Lavoro e banche. Obiettivo: rendere il paese autonomo dalla realtà per una breve stagione

Dalla crisi del 2008 si sono succeduti vari governi, ma tutti hanno lavorato per rappresentare una realtà diversa da quella che abbiamo davanti e per infondere ottimismo ingiustificato. Ma prima o poi arriverà il conto. Intanto l'Europa su banche e lavoro vive in una fase di congelamento, aspettando le elezioni francesi e tedesche.

mela specchioA quaranta anni dal ’77 il nostro è ormai un paese di autonomi. Dalla realtà, s’intende. Abbastanza sfortunati da vedere che tutto crolla proprio quando la sceneggiatura dell’autonomia dalla realtà sembrava tenesse. O, in alternativa, abbastanza furbi da fuggire qualche minuto prima che tutto venga giù. Il presidente del consiglio Gentiloni, con naturale pacatezza, sta giocando, a modo suo, questa sceneggiatura. Vedremo se sarà abbastanza sfortunato o abbastanza furbo.

Il punto è che, come al solito, tutto crollerà e saremo noi a farne le spese. Però la strategia per un po’ paga perché, come sappiamo, stare al governo è comunque un affare. Un esempio recente? Ricordate il Berlusconi del “stiamo meglio di altri”, “i ristoranti sono pieni” etc.? Stava indirizzando il paese verso la perdita, oggi stimata, del 10% del Pil proprio dal periodo in cui venivano dette queste frasi. Eppure per un paio di anni e mezzo, fino alla lettera di Draghi e Trichet del 2011, Berlusconi non solo riuscì a tenere ma anche sventò una fronda interna e le conseguenze politiche di un grave scandalo. Del resto governava un paese in cui la favolistica, sostituto onirico dell’ideologia, è da tempo la vera dottrina politica, a destra come a sinistra. E anche dei nuovi partiti né di destra né di sinistra. E che dire dei suoi avversari? Dopo averlo fatto fuori sono riusciti a mettere in piedi una manovra finanziaria che ha generato tre recessioni consecutive. Il procedimento di autonomia della realtà prevedeva la narrazione della “ripresa dopo l’austerità”.

Perché non crollasse tutto, dopo che il principio di realtà testardamente stava prendendo posto, è arrivato Matteo da Rignano uno che, per raccontarle grosse non è mai stato secondo a nessuno. Ma parliamo di uno che è primo anche per allargare il debito con inutili spese clientelari ed elettorali: si guardi la logica dei lavori pubblici “sbloccati” secondo il manuale Cencelli delle grandi imprese, non secondo una logica di sviluppo, e i bonus elargiti secondo criteri di marketing. Soldi buttati via in una crisi feroce giusto per perdere, in modo epocale, amministrative prima e soprattutto referendum poi. Già perché il principio di autonomia dalla realtà è eccitante, elettoralmente parlando, ma logora chi prova a ripeterlo.

Ora tocca a Gentiloni. Il quale eredita dal suo predecessore uno stile narrativo ben riconoscibile. L’autonomia dalla realtà non si rappresenta più alla Berlusconi, con battute da cabaret, o alla Napolitano (con le torve cerimonie sull’austerità dove l’autonomia dalla realtà si celebrava nel sacrificio del paese). È certificata nei comunicati dell’Istat o, meglio, in quel cortocircuito di propaganda che si gioca tra pieghe interpretative dei comunicati Istat e la propaganda dei tg. Clamoroso, nel suo piccolo, il modo con il quale sono stati rappresentati i recenti dati sulla disoccupazione giovanile. A un aumento degli occupati, e qui non stiamo a guardare il “come”, nella fascia fino a 24 anni ha corrisposto un aumento degli inattivi, nella stessa fascia di età, da far risultare il saldo occupazione reale praticamente nullo. Il tutto non ha impedito ai media di parlare di “aumento dell’occupazione giovanile”, omettendo il dato degli inattivi ovvero di coloro che escono dal mercato del lavoro.

disoccupazione giovanile1Come ha fatto notare Francesco Seghetti di Adapt con questo grafico il saldo dell’occupazione è davvero praticamente nullo

