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Il decreto che devasterà il diritto del lavoro

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giustizia_vietataL'Italia era una repubblica democratica fondata sul lavoro. Lo era fino al 6 luglio scorso, fino all'entrata in vigore di un Decreto Legge, il n. 98 del 2011, un atto normativo di fonte governativa, emanato scavalcando il parlamento a sua volta composto scavalcando l'elettorato.
Ora, purtroppo, non lo è più.
Immaginate un paese dove un tizio, capo dell'azienda Alfa condannata al pagamento di tanti milioni di euro e al tempo stesso capo del Governo, contemporaneamente, emana un provvedimento dove le aziende condannate al pagamento di tanti milioni possono non pagare ed un altro dove i lavoratori, i disoccupati, gli invalidi, i precari, i dipendenti pubblici che vogliono promuovere una causa contro il datore di lavoro o contro l'amministrazione, devono pagare una tassa.
Ecco, questo paese esiste ed è l'Italia. Poco importa se ad un certo punto il primo provvedimento, quello sulla sospensione dell'esecutività delle sentenze di condanna al pagamento di somme superiori a 10 milioni di euro, viene ritirato. Anzi, a pensarci bene è anche peggio. Si, perché è il segno di una politica che non è più neanche antipopolare ma direttamente truffaldina. Il tentato furto, infatti, quanto alle intenzioni, si configura esattamente alla stregua del furto consumato. Cambia solo il risultato finale che, spesso, deriva non da una desistenza dell'agente ma da un intervento esterno. Ecco, questo è quello che è successo a quella norma davvero incredibile.
Il secondo provvedimento, invece, esiste, è vigente ed è già applicato.
Fino al 6 luglio 2011 in Italia, chiunque avesse voluto promuovere un'azione legale nei confronti del proprio datore di lavoro, avrebbe potuto farlo gratuitamente. Oggi, invece, non si può più. Oggi, se il nostro reddito supera 21.256,32 annui lordi da cumulare necessariamente con Irpef e con il reddito dei conviventi o familiari (quindi stiamo parlando della miseria), si paga una tassa per il solo deposito del ricorso in tribunale.
Non parliamo, si badi bene, degli onorari dell'Avvocato che, comunque, sono dovuti anche se spesso in forma di anticipo. Parliamo proprio di una cosa che si chiama “Contributo unificato” e quindi di una vera e propria tassa sulla giustizia che già esiste per i procedimento civili.
Un disoccupato, dunque, un precario che lotta per la proprio stabilizzazione, un licenziato che si batte per il proprio posto di lavoro, un invalido che pretende un'indennità, questi soggetti, i più deboli in assoluto, devono pagare la crisi che questi economisti della domenica hanno determinato.
Quanto si paga? Semplice: Il 50% delle somme che di seguito si riportano e che sono quelle previste per le cause civili che, tanto per non farsi mancare nulla, nel solito decreto denominato “decreto sviluppo” con un senso dell'umorismo da competizione, sono state aumentate come segue.
Se il valore della lite, che è il parametro di riferimento per il calcolo dell'imposta, è determinato fino ad un valore di € 1.100 e per i processi in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie, il contributo è di € 37 mentre prima era di € 33; Nelle cause di valore da € 1.101 a 5.200 e per i processi di volontaria giurisdizione e per i quelli in materia di famiglia e stato il contributo è di € 85 mentre prima era di € 77; per le cause di valore da € 5.201 a € 26.000 si pagano € 206 mentre prima si pagavano € 187; per quelle da € da euro 26.001 a € 52.000 il contributo è € 450 mentre prima era € 374; da € 52.001 a € 260.000 il contributo unificato arriva ad € 660 mentre prima era € 550; da € 260.001 a 520.000 si pagano € 1.056 mentre prima si pagavano € 880; per le cause di valore oltre € 520.000 si pagano € 1.466 mentre prima si pagavano € 1.221. Per le esecuzioni immobiliari sono € 242 mentre prima erano € 220.
Per quelle mobiliari fino a 2.500 sono € 37 mentre prima erano € 30; Per le opposizioni agli atti esecutivi si pagano € 146 mentre prima si pagavano € 132. Per le controversie di lavoro, come detto si paga il 50% del C.U. sopra indicato a seconda del valore della causa mentre prima non si pagava assolutamente niente. Per le procedura fallimentare (dalla sentenza dichiarativa di fallimento in poi) si pagano € 740 mentre prima si pagavano € 672.

Fantastica, poi, la regola da “gioco dell'oca” secondo la quale se l'avvocato non inserisce nell'atto l'indirizzo di posta elettronica certificata o il numero di fax dello studio il contributo unificato viene aumentato (al cliente) della metà.
Questa norma non è un colpo ai diritti dei lavoratori e non è neanche un meccanismo per ridurre il contenziono lavoristico e previdenziale. No.
Questa norma cancella alla radice il diritto del lavoro e lo trasforma in qualcosa di riservato alla sola classe media. Cancella i sindacati e la loro possibilità di agire giudizialmente per la tutela dei propri associati. Cancella i diritti perché toglie loro le gambe, il sostegno, la tutela.
Questa norma, se fosse stata approvata in qualsiasi altro paese al mondo in contemporanea con il tentativo di aggirare una sentenza di condanna dell'Azienda del Presidente del Consiglio al pagamento di più di 550 milioni di euro, avrebbe costituito il pretesto per qualsiasi opposizione per scatenare una battaglia politica senza precedenti con unico obiettivo le elezioni anticipate. Ed invece? Ed invece niente di niente.
Sindacati e partiti della sinistra tacciono colpevolmente. Diventano ogni giorno di più conniventi, contigui, complici.
Nessuna norma, neanche quella che ha eliminato la scala mobile, neanche la legge Biagi o il collegato lavoro, hanno determinato un così radicale stravolgimento del sistema dei diritti dei lavoratori.
E allora perché nessuno fa niente, perché nessuno dice niente? A che ore e in quale città sarà la manifestazione nazionale che chiede a gran voce che questo decreto non venga convertito o che venga immediatamente ritirato? Dov'è la chiara dichiarazione dell'opposizione che dice che una volta al governo (se mai sarà) questa norma sarà immediatamente abrogata?
Dove sono tutti quelli che si battono per la difesa dei diritti dei più deboli? Dove sono i movimenti, le lotte, le associazioni, i centri sociali, i collettivi?
Se non facciamo questa battaglia le perderemo sempre tutte perché questa è la battaglia che determina se i poveri possono alzare la testa e combattere per i propri diritti.

Marco Guercio

tratto da http://marcoguercio.blogspot.com

luglio 2011

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