I pm di Torino trovano un rapporto segreto dei manager. «Il governo Prodi in crisi trae vantaggio dall'attenzione su di noi»
TORINO -
Un'analisi riservata interna sulla situazione politica italiana, sulle
reazioni sindacali e sociali e sull'atteggiamento dei media
all'indomani del rogo della ThyssenKrupp che nella notte tra il
5 e il 6 dicembre è costato la vita a sette operai. Il documento — cui
contenuti, se confermati, sembrerebbero testimoniare meglio di
qualunque altro materiale l'atteggiamento assunto dalla casa madre
tedesca nei confronti delle sue filiali italiane e in particolare
dell'acciaieria torinese in via di dismissione — è stato sequestrato
giovedì scorso a Terni nel corso delle perquisizioni sia in fabbrica
sia nelle abitazioni private dei tre massimi dirigenti italiani
(l'amministratore delegato Harald Espenhahn, Gerald Priegnitz e Marco
Pucci) del gruppo già iscritti per omicidio e disastro colposo nel
registro degli indagati. Nella nota, redatta in tedesco o forse
tradotta in questa lingua proprio per renderne più rapida la lettura a
tutti i manager interessati, si analizza la storia e la realtà della
città di Torino, dove esiste — registrano i funzionari ThyssenKrupp —
«una lunga tradizione sindacale di stampo comunista », e dove già negli
anni precedenti alla tragedia le «condizioni ambientali» apparivano
sfavorevoli al mantenimento dell'attività produttiva. Non mancano i
cenni remoti alla storia italiana e torinese degli «anni di piombo»,
nei quali chi firma l'analisi ricorda come alcune delle pagine più
sanguinose del terrorismo brigatista siano state scritte proprio a
Torino ad opera dell'eversione.
Poi si passa a esaminare la situazione dei 20 giorni di dicembre che hanno fatto seguito alla tragedia, durante i quali il sacrificio degli operai, le loro condizioni di lavoro, le dichiarazioni di dura condanna da parte delle istituzioni e delle forze politiche e sindacali italiane hanno occupato le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Ai vertici aziendali che dalla casa madre di Essen, in Germania, hanno evidentemente richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto relatore dell'analisi trasmette i propri commenti.
Vera Schiavazzi
www.corriere.it
13 gennaio 2008
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Thyssen Krupp: Gli artigli del padrone
Prodi che specula, a livello mediatico, sulla morte degli operai di Torino per
coprire altre emergenze nazionali che metterebbero in cattiva luce il suo governo.
Un diverso tipo di trattamento per gli operai a Terni e a Torino e in tutte le
altre fabbriche in via di dismissione. Una lunga tradizione sindacale “di stampo
comunista” che avrebbe reso molto sfavorevole il mantenimento dell’attività produttiva
nel capoluogo piemontese. E, infine, la necessità oggettiva di non colpire gli
operai sopravvissuti al rogo della linea 5 con provvedimenti disciplinari in attesa
che sia calata la polvere sullo scandalo delle misure di sicurezza dell’acciaieria.
C’è da rabbrividire nel leggere alcuni stralci di un documento, assolutamente
riservato agli addetti ai lavori, sequestrato dalla magistratura nel corso di
alcune perquisizioni nelle abitazioni di tre fra i massimi dirigenti della Thyssen
Krupp di Torino, l'amministratore delegato Harald Espenhahn, Gerald Priegnitz
e Marco Pucci, già iscritti nel registro degli indagati per omicidio e disastro
colposo. Si tratta di un’analisi interna aziendale della situazione politica italiana,
un dossier scritto in tedesco, in modo da non essere immediatamente fruibile da
indiscreti occhi italiani, che meglio di ogni altra testimonianza, metterebbe
in evidenza l’atteggiamento sprezzante e privo di scrupoli del board della casa
madre delle acciaierie di Essen rispetto alla gestione della situazione dopo l’incidente
di Torino.
Nella nota, secondo quanto emerso da indiscrezioni trapelate dalla Procura, si
analizza la storia e la realtà della città di Torino, dove esiste - registrano
i funzionari ThyssenKrupp - “una lunga tradizione sindacale di stampo comunista”
e dove, già negli anni precedenti alla tragedia, le “condizioni ambientali” apparivano
sfavorevoli al mantenimento dell'attività produttiva. Non mancano i cenni remoti
alla storia italiana e torinese degli “anni di piombo”, nei quali chi firma l'analisi
ricorda come alcune delle pagine più sanguinose del terrorismo brigatista siano
state scritte proprio a Torino.
