La povertà di Torino. Le paure di Reggio Emilia. La contraddizione delle Marche. Il dominio lombardo. Con la Cgil e...con la Lega: il doppio voto del Veneto. Cresce il consenso del partito di Bossi, non solo nel lavoro autonomo ma tra i dipendenti
Non è di oggi, non è dettata dal successo della Lega alle europee
d’inizio giugno la riflessione della Cgil sul partito-movimento di
Bossi, sul suo crescente consenso non solo nel mondo del lavoro
autonomo, ma tra gli stessi lavoratori dipendenti. In un libro appena
uscito dedicato appunto alla storia della Lega – Il vento della Padania,
la scorsa settimana Repubblica ne pubblicava un passo – Guido
Passalacqua ricorda una ricerca effettuata dalla Fiom lombarda nel
lontano 1991 e gli accenti preoccupati di Gian Piero Castano, allora
segretario regionale dei metalmeccanici, per la permeabilità di tanti
lavoratori alla cultura leghista. Quella ricerca ovviamente è stata
solo uno dei primi passi di una discussione che poi è proseguita nel
tempo. Non c’è dubbio però che un ulteriore approfondimento sia oggi
necessario. Non solo per la particolare contingenza in cui le recenti
europee si sono svolte – da Nord a Sud il primo test elettorale di
questa stagione di crisi –, ma anche per il segno dell’avanzata della
Lega, per lo sfondamento realizzato oltre i suoi confini storici e i
molti voti raccolti sotto la linea del Po. Una riflessione che è in
corso, e a cui contribuiamo riportando una carrellata di opinioni di
alcuni dirigenti di strutture Cgil del Nord e del Centro.
Torino. O del lavoro povero
Partiamo da Torino e chiediamo subito a Donata Canta, segretaria
generale della Camera del lavoro, se il voto, in città e in provincia,
abbia davvero rappresentato una novità. “No – ci risponde –. Sai bene
che la Lega e la destra già nel 1994 vinsero nel cuore della Torino
operaia, a Mirafiori. Oggi, esaminando i dati disaggregati per collegi,
vediamo che a Mirafiori Nord, Mirafiori Sud e alle Vallette non c’è uno
spostamento significativo sulla Lega e che il fatto più importante è
invece il calo del Pd a vantaggio dell’Italia dei Valori. La Lega ha
qualcosa in più, certo, ma il punto è la diversa dislocazione del voto
nel centrosinistra con l’avanzata dell’Idv”.
C’è però una forte crescita della Lega Nord in un altro quartiere
popolare, la Barriera di Milano. A cosa è dovuta? “Al sentimento di
intolleranza dettato dalla massiccia presenza degli immigrati, da un
lato, dallo spaccio della droga e dalla microcriminalità, dall’altro.
Ci sono qui, in altre parole, problemi sociali non risolti. Problemi su
cui s’innesta una predicazione demagogica che parla alla pancia delle
persone e ottiene risultati”.
“È vero – prosegue la dirigente Cgil anticipando una nostra obiezione
–, la Lega ha un radicamento reale. Ma poi, perlomeno a Torino, tra
questa presenza organizzata e l’effettiva realizzabilità delle
politiche proposte ce ne corre. Starei quindi attenta a dire che siano
passati in maniera definitiva tra la nostra gente”. Ci sono segnali
preoccupanti, in sostanza, e bisogna fare attenzione, ma non siamo qui
a interrogarci su una sconfitta definitiva. “Il problema è che le
diseguaglianze, da tempo profonde, con la crisi si fanno più vistose e
diventano terreno facile per il localismo e l’intolleranza: ‘Perché a
loro gli alloggi sì e a noi no?’. Ecco, questo è il sentimento. In una
società che non dà speranza, in cui si vede nero non solo per sé ma per
i propri figli, la solidarietà diventa un’impresa difficile. L’idea
diffusa nella nuova casta del lavoro povero, di questo parlerei più che
di operai in senso stretto, è che la propria condizione sociale non
cambierà mai. Su questo sentimento, su queste frustrazioni agisce la
predicazione della Lega. Ma di predicazione dobbiamo parlare, non di
concreti programmi di governo”.
