini quasi surreali, inimmaginabili, ma descritte come se fossero assolutamente banali. Così l’immagine del fratello Vincenzo che muore infilzandosi il collo con un filo spinato. Rimane lì, penzolante, con il collo trafitto e il corpo afflosciato. Mi ha fatto pensare alle immagini surreali di Frida Khalo, ai suoi dipinti di sangue.
Le pagine trasudano dolore, fatica e sforzo. Lo sforzo delle figlie e dei figli per rimanere a galla in mezzo alla durezza della vita che gli è toccata, lo sforzo delle madri, che sono madri ma che non volevano o non sapevano esserlo…e che nonostante tutto sono solo quello, madri. Nient’altro. Lo sforzo dei padri, tutti molto meno che cooprotagonisti, quasi ombre nella storia, ci sono ma non si percepiscono. Non te li ricordi. Neanche hanno un vero reale ruolo nella narrazione. Da tutto questo dolore la vita (forse) cambia solo per chi accetta di soffrire e si abbandona alla necessità di voler bene a qualcuno. Questo qualcuno è la stampella su cui appoggiarsi per trovare una senso ad una vita che ne ha poco. Non è un libro da raccontare, solo immergendovisi si può sentire… E’ un libro non da leggere, ma da sentire sulla pelle.

Per Senza Soste, Madia Gazza

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