A cosa serve l’articolo 18? Caro presidente del Consiglio Mario Monti, abbia la pazienza di ascoltare questa storia, che arriva dal profondo Nord. Una di quelle storie che fanno riflettere, a meno di non avere il cervello obnubilato dalla eccessiva monotonia (non è il suo caso) del posto fisso, sull’importanza dell’Art. 18.tratto da http://www.controlacrisi.org
4 febbraio 2012
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Cosa succede al dipendente che non si reca al lavoro per un'improvvisa nevicata? Cosa rischia se non si presenta in ufficio causa sciopero dei trasporti? E se ha un imprevisto in famiglia? Una risposta univoca per questi casi eccezionali non esiste. Occorre, però, conoscere cosa prevedono la normativa e i contratti collettivi per non rischiare grane con il proprio capo.Quale retribuzione se una nevicata si abbatte sull'ufficio?
"Il rischio maggiore per il lavoratore può nascere dalla convinzione che la calamità naturale lo esenta dal lavoro, mantenendo intatto il diritto alla retribuzione", spiega Aldo Bottini, socio di Toffoletto e Soci, uno dei più importanti studi italiani specializzati nel Diritto del lavoro. Una prima distinzione da fare riguarda la portata della calamità. "Se si verifica un'abbondante nevicata che rende impossibile l'accesso al luogo di lavoro, ad esempio distruggendo l'ufficio (ma lo stesso esempio si può fare con un'inondazione, ndr) siamo di fronte all'impossibilità di rendere la prestazione lavorativa. In questi casi il lavoratore non può considerarsi inadempiente, ma non ha diritto alla retribuzione". Trattandosi di causa di forza maggiore, di solito interviene la cassa integrazione, in particolare, nel caso di aziende che appartengono al settore industriale.
Gli scioperi dei trasporti non giustificano
Diverso è il caso della difficoltà di recarsi al lavoro dovuta, ad esempio, a un'abbondante nevicata sul tragitto da casa al lavoro o a uno sciopero nel trasporto pubblico. "In entrambi i casi non c'è un'impossibilità assoluta di rendere la prestazione lavorativa", spiega Bottini, "perché il datore di lavoro potrebbe eccepire che si poteva comunque arrivare in ufficio, magari partendo in anticipo rispetto al solito o scegliendo un mezzo di trasporto alternativo come l'automobile nell'esempio dello sciopero. Il criterio per valutare il comportamento del lavoratore è comunque sempre quello della buona fede". Se in questi casi il lavoratore non si presenta in azienda potrebbe, quindi, essere considerato inadempiente ma naturalmente la situazione va valutata caso per caso.
Quali conseguenze?
L'inadempienza di un contratto — come quello di lavoro — può spingere la parte danneggiata a puntare sulla risoluzione. Non si tratta, in ogni caso, di un processo automatico: occorre recarsi dinanzi a un giudice del lavoro, chiamato a decidere del caso. "La giurisprudenza solitamente si orienta secondo parametri di buon senso", precisa Bottini. "Così, se la mancanza del lavoratore in una giornata non ha compromesso irrimediabilmente l'attività dell'azienda, difficilmente potrà essere accettata la risoluzione del contratto. Più probabile che si opti per una sanzione, anche perché la maggior parte dei contratti collettivi prevede che la sanzione del licenziamento si applichi solo ad assenze ingiustificate di almeno tre giorni".
Lo stesso ragionamento si usa in caso di emergenze legate alla vita familiare del lavoratore: "Qualche tempo fa è arrivato in Tribunale il caso di un lavoratore che non si era presentato in azienda per essersi recato dal padre in fin di vita", ricorda l'avvocato. "L'azienda aveva reagito con una lettera di licenziamento. Il giudice ha ritenuto immotivata la risoluzione del contratto, in quanto spropositata rispetto all'inadempienza contrattuale e ha parlato di 'comportamento odioso' da parte del datore di lavoro".
In tutti questi casi, il consiglio dell'avvocato per i lavoratori alle prese con eventi eccezionali "è di muoversi secondo buon senso, comunicando all'azienda in maniera tempestiva l'assenza e le motivazioni, anche perché i contratti collettivi e quelli aziendali prevedono un monte ore di permessi annuida utilizzare proprio in queste occasioni".
Leggi anche: Emergenza in famiglia o visita medica, come utilizzare i permessi retribuiti
tratto da http://it.finance.yahoo.com/notizie/Dalla-neve-agli-scioperi-yfin-581724796.html
]]>In Italia sei lavoratori su 10 non sono tutelati dall’art.18. E anche quando chi è garantito può finire vittima di un licenziamento collettivo. Solo dopo aver introdotto un reddito di base si potrà parlare di riforma del lavoro.