Le paure di Reggio Emilia
Scendiamo a Reggio Emilia, città – se ne è parlato molto in questi
giorni – dove si votava anche per le comunali e in cui, se il
centrosinistra ha vinto al primo turno, la Lega, con il suo candidato
sindaco, ha ottenuto un risultato eclatante. Era atteso? “Sì – risponde
Mirto Bassoli, segretario generale della Camera del lavoro –. L’alto
tasso d’immigrazione, unito a un generale sentimento di paura, hanno
portato a questo esito. E il dato, ricordiamo, è impressionante:
rispetto al 2004 la Lega ha triplicato i voti, andando fra l’altro al
di là del 2008”.
Il grande flusso d’immigrati, dice Bassoli. Vediamo di cosa si tratta.
“Siamo oltre il 10 per cento: 50mila immigrati regolari su mezzo
milione di abitanti. Con una crescita esponenziale negli ultimi cinque
anni, soprattutto nelle aziende metalmeccaniche e nell’edilizia”.
Tuttavia, e in questo le parole di Bassoli non sono diverse da quelle
di Donata Canta, al di là del raccogliere e amplificare le paure delle
persone, la Lega di altro non sembra capace. “Certo, se una politica
d’integrazione è andata avanti e ha prodotto buoni risultati, restano
problemi irrisolti. Ma in tutta franchezza a me questo voto, nella sua
ampiezza, sembra soprattutto un fatto irrazionale, il frutto di una
psicosi collettiva, della paura del diverso, dello straniero. La Lega,
perlomeno qui da noi, non ha una nessuna proposta politica, nessuna
idea di governo del territorio. Si limita, ripeto, a enfatizzare le
paure di cui parlavo prima, a fare demagogia. Davvero: per fortuna da
noi non sono forza di governo”.
E un altro argomento demagogico sembra essere, ora, la proposta di
reintrodurre, non le chiamano così ma così è, le gabbie salariali. “Non
pongono il problema vero: quello di un generale innalzamento delle
retribuzioni. E all’attuale insufficiente livello di salari e stipendi
rispondono ricorrendo di nuovo alla contrapposizione tra Nord e Sud”.
La contraddizione delle Marche
L’espansione della Lega nelle Marche è indubbiamente tra i fatti che
più hanno colpito l’opinione pubblica. “Ma il fenomeno non ci ha colto
di sorpresa – commenta Gianni Venturi, segretario generale della Cgil
–. È un rischio che avvertivamo già nel 2008, commentando i risultati
delle politiche e la conquista di un seggio in parlamento. Al confine
nord della regione, in Val Marecchia, il partito di Bossi aveva
conosciuto già una certa crescita. Ma la vera, paradossale novità è che
non c’è più solo la Val Marecchia. Si consolida infatti un asse di
penetrazione che parte da Bocca Trabaria, punto di congiunzione fra tre
regioni, la Toscana, l’Emilia Romagna e le Marche, e lungo tutta la
valle del Metauro arriva sino a Fano”.
