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Articolo 18: menzogne traballanti

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art.18_stressLa Fornero insiste, ma il fronte mediatico che doveva sostenerla traballa. Colpa anche sua, supponente e sabauda com'è, che ieri ha attaccato frontamente i giornalisti in casa loro.

Un boomerang perfetto, che ha fatto venir fuori decine di articoli che entrano nei dettagli del funzionamento dell'art. 18, smontando l'apparato ideologico di regime (da Sacconi a Ichino, da Marcegaglia a Fornero) e "rivelando" quel che ogni lavoratore sa: la "giusta causa" ti permette di essere una persona anche mentre lavori, non solo "forza e intelligenza" a disposizione dell'imrpesa. Una persona, ripetiamo, non una "materia prima".

Una panoramica particolarmente ricca, dunque, ma sicuramente istruttiva. Sia sui trucchi comunicativi del governo che su quelli - in larga misura "complici", fin qui - dei colleghi al servizio dei grandi gruppi. Del resto lo confessava in tv - su Rainews - un noto avvocato del lavoro: "specie nell'informazione, l'art. 18 è decisivo; un giornalista che sa di essere licenziabile in qualciasi momento deve stare molto più attento a quello che dice o scrive". Guardando quello che fanno già ora i giornalisti mainstream, ben protetti dall'art. 18, non facciamo fatica a immaginare le sorti della "libera informazione" in un altro regime...

tratto da www.contropiano.org - 21 dicembre 2011

Vedi anche

Perchè vogliono affossare l'articolo 18

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Quel «deterrente» poco usato

 

Sorpresa! Il tanto maledetto - dalle imprese e dalle varie destre di questo paese - «articolo 18» dello Statuto dei lavoratori dà luogo a un contenzioso legale minimo.

Sindacalisti e avvocati fanno fatica a ricordare casi eclatanti. Il primo che salta alla mente di tutti è quello di Dante De Angelis, «macchinista ferroviere», che le Fs di Mauro Moretti hanno provato a licenziare per ben due volte. La prima perché - in piena vertenza sindacale sull'utilizzo di quel sistema - si era rifiutato di guidare un eurostar dotato dell'«uomo morto» (un pedale da premere ogni 55 secondi, considerato un «sistema di sicurezza» negli anni '30, in realtà fonte di distrazione nella guida e quindi un pericolo in più). La seconda per un motivo ancora meno convincente. Da delegato sindacale responsabile per la sicurezza (Rls, eletto dai lavoratori) aveva ipotizzato una certa causa tecnica per ripetuti «spezzamenti» degli eurostar in movimento. Le Fs ritenevano che ciò facesse «venir meno il rapporto fiduciario» con Dante.
Nel 2006 non si arrivò neppure alla sentenza: l'azienda firmò davanti al giudice per il reintegro del sindacalista al lavoro. La seconda volta, nel 2009, si dovette invece aspettare che il giudice riconoscesse l'assenza di «giusta causa» per il licenziamento, e quindi il nuovo reintegro sul lavoro. Sentenza marchionnescamente impugnata dall'azienda, di cui si attende in gennaio il giudizio d'appello.
Poi i ricordi si fanno scarsi e lontani, a parte il caso Pfizer, di cui parliamo qui sotto, o altri ferrovieri che avevano parlato con i giornalisti di Report. La ragione è semplice, ci spiegano in molti. «L'art. 18 è un semplice deterrente; se un'azienda sa di non avere un motivo giustificabile in tribunale, non procede al licenziamento, preferisce aspettare un errore del lavoratore preso di mira». Un altro motivo è costituito dalle lungaggini della giustizia civile, che può comportare anche l'attesa di anni per una sentenza e costi legali spropositati.
Nelle grandi aziende, in pratica, non si ricorre quasi mai al licenziamento individuale - l'unico davvero «protetto». Per «motivi economici», infatti, hanno a disposizione quelli collettivi: stato di crisi, cassa integrazione, mobilità. Fine. Per isolare i «rompiscatole» usano altri sistemi, fino ai «reparti confino» (se l'impresa è davvero «maxi»).
I casi più frequenti - ma di numero molto basso - si sono verificati dunque in aziende medio-piccole (sopra i 15 dipendenti, ma meno di 500), perché qui spesso il contatto tra lavoratore «sindacalmente attivo» e padrone è più diretto, meno mediato da dirigenti di vario livello. E anche gli imprenditori, in questa dimensione, dispongono più raramente di consulenti legali.
Eppure le imprese da diversi anni puntano con decisione ad ottenere la libertà di licenziamento individuale, sostituendo la «reintegra» con un «risarcimento» in contanti. La ragione principale è «politica»: il ricatto della licenziabilità è tale da irregimentare in modo molto più ferreo il lavoro. Diventa «sconsigliabile» rivendicare un diritto o sollevare problemi di ritmi, nocività, straordinari non contrattati, ecc. Si incentiva l'obbedienza cieca e una «flessibilità» totale, quasi al livello della macchina.
Soprattutto, una simile disciplina del lavoro azzera la presenza del sindacato. Più difficile fare le iscrizioni, più difficile (e più drastico) organizzare uno sciopero, più rischioso il ruolo di delegato (a meno di non far parte di quello «aziendale», tipo Fiat del prossimo anno).
Ma c'è anche una ragione economica: un «risarcimento» di 12 o 18 mesi costa assai meno della parcella di un avvocato. E questo governo è molto sensibile ai costi che le imprese devono affrontare, tanto da aver abrogato con un tratto di penna (art. 6 della «manovra») anche la «causa di servizio», che obbligava l'imprenditore a ripagare in qualche modo il lavoratore danneggiato nel fisico dalla ripetizione di una certa prestazione.
L'insistenza con cui il ministro del welfare Elsa Fornero e la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia sono tornate su questo argomento, però, sembra però preparatoria di quella radicale «riforma del mercato del lavoro» accennata nel programma di governo ed esposta nelle linee generali dalla stessa Fornero. Una riforma che richiederà comunque una qualche discussione con le parti sociali, dove proporre lo scambio tra l'abrogazione dell'art. 8 della «manovra Sacconi» di agosto e l'eliminazione dell'art. 18 dello Statuto. Lo schema generale c'è già: il «contratto unico» del prof. Ichino, senza le garanzie - e le risorse - della flexsecurity all'olandese (o alla danese), che farebbe «equità» trasformando tutti i lavoratori in precari a vita. Senza neppure più la pensione.