Una risposta ad Alesina e Giavazzi A leggere l’editoriale di Alesina e Giavazzi pubblicato sul Corriere della sera di domenica, uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro dell’art. 18, causa di ogni male, in particolare della precarietà.
Dopo anni di occultamento della realtà, Alesina e Giavazzi sono costretti ad ammettere che il numero di precari, prima della crisi (chissà dopo) ammonterebbe a 4 milioni (circa il 20% della forza-lavoro). È un dato sottostimato. Stime più complete (sulla base dei dati Isfol) arrivano, infatti, a ipotizzare, comprendendo anche tutte quelle situazioni di lavoro autonomo che nascondono in realtà forme di subalternità e eterodirezione, un numero di precari di poco inferiore ai 7 milioni (un terzo della forza lavoro), che arriva a superare il 50% per chi ha meno di 35 anni.
Il numero è destinato ad aumentare, se si considera che, secondo l’Osservatorio Provinciale di un’area comunque ricca come quella di Miano, nel corso del 2010, su 10 nuovi entrati nel mercato del lavoro solo uno era con un contratto standard di lavoro (9,8%) e solo uno su tre riesce a stabilizzarsi.
Se non si può negare l’evidenza, allora è necessario trovare le ragioni. Scrivono infatti Alesina e Giavazzi: «Per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’art. 18 e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa». E aggiungono: «Non solo, ma un impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili».
È necessario fare un minimo di chiarezza e fare un bagno di realtà. In Italia, il numero dei lavoratori formalmente protetti dall’art. 18 in imprese private con più di 15 dipendenti sono poco più di 7,7 milioni (il numero delle imprese è invece poco più di 114.000, un’inezia se paragonato al numero totale delle imprese: dati Istat), poco più del 40% del totale degli addetti privati. Ciò significa che sei dipendenti privati su 10 non sono tutelati dall’art.18. Tale quota tende poi in realtà ad aumentare, se si considera che la maggior parte delle imprese con più di 15 dipendenti si concentra nella faccia dimensionale tra i 15 e i 25 addetti, laddove la presenza del sindacato è assai scarsa e quindi il controllo
dell’applicazione dello Statuto dei Lavoratori più labile. Ciò significa che poco più di un terzo (comunque non la maggioranza, come sembra emergere dagli articoli di molti commentatori e economisti) della forza-lavoro
privata italiana è illicenziabile?
Niente di più falso. Ciò che è impedito è solo il licenziamento individuale. La Legge 223 del 1991 ha infatti introdotto la possibilità di licenziamenti collettivi, anche per ragioni economiche. Al punto che le cronache economiche di questi mesi sono costellate da notizie relativi a licenziamenti. Solo per rimanere in Lombardia, basti pensare alla Jabil, alla Lares, alla Metalli, alla Nokia, all’Eutelia, alla Yamaha, alla Wagon Lits, alla Whirpool, all’Omsa solo per citare i casi più clamorosi.
È evidente che il licenziamento per ragioni economiche (delocalizzazione, chiusura di stabilimento, ristrutturazione, ecc) avviene sempre in modo plurimo, non avendo senso licenziare un singolo lavoratore. È quindi pretestuoso e falso affermare che impedire il licenziamento individuale per ragioni economiche obbliga le imprese ad assumere solo tramite contratti precari. Se le imprese con più di 15 addetti assumono prevalentemente tramite contratti precari in tempo di crisi (ma non solo) è perché intendono scaricare sulla flessibilità del lavoro l’incertezza e i costi della crisi, non viceversa. Ed è proprio questa miope strategia imprenditoriale, tesa ad accrescere illusoriamente competitività via riduzione dei costi piuttosto che via aumento della qualità e della produzione, a incidere negativamente sulla dinamica della produttività.
Ancora una volta Alesina e Giavazzi confondono la causa con l’effetto. La produttività in Italia è bassa perché le economie di scala dinamiche che ne stanno alla base (di apprendimento e di rete) richiedono continuità di lavoro e di reddito proprio perché possano garantire rendimenti crescenti nel tempo. Ciò significa che la scarsa produttività italiana è dovuta proprio ad un eccesso di precarietà e non è certo abrogando l’art. 18 (o introducendo gabbie salariali) che taleproblema può essere risolto.