Tutto inutile, l’autonomia dalla realtà è una pratica politica radicata e testarda. C’è chi ha fatto circolare il tweet dell’impagabile Gennaro Migliore che ringraziava il Jobs Act per tale spettacolare aumento dell’occupazione. Quando, oltretutto, anche negli scorsi mesi il rapporto è, semmai, tra aumento degli occupati e contratti a tempo determinato e il Jobs Act non c’entra nulla. Che dire, complimenti, Migliore, quando era assistent coach di Bertinotti, faceva le sedute di psicoterapia collettiva con Massimo Fagioli. Qualcosa deve essere andato storto in quelle sedute di riorientamento onirico. Del resto, in un paese dove l’immigrazione verso l’estero ha, tra i propri effettivi, più del doppio dei laureati della media nazionale, quelli che rimangono a magnificare le politiche del governo non possono che essere o apprendisti stregoni o persone indifferenti al principio di realtà. Eppure, questo principio starebbe nella sua più cristallina chiarezza, al netto di cosa oggi viene classificato come “lavoro”, spesso con una certa fantasia, questi due grafici eurostat ci mostrano un paio di cose.

grafici eurostatIl primo grafico in alto ci mostra l’assorbimento del tasso di disoccupazione nell’area euro (in rosso). La disoccupazione rimane più alta rispetto al 2008 ma in calo tendenziale. Al netto della differenza di qualità e di retribuzione del lavoro tra prima e dopo 2008 e quando, comunque in area, non euro si è fatto meglio. La seconda è legata alla rappresentazione del tasso di disoccupazione dell’area Ue dove l’Italia sta sopra il tasso medio sia dell’Europa a 28 che di quella dell’eurozona (quella che ha fatto peggio). Il nostro paese, mentre altri recuperano, ha un tasso di disoccupazione che è del 15% a quello di uno dei paesi più colpiti dall’austerità (il Portogallo) in questi anni. Certo, senza il comportamento “discreto” dei tre sindacati confederali nulla di questo sarebbe stato possibile ma, questo un’altra volta, magari comparando atti e dichiarazioni dei sindacati confederali con l’effetto reale sul mondo del lavoro. Poi ci sono gli sceneggiatori su Twitter e così siamo a posto.

Oltretutto come ha fatto notare Mario Seminerio sul suo blog, lo spettacolare aumento dell’occupazione over 50, che sui media è diventato un caso sociologico, oltre ad avere la legge Fornero come pilastro giuridico, ha ragioni demografiche. Si tratta semplicemente degli ex quarantenni che portano “in dote” il loro lavoro nella nuova fascia d’età. Non solo, come ha detto la stessa Istat i quarantenni sono demograficamente in calo quindi è naturale che il peso statistico dell’occupazione, con una forte disoccupazione giovanile, vada verso fasce d’età più alte. Ma il lavoro resta lo stesso (poco). Illusioni numeriche, insomma, per propaganda di giornata.

E cosa dire della crescita del potere di acquisto degli italiani lanciata da Repubblica? È calcolato sulla deflazione, insomma minore inflazione significherebbe maggior potere di acquisto, ma, se il dato fa cortocircuito con la propaganda è l’ennesimo colpo di testa dell’autonomia dal reale renziano-gentiloniana. Infatti, una componente essenziale di questa deflazione è la deflazione da salari. Basta incrociare gli stessi dati Istat, di marzo 2017, per scoprire come nel febbraio di quest’anno i salari crescono nel modo più lento dal 1982. Peccato che sia anche l’anno in cui Istat, per la prima volta si mette a calcolare la velocità di aumento dei salari. Insomma con una deflazione in cui i bassi salari fanno la loro parte (fenomeno di cui non si sa se è più clamoroso il silenzio del governo o della Cgil) nel modo più incisivo dal 1982 è surreale fare articoli e servizi tv sul maggiore potere d’acquisto. Eppure accade e nessuno si mette a ridere.