Paradossale novità, osserva Venturi. E dove sia il paradosso ce lo
spiega subito. “Si tratta di realtà in cui le reti di welfare
dovrebbero trasmettere un senso di protezione maggiore che in altri
territori. Certo, la crisi c’è e si fa sentire. Ma qui la concertazione
ha funzionato bene. A prima vista, ripeto, un paradosso”. Come
spiegare, allora, il fenomeno? “Penso che questo voto operi una sorta
di rottura preventiva, in cui alle legittime domande di sicurezza, e
via discorrendo, unisce l’anticipazione di una richiesta: quella di una
fuoruscita protezionistica dalla crisi. Con il voto si mettono le mani
avanti, si fa balenare un’idea precisa di come si deve affrontare la
crisi”. “Il problema della sicurezza, in sostanza, della sicurezza
della persona, diventa qui da noi anche un problema di stabilità
dell’occupazione. E l’immigrazione, da altre parti agitata come causa
prima della microcriminalità, viene vissuta anche, forse soprattutto,
in termini di minaccia interna al mondo del lavoro. Con una rottura
della solidarietà. Niente cig per gli stranieri, ad esempio: ‘Loro se
ne devono andare prima’. “C’è una gran voglia di far finta che la crisi
non ci sia – conclude Venturi –. Poi, a guardare le cose da vicino, la
previsione è che, avendo un tasso di industrializzazione molto alto ma
settori maturi, e una piccola e piccolissima impresa con
capitalizzazione molto bassa, lo scotto da pagare, in futuro, potrebbe
farsi pesante. Tre mesi fa, quando il pil nazionale era a -3,5, quello
regionale era a quota -4,7. E, tra le nostre previsioni, la più
ottimistica è che alla fine del 2010, quando il peggio dovrebbe essere
passato, potremmo ritrovarci con un Pil a quota zero. In altri tempi le
Marche funzionavano da ammortizzatore della crisi, aiutavano a
innalzare medie statistiche altrimenti negative. Ora si è rovesciato
tutto”.
Amministratori in Lombardia
Onorio Rosati, segretario generale della Camera del lavoro di Milano,
ci costringe a una svolta di 180 gradi: non più la Lega di lotta ma
quella di governo, la Lega che non si limita alla demagogia e
amministra da tempo, invece, molte realtà locali. “Si tratta
innanzitutto di un’organizzazione presente in maniera forte nel
territorio – spiega il dirigente Cgil –. Durante la campagna elettorale
quello di Bossi è stato il partito che ha speso di meno per i passaggi
a Telelombardia. Segno di un radicamento reale. A cui ora si associa
l’onda lunga che lo porta oltre il suo bacino elettorale più antico”.
“Le novità? Intanto c’è il sorpasso sul Pd e poi, soprattutto, lo
sfondamento a sud di Milano: Pavia, Lodi, Cremona”. Ma torniamo alla
parola prima evocata e in questi giorni adoperata di continuo: la
parola radicamento. “Sono sul territorio e mostrano di saper parlare al
territorio. Fuori Milano hanno costruito una classe di amministratori,
una classe politica, che nel tempo si è selezionata e che oggi non è
composta più da sprovveduti. E che si fa interprete degli interessi
delle comunità locali”.
Poi c’è il fatto ideologico, la retorica. “Sì. Ma perché il fenomeno
Lega non è cresciuto in maniera omogenea. Torino è una cosa, noi
un’altra. Da noi non serve un Borghezio, non casualmente Maroni viene
da qui. In Lombardia, ripeto, dispongono di una classe politica che è
cresciuta. Non si può parlare solo di demagogia. Dopodiché,
naturalmente, continuano sulla loro strada, modificando anche vecchi
orientamenti e cambiando bersaglio. Così, dove amministrano,
intervengono a favore dei cittadini italiani, tutti, contro gli
immigrati”. “Non è casuale allora, per venire al dunque, che in
fabbrica si voti Cgil e fuori Lega. Ma questo ci porta a un’altra
questione: possiamo continuare a ignorare la loro presenza? È vero che
in termini organizzativi sembrano un po’ il vecchio Pci, ma loro
ragionano in termini di comunità locale, non di classe. Il punto di
partenza è l’interesse soggettivo, l’interesse del singolo che poi
dovrebbe essere ricomposto dentro gli interessi della comunità. Un
discorso che rivolgono soprattutto, tradotto in termini pratici e
grazie proprio alla presenza sul territorio, ai lavoratori delle
piccole e piccolissime imprese”.