Rocco Di Michele

tratto da "Il Manifesto"

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Licenziati e reintegrati dal giudice «Ecco a cosa serve lo Statuto»

 

Nell'Italia di oggi dove i diritti di chi lavora ( e ovviamente di tanti altri) vengono quotidianamente calpestati, qualche volta capita che a perdere siano i potenti. Ieri è stata una giornata importante per Doriana, Gloria, Gianfranco, Luigi e Romano e gli altri due lavoratori della Pfizer di Ascoli (multinazionale americana dei farmaci) licenziati il 31 luglio del 2009, provvedimento a cui si erano opposti con decisione.
Una storia emblematica del paese in cui viviamo, una scelta dettata dal solito piano selvaggio di ristrutturazione con cui l'arroganza padronale vuole liberarsi dei dipendenti più anziani e sindacalizzati per assumere manodopera giovane e ricattabile. Invece questa vicenda dimostra come sia possibile battere lo strapotere delle grandi imprese.
Le due sentenze della magistratura, l'ultima in appello ad ottobre, che hanno sancito il sacrosanto diritto di questi lavoratori di ritornare in fabbrica è sicuramente un forte segnale in tempi come questi. «Siamo rientrati - dice Gianfranco - con tanta voglia di riprendere il nostro posto di lavoro, di ricominciare a lavorare dopo questi due anni di sofferenze. È la dimostrazione di quanto sia importante l'articolo 18 che oggi anche il nuovo governo vuole mettere in discussione».
Ma il rientro ha avuto anche una sorpresa non gradita. «Non tutti abbiamo riavuto la vecchia collocazione, alcuni di noi sono stati spostati di reparto con nuove mansioni. Sicuramente una cosa non piacevole». Un provvedimento che sa di ritorsione da parte della proprietà che ha dovuto ingoiare il rospo. «La comunicazione - prosegue Gianfranco - ci è arrivata all'inizio di dicembre, prima sono rientrati tre, poi altri quattro». Ma come è stata l'accoglienza degli altri lavoratori? «Per quanto mi riguarda ho verificato una clima di paura. Certamente alcuni sono venuti a complimentarsi, ma in molti altri ho percepito il timore di esporsi. Del resto si continua a ricorrere alla mobilità, il futuro è ancora alquanto incerto».
Luigi invece ha ricevuto tanti attestati di stima: «Io ho trovato un bel clima. Numerosi lavoratori si sono complimentati e ho ricevuto parole di incoraggiamento. Certamente per il futuro ci sono numerose incognite. Da un lato si fa ricorso alla mobilità nei confronti dei lavoratori con contratti stabili, dall'altro, come anche in questo ultimo periodo, si assumono 50, 70 persone con rapporti di lavoro interinali o comunque flessibili». Per Luigi l'esito positivo della vertenza sancisce la «salvaguardia della dignità; c'è da augurarsi che la proprietà non ripeta l'errore fatto con noi».
E i sindacati che nella battaglia fatta dai sette hanno avuto atteggiamenti contraddittori come hanno reagito? «L'Ugl - dicono all'unisono Gianfranco e Luigi - ha fatto un bel comunicato dandoci il benvenuto, mentre Cgil Cisl e Uil sono stati zitti. L'impressione è che per loro siamo un problema disinnescato, insomma il nostro rientro li ha tolti dall'imbarazzo». Sicuramente un'anomalia, ma sicuramente non l'unica in questa storia. Speriamo che non ce ne siano altre.

 

Sergio Sinigaglia
tratto da Il Manifesto
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