Ma veniamo al quello che può rappresentare il big shot dell’economia italiana. La situazione delle banche. Le numerose dichiarazioni di ottimismo del ministro Padoan, che non sono mai mancate prima dello scoppio di ogni crisi, valgono oggi per la situazione della Popolare Vicenza e di Veneto Banca. E per la crisi permanente del Monte dei Paschi.  Naturalmente l’ottimismo di Padoan riguarda non solo la situazione delle banche ma anche quella della trattativa con l’ “Europa” sulle banche stesse e sulle modalità della loro ricapitalizzazione. Ma c’è una regola aurea nella politica di oggi: tanto ostentato è l’ottimismo tanto forte è l’autonomia dalla realtà. Basta infatti dare un’occhiatina a come la borsa è ottimista.

bond popolare vicenzaEcco qui un grafico sull’andamento del prezzo delle obbligazioni senior di popolare Vicenza. Si tratta delle obbligazioni sicure quelle che, ci venga consentita una battuta, devono essere rimborsate anche in caso di bombardamento dell’ente, deportazione dei dipendenti e sterminio del CDA. Titolo in picchiata e il grafico non potrebbe essere piu’ chiaro.

Già, ma perché tutto questo pessimismo sull’ottimismo di Padoan? Non solo perché è un ottimismo che è sempre stato profuso, a piene mani, prima di qualche crisi. Il classico ottimismo dell’autonomia dal reale. Ma anche perché ci sono degli indicatori, decisamente reali, del pessimo stato di salute delle banche italiane. Spostiamoci quindi su Wolf Street, un blog finanziario, dove qualche giorno fa esce un articolo che si chiede come mai una crisi grave come quella bancaria italiana sia uscita dai radar.

E lo fa citando dati del Sole e di Mediobanca. Parlando del Texas Ratio, ovvero il criterio con il quale una banca può essere definita in seria crisi o no. Per farla breve quando il Texas Ratio tocca quota 100 la crisi di una banca è seria e quest’istituto, se non incorre in dure ristrutturazioni, può fare il botto. Bene, in Italia, seguendo queste fonti ben 114 istituti bancari su 500 esistenti hanno un Texas Ratio superiore al 100 per cento. Si può quindi parlare della necessità, da parte di questo paese, di dover far fronte, e bene, a un rischio bancario sistemico. Tanto più in presenza, tra questo centinaio di banche, di 24 istituti che hanno un Texas Ratio superiore al 200. Eccoli qua, secondo i dati del 2015, in tutto il loro splendore

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-03-24/quelle-114-banche-che-hanno-sofferenze-e-incagli-che-superano-capitale–201607.shtml?uuid=AE6qY5s&refresh_ce=1

Tra gli istituti con un Texas Ratio superiore persino al già sinistrato Monte dei Paschi risultano due istituti in area (diciamo) centrosinistra. Il primo è Unipol Banca la cui provenienza politica si spiega da sola. Il secondo è la Banca di Pistoia che, da quando Mediobanca ha raccolto i dati, si è fusa con ChiantiBanca. Un’operazione renzianissima, diretta dal banchiere fiorentino Bini Smaghi, che fa capire quanto rischio crisi sistemico delle banche e potere renziano siano collegate. Nel senso che se il primo deflagrasse, a vedersi esplodere in faccia il tutto sarebbe proprio Renzi. Per questo timore ecco la grande operazione di marcata autonomia dalla realtà nella creazione dell’agenda politica. Un classico finché dura, s’intende. Wolf Street definisce le banche italiane, nel complesso, in zombified state (non c’è bisogno di traduzione…) con Popolare Vicenza e Veneto Banca, che hanno un Texas Ratio superiore al 200 per cento, pronte ad esplodere con, commenta l’autore del servizio, in caso di botto “ondate di choc che si diffonderebbero lungo tutta l’industria finanziaria italiana”. Se poi vogliamo dircela tutta, la Banca d’Italia ha avvertito questo pericolo. Ma non come un qualcosa legato al futuro ma al presente

quotazioni azionarieEcco che la Banca d’Italia già oggi, la tabella è di pochi giorni fa, rileva come le banche con un Texas Ratio alta abbiano ampiamente influenzato la caduta verso il basso di tutti i titoli bancari avvenuta nel 2016.