Oggi riemerge l’idea delle gabbie salariali, ricordiamo.“Sì – prosegue
Rosati – e temo che nelle prossime settimane diventi argomento di
discussione. Chiedono che i soldi restino sul territorio. Come per le
tasse. Rischiamo un combinato esplosivo”. Che fare? “Abbiamo subìto una
sconfitta, in Italia e in Europa, che deve interrogare anche il
sindacato. Dobbiamo mettere in campo nuove categorie. Intanto nessuna
autosufficienza rispetto alla politica. Secondo, sul territorio più
strumenti; quindi, appunto, contrattazione territoriale. È necessario
ricomporre sul territorio, mi si perdoni la continua ripetizione ma
altre parole non ci sono, ciò che l’economia ha separato. Occorrono
risposte innovative”. La politica però è importante, conclude. “Nella
provincia abbiamo il ballottaggio. L’augurio è che Penati sappia
motivare quella parte sinistra che per lui, al primo turno, non ha
votato”.
Con la Cgil e...con la Lega: il doppio voto del Veneto
E infine approdiamo nell’altra storica roccaforte della Lega: il
Veneto. “Intanto il voto leghista è molto alto – osserva subito Emilio
Viafora, segretario generale della Cgil regionale –. E questo è
comunque un dato reale. Con una particolarità: mentre prima era molto
concentrato nelle aree extraurbane, ora è cresciuto anche nelle città,
andando oltre il tradizionale bacino di Verona e Treviso”. “Quanto
all’insediamento sociale, poi, si può dire che anche qui come altrove
il consenso non viene più solo dal lavoro autonomo ma in buona misura
dai lavoratori dipendenti. La Lega ha pescato tra gli operai del
privato, e soprattutto nel manifatturiero. Pure fra gli operai iscritti
alla Cgil”.
Sembra esserci una contraddizione tra appartenenza alla Cgil e voto
leghista; ma si tratta di una contraddizione solo apparente, spiega
Viafora. “Il percorso è più lineare di quanto sembri. La richiesta di
sicurezza ha una doppia faccia, riguarda il lavoratore come ...
lavoratore da un lato, il lavoratore come cittadino dall’altro. La
sicurezza del lavoro e dei servizi e, su un altro versante, quella del
proprio privato, oltre al grande bisogno identitario risvegliato dalle
incertezze della globalizzazione. Alla prima domanda rispondono il
sindacato e innanzitutto la Cgil, alla seconda le parole d’ordine della
Lega e la sua capacità di fare, offrire comunità”. Questa doppia faccia
sinora non ha complicato il percorso della Cgil, tuttavia qualcosa in
futuro potrebbe accadere. “La nostra pratica contrattuale non ha patito
interferenze. So bene, però, che di fronte all’approfondirsi della
crisi qualche problema potrebbe aprirsi. Non sono pochi gli Rsu che,
magari senza dirlo apertamente, votano per il partito di Bossi. E
qualche discorso sulla cassa integrazione, perché l’istituto dovrebbe
soccorrere anche gli stranieri?, potrebbe cominciare a essere agitato
con più forza. Così come rischia di fare breccia la proposta di un
ritorno alle gabbie salariali”.
“Tuttavia io sono ottimista – conclude il segretario del Veneto –. Ho
fiducia nella nostra capacità di mettere in campo una strumentazione, e
penso innanzitutto alla contrattazione territoriale, capace di dare una
risposta progressiva alle domande ora raccolte dalla Lega. Certo,
occorre che sul versante più squisitamente politico maturi qualcosa di
diverso. Non credo all’autonomia del politico ma non credo neanche
all’autonomia del sociale. Una presunzione di autosufficienza non ci
porterebbe da nessuna parte”.
(da Rassegna Sindacale, n. 24, 2009)
tratto da www.rassegna.it
17/06/2009 18:15
| < Prec. | Succ. > |
|---|