Infine, Alesina e Giavazzi chiedono che in cambio della liberalizzazione dei licenziamenti individuali le imprese partecipano in misura maggiore al finanziamento dei sussidi di disoccupazione erogati dall’Inps. È utile ricordare che già oggi il sussidio di disoccupazione viene finanziato dai contributi sociali versati dalle imprese e dai lavoratori, allo stesso modo della Cig straordinaria e delle indennità di mobilità. Si tratta di ben misera cosa in confronto al via libera ai licenziamenti! Nulla viene detto infatti riguardo ai parametri che limitano l’accesso a tali sussidi, ovvero la durata (massimo otto mesi) e l’ammontare (pari al 60% della retribuzione lorda mensile per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese, perun livello comunque non superiore a 858 euro mensili).
È necessario invece rovesciare il ragionamento di Alesina e Giavazzi (e anche dell’attuale governo): prima di intervenire su qualsiasi processo di riforma del mercato del lavoro, sarebbe più utile e produttivo procedere ad una razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali tramite duesemplici misure: la separazione tra assistenza (a carico della fiscalità collettiva) e previdenza contributiva (a carico, tramite Inps, dei lavoratori e delle imprese) e l’introduzione di un’unica misura di reddito di base, erogato in modo individuale e incondizionato a tutti coloro che
hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia (da contrattare), indipendente dalla tipologia contrattuale, condizione professionale, stato di cittadinanza, ecc.
Solo in presenza di sicurezza sociale garantita, il mercato del lavoro potrà acquisire quella mobilità funzionale al diritto di scelta del lavoro e non all’obbligo del lavoro. Solo se sarà operativo un effettivo regime di secur-flexibility (e non flex-security), allora il problema del mantenere in vigore l’art. 18 diventerà un falso problema e avrà esclusivamente la
funzione di proteggere i lavoratori da forme di discriminazione.
Andrea Fumagalli
tratto da http://www.precaria.org
30 gennaio 2012
]]>I fumogeni di Fornero
La finta marcia indietro del giorno dopo. Ormai è una costante di molti ministri, in piena continuità con il governo precedente. Certo con meno protervia, ma altrettanta - pessima - intenzionalità. Sottoposta per tutta la mattinata, dovunque sia andata, a un fuoco di fila di domande sull'«eliminazione della cassa integrazione», il «contratto unico», le risorse finanziarie necessarie per il «reddito minimo», ecc, la ministra del welfare Elsa Fornero ha scelto come difesa la cortina fumogena.
Vediamo le nuove dichiarazioni sui singoli punti. «Nel documento non c'è l'espressione 'vogliamo togliere la cassa integrazione'. C'è invece l'impostazione di un percorso di riforma degli ammortizzatori sociali che vedremo dove condurrà». Quindi «era del tutto prematuro parlare di soppressione della cig e in ogni caso sappiamo che il 2012 sarà un anno difficile, nel quale non potremo fare grandi innovazioni». Secondo logica, dunque, per quest'anno non si può fare, ma...
Che in realtà a questo si stia pensando è stato confermato dalla stessa ministra, in via indiretta. «La flessibilità in uscita è stata utilizzata per mandare in pensione gente giovane, questo non si può più fare». Parla dei prepensionamenti, utilizzati per risolvere molte crisi aziendali tramite il rosario dei vari ammortizzatori. La ministra si è detta «colpita» dal fatto che «in Italia un lavoratore con poco più di 50 anni è considerato perso dal mercato, non più utilizzabile». Accorciare il periodo coperto dalla cig, insomma, costringerebbe il singolo lavoratore a tornare su un «mercato» che però - non certo per sua indisponibilità - lo rifiuta in quanto «vecchio». Ma non più pensionabile.
Salario minimo garantito. È l'istituto che, secondo quanto riferito dai dirigenti sindacali presenti all'incontro di lunedì, dovrebbe sostituire la cig straordinaria, quella in deroga e anche la mobilità. Di durata imprecisata, ma certo molto inferiore (anche quanto ad assegno erogato) rispetto agli ammortizzatori oggi in vigore. «Abbiamo molti vincoli finanziari», quindi parlare di questo è «assolutamente prematuro». E due.
Un po' troppa modestia e incertezza, insomma, per un governo di tecnici e decisionisti, che hanno caricato sulle proprie spalle il compito di «fare riforme strutturali in tempi rapidi». Specie se, come la ministra stessa ha ripetuto, la questione del mercato del lavoro si deve risolvere «in 3 o 4 settimane». Ma proseguiamo.
Contratto sagomato sul ciclo di vita. Fornero parte dalla «numerosità» dei contratti atipici, che andrebbero sfoltiti tenendo soltanto «quelli che ci (a chi?, ndr) servono». Perché questa giungla «anziché includere, segmenta, tratta in maniera eccessivamente differenziata diverse categorie di persone». Ma il «contratto sagomato», che cambia a seconda dell'età del singolo lavoratore, realizza qualcosa di peggio della «frammentazione»: ossia l'individualizzazione totale, così che in nessun posto, virtualmente, ci saranno due dipendenti con gli stessi interessi immediati. Unica speranza: un'idea del genere è quasi impossibile da realizzare, nella vita pratica.
