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Piccoli squali crescono. Sul convegno dei giovani industriali

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pescecaneAndare in pensione a 70 anni.
Ridurre le imposte sui redditi.
Ridurre l’IRAP sulle nuove imprese.
Abolire il valore legale dei titoli di studio.

Questi gli obiettivi che il neopresidente dei giovani industriali, Jacopo Morelli, ha presentato al convegno della sua organizzazione che si è tenuto a Santa Margherita Ligure nei giorni 10 e 11 giugno.
Non ci troviamo di fronte ad un soprassalto di voracità dettato dalla dieta prolungata dovuta alla crisi economica e favorito dalla remissività dei sindacati concertativi: il cuore del presidente dei giovani industriali si è commosso per la condizione dei giovani in Italia.
La riflessione, come dice l’autore dell’articolo su “Il Sole 24 Ore” dell’11/06/2011, parte da quei 2,1 milioni di giovani che non lavorano né studiano. “Giù le mani dal futuro dei giovani” dice il buon Morelli.
Già ad una prima analisi, però, le soluzioni si rivelano peggiori del male.
La lotta contro l’egoismo generazionale giustifica la proposta dell’elevamento dell’età pensionabile a 70 anni: così le imprese, quando assumono giovani, pagheranno meno di contributi. Resta da capire come si fa a creare maggiori posti di lavoro per i giovani tenendo al lavoro gli anziani fino a settant’anni; in una situazione di crisi come questa, nuovi posti di lavoro non si creano, i giovani sostituiscono gli anziani che vanno in pensione più lentamente, la manutenzione, la sicurezza vengono abbandonate, e anche questo fa diminuire i posti di lavoro; mentre la combinazione tra cassa integrazione e straordinario riduce ulteriormente la possibilità di nuove assunzioni. In particolare la combinazione tra lavoro straordinario e cassa integrazione mette in pratica una riduzione dell’orario di lavoro che va ad esclusivo vantaggio dei capitalisti. Vale la pena di ricordare che fra i punti degli “Indignados” c’è la richiesta della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e il blocco di ogni modifica del sistema pensionistico fino al completo riassorbimento della disoccupazione giovanile.
Lo stesso discorso vale per la riduzione delle aliquote IRPEF: Morelli denuncia che i salari reali sono scesi, la soluzione sta nella riduzione delle tasse sui giovani. Anche qui rimane un mistero come fa ad aumentare il potere d’acquisto se si riducono le tasse su redditi che non superano spesso la soglia minima per l’IRPEF, mentre si aumenta l’imposta sul valore aggiunto, aumentando quindi i prezzi finali al consumo. La proposta di riforma fiscale, infatti, va ad incidere pesantemente sulla progressività dell’imposta, sia indirettamente, riducendo le aliquote più alte, sia indirettamente, aumentando l’imposta sul consumo. Tale imposta è congegnata in modo che pesa in proporzione sui redditi più bassi che su quelli più alti: sia il capitalista che l’operaio pagano il 20% di IVA sui beni e servizi che acquistano, solo che il primo destina solo una parte del proprio reddito al consumo, mentre l’altro esaurisce il suo misero salario nell’acquisto dei beni di sussistenza: l’IVA quindi incide su una parte del reddito più alto e sulla totalità del reddito più basso; in altre parole l’incidenza della tassa diminuisce con il crescere del reddito. È quindi la tassa preferita dei Berlusconi e delle Marcegaglia e dei loro giovani emuli.
La riduzione dell’IRAP è una delle richiesta che sta più a cuore agli imprenditori: in realtà l’IRAP ha cumulato una serie di tasse che gravavano sulle imprese più i contributi al servizio sanitario nazionale. Tutte le polemiche sugli sprechi nella sanità nascono dal fatto che la sanità, i contributi al servizio sanitario nazionale sono un puro costo per i capitalisti, un costo che scaricherebbero volentieri sui lavoratori. Su questo tema, come quello della riduzione delle aliquote, i giovani industriali cercano un alleanza con il cosiddetto popolo delle partite IVA, nascondendo il fatto che il rapporto di lavoro autonomo cela un sostanziale rapporto di sfruttamento simile a quello dei dipendenti diretti.
Si sa, i giovani vogliono farsi strada, per questo, per mettersi in mostra di fronte ai vecchi pescecani, fanno la faccia feroce e al tempo stesso dicono che lo fanno per il bene dei lavoratori. Sfruttamento e menzogne propagandistiche vanno di pari passo.
Dietro alle promesse dei giovani industriali e di Confindustria c’è la speranza di dividere il fronte proletario, come lo hanno diviso con i vari tipi di contratto con cui i lavoratori sono legati al modo di produzione capitalistico. Chi cerca nuove forme di organizzazione fuori dai sindacati di base si muove nella stessa prospettiva della Confindustria: dividere i lavoratori per sfruttarli meglio. La miglior risposta ai giovani pescecani è far loro saltare qualche dente, costruendo l’unità di classe sul terreno della lotta per il salario e per la riduzione dell’orario di lavoro.

Tiziano Antonelli

tratto da http://www.umanitanova.org

luglio 2011

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