La vicenda di Pomigliano d'Arco pone delle questioni ineludibili per le forze di sinistra, sul piano sindacale come sul piano politico.
1. In primo luogo, ci dice che la condizione di precarietà è generalizzata; non riguarda solo chi è contrattualmente precario con un rapporto di lavoro atipico: riguarda anche chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Perché chiunque sa che basta un niente, una delocalizzazione, una ristrutturazione, una dichiarazione di stato di crisi (più o meno presunto), perché da un giorno all'altro un lavoro stabile si trasformi in lavoro precario. Al punto, che tutta la forza lavoro si sente psicologicamente precaria e ricattabile e non c'è Statuto dei lavoratori né disposizione di legge che possa porre un freno a questa deriva. Pomigliano d'Arco ci dice che non ci sono garantiti e non garantiti, insider e outsider. Il movimento della MayDay lo dice da tempo. Parte del sindacato e della sinistra per troppo tempo lo ha negato o ha fatto finta di non accorgersene.2. In secondo luogo, il tragico dilemma che costringe gli operai di Pomigliano a scegliere tra diritti e lavoro evidenzia in modo netto come le strategie sindacali si siano infilate in un buco nero. La riluttanza a sviluppare capacità vertenziale e propositiva sul tema della riforma del welfare, finalizzata a garantire una continuità di reddito incondizionato a prescindere dalla situazione lavorativa e contrattuale, oggi diventa un drammatico boomerang e rivela tutta la sua miopia. E' possibile ed è necessario sottrarsi a questo cul de sac. Non è difficile immaginare quale potrebbe essere l'esito del referendum del 22 giugno sull'ipotesi di nuovo contratto di lavoro a Pomigliano, se i lavoratori non avessero puntato alla testa la pistola del ricatto del reddito e del bisogno.
3. In terzo luogo, la vicenda di Pomigliano sancisce in modo definitivo la frattura all'interno del sindacato confederale: da un lato, Cisl e Uil oramai sono del tutto subalterni ad una logica concertativa del tutto prona alle compatibilità aziendali, sino al punto di dichiarare che il compito del sindacato e siglare accordi, indipendentemente dal contenuto; dall'altro la Fiom si trova solitaria a tenere duro su principi inalienabili di base, ma rischia di essere estromessa dal tavolo delle relazioni sociali. Pomigliano ci dice che è necessario ripensare oggi la forma sindacato e le modalità di rappresentanza del lavoro, in un contesto di estrema frammentazione sociale, prima che vengano completamene chiusi gli spazi di democrazia sindacale.
4. Infine, la vicenda di Pomigliano conferma la totale subalternità e servilismo della stampa italiana ai potentati economici, con pochissime eccezioni (tra cui questo giornale). Quegli stessi giornalisti che si indignano (giustamente) per la legge sulle intercettazioni in nome della libertà di stampa e di inchiesta, sono poi gli stessi che tacciono e si vanno imbavagliare quando hanno che fare con le gerarchie economiche e sociali. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, ma che almeno se ne prenda atto e si strappi quel velo di ipocrisia che costantemente aleggia sul ruolo della stampa e dei media in questo paese.
di Andrea Fumagalli,
tratto da Il Manifesto del 27 giugno 2010
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