Perché non è ancora esploso tutto? Innanzi tutto le bombe si fabbricano ma non devono esplodere per forza anche se più ne fabbrichi più il rischio aumenta. Poi perché Wolf Street pone due condizioni politiche per il congelamento, in Europa, della situazione delle banche italiane. La prima è l’attesa del risultato delle elezioni francesi, la seconda quello delle elezioni tedesche. Condizioni tecniche, ovvero crisi di borsa, permettendo. Ci sarebbe anche un’altra elezione però. Quella in nome del quale è stata approntata tutta questa sceneggiatura di autonomia dalla realtà su lavoro e banche. Ovvero quella italiana. Già perché il differimento dei problemi reali, causa di tutta questa rappresentazione della vita pubblica in autonomia dalla realtà, ha rappresentato tutta la strategia del renzismo praticamente dall’insediamento di Matteo da Rignano a Palazzo Chigi.

Ogni questione sistemica, le banche rappresentano la cartina di tornasole, è stata rimandata quanto possibile, anche di concerto con l’”Europa”, nel 2016 a causa del referendum costituzionale. L’anno successivo, con Gentiloni, stessa strategia: rappresentazione delle questioni serie (come lavoro e banche) in sovrana autonomia dalla realtà, tentativo di concertazione con l’Europa per congelare le questioni sistemiche in attesa delle elezioni. Come si sa, con questa strategia, prima o poi qualcuno o qualcosa presenta il conto. Salato. E ovviamente lo presenta a noi. Nel frattempo ci si goda questo Padoan di stagione.  Quello che, di fronte a una corte dei conti che suggerisce strategie di taglio del cuneo fiscale (materiale infiammabile e non di poco) commenta sul fatto che in Italia la crescita è robusta e che esiste una sinergia di investimenti, nel paese, tra pubblico e privato

http://tendenzeonline.info/news/2017/04/05/padoan-crescita-piu-robusta-segnali-incoraggianti

investimenti italiaAnche qui, in questo artistico autonomizzarsi dal mondo reale, esistono i dati e i grafici che si incaricano di riportare tutti sulla terra. Si guardi questo grafico pubblicato pochi mesi fa, notando due cose.

Il primo è che gli investimenti, dall’inizio della crisi, in Italia sono crollati circa del 30%. E, a questi livelli di sprofondo di investimenti, è impossibile parlare di ripresa robusta. Il secondo è che, per riportarli a livelli di normalità, facciamo 2007 come spesso fanno molti analisti, ci dovrebbe essere un megapiano pluriennale di investimento, concertato tra pubblico e privato, le cui tracce dovrebbero oggi già essere visibili, e le cui dimensioni dovrebbero essere di circa un terzo degli investimenti attuali.  Altrimenti i segnali incoraggianti visti da Padoan, che ha un vicino di casa francese che stenta a pareggiare gli investimenti persi dal 2007, esistono solo dei tweet di Gennaro Migliore.

Insomma tra lavoro e banche, per tacere degli investimenti, il governo parla agli italiani in felice autonomia dalla realtà. Sperando di traghettarsi nella prossima legislatura nel modo, per lui, meno dannoso possibile. Quanto durerà la sospensione della vita pubblica del paese dal mondo reale? Fino alle elezioni tedesche? Fino a quelle italiane? Fino alla prossima robusta correzione dei valori di borsa?

Un paio di cose sono certe. La prima è il paese è in mano ad apprendisti stregoni. Con la solita folla di apprendisti stregoni concorrenti che scalpitano per prendere il loro posto. E’ accaduto a Berlusconi, Monti, Letta e allo stesso Renzi di cedere a questa folla proprio a causa della situazione instabile del paese. Vediamo chi, e cosa, uscirà al prossimo round. La seconda è che l’atterraggio negli anni ’20 sarà particolarmente duro. Una miscela di disoccupazione strutturale, lavoro precario e sottopagato, con un sistema bancario, la spina dorsale di un paese, che avrà sempre meno rapporto con l’economia proprio per mantenersi in vita.

investimenti italia 2E con l’assenza di investimenti, certificata dal meno trenta di questi anni, che dispiegherà i propri frutti in quel periodo. Del resto l’andamento storico del PIL italiano non lascia spazio all’immaginazione.  Il resto, appunto, è cattiva immaginazione, autonomia dalla realtà mentre chi si oppone fa spesso proposte datate, pittoresche, estemporanee o corporative. Hic Rhodus.

redazione, 6 aprile 2017

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