Poi si passa a esaminare la situazione dei 20 giorni di dicembre che hanno fatto
seguito alla tragedia, durante i quali il sacrificio degli operai, le loro condizioni
di lavoro, le dichiarazioni di dura condanna da parte delle istituzioni e delle
forze politiche e sindacali italiane hanno occupato le prime pagine dei giornali
e dei telegiornali. Ai vertici aziendali che dalla Thyssen tedesca hanno evidentemente
richiesto elementi per poter meglio valutare la situazione e per poter quindi
decidere la propria strategia sia di comunicazione sia legale, lo sconosciuto
relatore dell'analisi trasmette i propri commenti.
Commenti che già nel tono fanno ben emergere la visione del lavoro di stampo ottocentesco
che permea queste figure manageriali di un’azienda che, per storia antica ma mai
sepolta (producevano i cannoni del Terzo Reich e anche i Panzer), è sempre stata
poco avvezza a relazioni umane paritarie con i propri sottoposti. E, infatti,
nel dossier trapela il profondo fastidio dei vertici aziendali circa il modo in
cui i media italiani enfatizzano la sopravvivenza degli operai scampati al rogo
della linea 5. I sopravvissuti e i compagni di lavoro delle vittime “passano di
televisione in televisione “ e vengono rappresentati “come degli eroi”.
Un fatto, quest'ultimo, particolarmente sgradevole, che impedisce ogni possibile
misura di censura o di richiamo a questi testimoni, che sono ancora e a tutti
gli effetti dipendenti della società, ma che in questo momento sarebbe inopportuno
colpire sul piano disciplinare, anche se non si esclude di poter prendere in considerazione
questa ipotesi per il futuro, dopo un'attenta analisi degli aspetti formali e
delle rassegne stampa cartacee e televisive. Infine, viene tracciato un affresco
a tinte fosche della situazione politica italiana in generale, facendo notare
come lo stesso governo guidato da Romano Prodi, che attraverserebbe comunque un
periodo di “crisi”, possa trarre vantaggio dall'estrema attenzione dei media sul
rogo di Torino, che può esercitare, se non altro, un ruolo di calamita capace
di distrarre l'attenzione dei lettori e dei telespettatori da altri e più urgenti
problemi di politica interna.
Fin qui le poche righe di indiscrezioni che, anche da sole, hanno innescato una
valanga di proteste e commenti. Come quello del leader Fiom, Giorgio Cremaschi:
“Sono degli autentici mascalzoni – ha commentato – e tra le righe si intende che
si preparano ad intimidire i lavoratori che dovranno testimoniare in tribunale”.
“Un inquietante volta faccia dei vertici Thyssen – è stato invece il commento
a caldo del sindaco di Torino, Chiamparino – perché quando l'Ad della Thyssen
Italia, Harald Espenhahn, e altri suoi colleghi sono venuti da me, hanno usato
ben altre parole nei confronti della citta' e degli operai, bisogna capire ora
se i pensieri contenuti in questa nota rappresentato il parere dell' azienda o
di qualcuno in specifico.
I riferimenti su Torino e sulla storia democratica e sociale, disegnata come una
caricatura - ha concluso, con disappunto, Chiamparino - sono comunque ignoranti
e strumentali, e quelli sui lavoratori della Thyssen di Torino gravissimi'”. Piu'
duro Giorgio Airaudo, segretario cittadino Fiom: “Sappiano i vertici Thyssen che
questi lavoratori non saranno mai lasciati soli e che verranno difesi. E' gravissimo
che l'azienda possa dire certe cose e pensare a vendette nei confronti dei suoi
operai dopo averli esposti a rischi così pesanti''.
Inutile dire lo sconcerto e il rinnovato dolore che il ritrovamento di questo
documento ha destato negli operai della Thyssen: “Dopo il danno, la beffa - ha
commentato, con amarezza, Antonio Boccuzzi, un sopravvissuto - nessuno di noi
va di in tv in tv, come loro asseriscono, per cercare di diventare un divo; vogliamo
solo raccontare cosa non funzionò quella notte e cosa non funzionava in quel periodo.
Credo che sia ancora una volta una totale mancanza di sensibilità e di umanità
da parte dell'azienda. Non riesco a capire che tipo di provvedimenti possano prendere
perchè nessuno ha raccontato cose non vere”.
E nessuno, davvero nessuno in Italia, ha mai pensato il contrario. Al di là della
vergogna morale di queste parole e della inaccettabilità dei giudizi dell'azienda
sul clima politico esistente in Italia e dei riferimenti al terrorismo e alla
città di Torino, il documento porterebbe a confermare, come subito sottolineato
dalla Fiom, il rifiuto di ogni responsabilità aziendale sulla strage e sarebbe,
anzi, il tentativo di scaricare colpe sui lavoratori, addirittura minacciandoli
di provvedimenti disciplinari per danni all'immagine aziendale. Un eclatante strategia
intimidatoria, dunque, per far si che molti operai, preoccupati per il posto di
lavoro, facciano a meno di testimoniare in tribunale ciò che sanno, che hanno
visto e forse anche denunciato, inascoltati da padroni troppo impegnati a sfruttarli
per il miglio profitto al minimo costo.
