Una sentenza esemplare
Il processo di primo grado per la strage della Thyssen-Krupp, dove sono morti sette operai, si è concluso con la condanna dei dirigenti dell’azienda tedesca per omicidio volontario.
È la prima volta che viene riconosciuta a pieno la responsabilità del datore di lavoro nel mancato rispetto delle normative di sicurezza, sia per la decisione con cui il procuratore ha ricercato le prove a carico dei dirigenti, sia per la mobilitazione popolare che ha accompagnato l’iter processuale.
La base giuridica della sentenza poggia sul diverso status dell’imprenditore (o dei suoi preposti) e dei lavoratori dipendenti.
Proprio sulla base dello status dell’imprenditore si presume che costui abbia le conoscenze tecniche e la possibilità di scegliere il miglior sistema di sicurezza per gli operai mentre questi ultimi, in quanto dipendenti, si presume debbano essere guidati e controllati dal datore di lavoro o dai suoi preposti per la messa in opera delle norme di sicurezza.
In ogni infortunio sul lavoro, l’onere della prova quindi ricade sul datore di lavoro.
Questo abc giuridico è stato finora ignorato dai tribunali.
I dirigenti della Thyssen hanno avuto la sfortuna di incappare in un procuratore che li ha trattati da criminali: attraverso intercettazioni, perquisizioni ecc. è venuto alla luce l’artificiosa ricostruzione degli avvenimenti destinata a nascondere le responsabilità dell’azienda e avallata anche da false testimonianze di compagni di lavoro delle vittime, una pervicacia che se fosse stata destinata alla sicurezza degli operai avrebbe sicuramente evitato la strage. Per una tragedia che in primo grado si è conclusa con il riconoscimento che i capitalisti sono degli assassini, ce ne sono migliaia che si concludono con condanne irrisorie o addirittura con un nulla di fatto; proprio l’eccezionalità della condanna dei dirigenti della Thyssen è la dimostrazione che il sistema non funziona.
La fabbrica del consenso.
E il sistema si è già messo all’opera per salvare i capitalisti. Giornali, autorità locali, sindacati si stanno mobilitando in vista del processo di secondo grado, per permettere alla Thyssen e ai suoi dirigenti di farla franca. Già domenica 17 aprile “Il Sole-24 Ore” adombrava il pericolo della chiusura della fabbrica di Terni, l’unico altro impianto della Thyssen ancora attivo in Italia; il giorno dopo questa minaccia è stata amplificata dai quotidiani locali, dal sindaco, dal presidente della provincia e compagnia cantando.
Persino i sindacati di Stato hanno visto nella sentenza non una vittoria del movimento di base contro le stragi sul lavoro e il risultato di un onesto lavoro che una volta tanto compie un servo dello Stato, quanto una minaccia all’occupazione a Terni.
Ecco allora che la minaccia occupazionale diviene un’arma a disposizione della difesa degli assassini.
Non è difficile credere che anche fra i dipendenti della Thyssen, come si è trovato chi è stato disposto a testimoniare il falso per nascondere le responsabilità dei dirigenti, così si possa trovare chi si augura l’assoluzione dei responsabili pur di mantenere il posto di lavoro.
Su questa debolezza sia i sindacati, che gli organi di informazione, che le autorità locali speculano con la speranza di alimentare un movimento di massa che si contrapponga a chi dice basta alla strage degli operai: sono i servi dei capitalisti che svolgono la loro squallida opera, e a cui va risposto meglio disoccupati che morti!
Macchine e operai.
Spesso diciamo che è il monopolio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti che provoca la strage continua degli operai.
Mano a mano che il capitale si è impadronito dei rami di produzione, ha trasformato radicalmente la tecnica della produzione, riducendo l’operaio ad appendice vivente della fabbrica automatica, appendice facilmente sostituibile e per la cui protezione è superfluo spendere soldi. Abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, trasformarli in bene comune delle libere associazioni di produttori e consumatori è solo il primo passo dell’emancipazione del proletariato, è la premessa indispensabile di quel processo che rivoluzionerà le tecniche di produzione, subordinando le macchine, la fabbrica automatica, tutto quell’insieme di mezzi di produzione che oggi sono la seconda natura del capitale, ai lavoratori associati; in altre parole il processo di liberazione del proletariato.
Processo che non potrà avvenire finché non esisteranno i capitalisti e il Governo.
Tiziano Antonelli
tratto da http://www.umanitanova.org
giugno 2011
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