Ma ciò che ci si aspetta adesso è un incisivo intervento del governo presso il
governo tedesco per avviare, come d’altra parte auspicano i sindacati, “una radicale
modifica dei comportamenti di ThyssenKrupp in Italia, comportamenti che rappresentano
un danno complessivo, oltre che per i lavoratori, per il sistema industriale italiano”.
E’ bene ricordare, infatti, che nel 2005 il governo italiano intervenne, con congrue
sovvenzioni per evitare che la Thyssen desse seguito alla minaccia di abbandonare
il polo di Terni per delocalizzare la produzione in Cina. Alla fine di un’estenuante
trattativa durante la quale i vertici Thyssen si rimangiarono spesso la parola,
il governo ottenne il mantenimento dell’attività ternana a fronte della dismissione
di un solo ramo produttivo, ma furono sborsati migliaia di euro in cambio del
mantenimento dei posti di lavoro.
Insomma, la storia si ripete ancora. Ma, d’altra parte, come ci si può fidare
di un’azienda che non ha vergogna a portare un nome così tristemente pesante nella
storia dell’ultimo conflitto mondiale? Cannoni e Panzer del Reich a parte, la
storia della famiglia Thyssen è nota soprattutto per un’altra vicenda, per un
massacro. Per chi non lo ricordasse, nella primavera del 45, quando per la Germania
la guerra era oramai persa e le truppe russe erano a 15 chilometri da Rechnitz,
Margit von Batthyány , moglie del conte Ivan Batthyány e primogenita di Heinrich
Thyssen, delfino della dinastia industriale tedesca, organizzò un ricevimento
nel castello del paese, invitando trenta-quaranta persone tra cui importanti personalità
del partito nazista locale, delle SS, della Gestapo e della gioventù hitleriana.
La festa fu accompagnata da ampie libagioni e durò fino all'alba. Per offrire
agli ospiti un "diversivo", intorno a mezzanotte duecento ebrei in stato di denutrizione
e valutati come inabili al lavoro vennero caricati su camion e condotti al Kreuzstadel,
un fienile raggiungibile a piedi dal castello. Franz Podezin, un membro della
Gestapo e del partito nazista locale, riunì in una stanza del castello una quindicina
di ospiti e, dopo aver consegnato loro armi e munizioni, li invitò "uccidere un
paio di ebrei".
Le vittime predestinate furono obbligate a svestirsi prima di
essere uccise dagli ospiti ubriachi della festa, che poi tornarono al castello
e proseguirono i festeggiamenti fino all'alba. All'indomani alcuni di loro si
sarebbero addirittura vantati delle loro atrocità, mentre le salme vennero interrate
da quindici prigionieri ebrei che erano stati risparmiati esclusivamente per questo
lavoro. Questi ultimi furono poi condotti al mattatoio comunale, dove vennero
uccisi da Podezin e Joachim Oldenburg, un membro locale del partito nazista.
Secondo lo storico Josef Hotwagner i russi arrivarono a Rechnitz nella notte tra
il 29 e il 30 marzo 1945, e nella stessa notte il castello dei Batthyány fu distrutto
dalle fiamme (anche se non è chiaro se furono i russi ad appiccare il fuoco, oppure
gli stessi nazisti nell'intento di occultare le prove dell'eccidio). Nei giorni
successivi il misfatto venne tuttavia alla luce: secondo un rapporto redatto dalle
autorità sovietiche, vennero trovate ventuno fosse comuni, ciascuna misurante
cinque metri per uno e contenente dalle dieci alle dodici persone. I cadaveri
erano stati finiti con colpi alla nuca o con armi automatiche e presentavano,
oltre ad un generale deperimento, molteplici ematomi, segno di violenze subite
immediatamente prima dell'uccisione.
Una storia atroce, vergognosa, che certo non ha nulla a che fare con gli attuali
dirigenti della Thyssen, il cui disprezzo per gli altri, soprattutto per i propri
operai, dimostra tuttavia un’impostazione ideologica difficile da scalfire, nonostante
il trascorrere del tempo e il giudizio della storia. Ma forse è anche per questo
se ancora oggi la lunga “tradizione sindacale di stampo comunista” torinese a
questa gente fa ancora così tanta paura.
Giovanna Pavani- altrenotizie.org
tratto da www.canisciolti.info
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