Molto seccamente, il segretario della Cgil Toscana, Daniele Quiriconi, ha fatto due conti: «Se si applicasse la ricetta Fornero in Toscana (regione con il Pil pro capite tra i più alti del paese, ndr) ci sarebbero 15.000 disoccupati in più». Un calcolo basato su informazioni concrete, al contrario dell'ideologia sparsa a piene mani sulle «misure per i giovani». E corroborato da Carla Cantone, segretaria generale dello Spi Cgil: «I problemi dei giovani non si sono dissolti nell'aria con la riforma delle pensioni, ma si risolveranno solo attraverso un piano per l'occupazione, perché senza un lavoro oggi non ci sarà nessuna pensione domani».
È la stessa opinione manifestata ieri dai precari dell'Istat, terza stazione del peregrinare della ministra, che hanno issato uno striscione con su scritto «precarious we stand». Strappandole un «mi state a cuore, questa è la mia preoccupazione» che sa tanto di mezza lacrima. Prima della mazzata.
Francesco Piccioni
tratto da "Il Manifesto"
25 gennaio 2012
Professori delle tre carte. Dopo aver a lungo menato la danza della «riforma del mercato del lavoro», che doveva però andare «di concerto con la rimodulazione degli ammortizzatori sociali», addirittura vellicando sogni europei come il «reddito di disoccupazione», il governo ha mostrato la faccia feroce di chi - dei senza lavoro perché le aziende chiudono - sostanzialmente se ne infischi. O peggio.
Vediamo i dettagli. Il governo ha messo sul tavolo «i titoli» - come si dice in gergo - di cinque capitoli contenenti le linee guida del progetto governativo: tipologie contrattuali, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi all'impiego. Ma solo di alcuni si è appreso qualcosa di attendibile. Al momento di entrare a palazzo Chigi il ministro del welfare Elsa Fornero aveva spiegato che nella riforma ci sarebbe stato anche uno «schema di reddito minmo». Peccato che «richiede risorse ora non individuabili», e quindi verrà approvata ma «l'applicazione sarà dilazionata». Insomma: una riga di inchiostro su carta, non un diritto esigibile.
Ma questa era anche l'unica «buona notizia». Per «riforma» degli ammortizzatori sociali - cassa integrazione e mobilità - il governo intende la loro sostanziale cancellazione. Oggi abbiamo tre tipi di cassa integrazione. L'ordinaria (per imprese industriali ed edilizia) entra in azione per sospensione dell'attività produttiva, può durare fino a un anno, con l'80% del salario, pagata dai contributi di aziende e lavoratori. La straordinaria, invece, scatta anche per altri tipi di imprese (editrici, commercio, trasporto aereo, ecc) e copre le crisi aziendali vere e proprie: ristrutturazione, riconversione, riorganizzazione, crisi e «procedure concorsuali» (fallimento o liquidazione). Può durare anche 24 mesi (36 al centro, 48 al sud) ed è egualmente finanziata da imprese e lavoratori. Quella in deroga, infine, è stata introdotta da Sacconi per coprire - nella crisi - anche quei settori che non usufruivano delle prime due forme; copre anche apprendisti, interinali, ecc, ma è a carica della fiscalità generale dello Stato.
A seguire c'è anche la mobilità, al 60% del salario, dalla durata variabile a seconda dell'età del lavoratore o del territorio di residenza. Una serie di salvagenti straordinari - pensati per aiutare le imprese, non tanto i lavoratori - che si sono però rivelati preziosi in questi anni di crisi per evitare di avere milioni di disoccupati per strada. E relativi problemi sociali.
Cosa hanno pensato i geniali «tecnici» scelti dall'alto dei cieli europei? Che è meglio ridurre tutto a una sola forma: l'ordinaria, con durata 52 settimane. Anche se l'azienda chiude. Poi «si pensa» a «un'indennità risarcitoria» o al «rafforzamento del sussidio di disoccupazione». Per cui, «purtroppo», non ci sono soldi. Quindi non esiste il sussidio... Facile previsione: nel solo 2012, avremo tra i 300 e i 500mila disoccupati in più. E non un solo posti di lavoro nuovo.
Essere presi per i fondelli non è simpatico, ma i «professori» sono stati capaci di andare oltre. Può essere ammesso, ma non concesso che il lavoro flessibile (ci si riferisce all'insieme dei 48 contratti precari, ma in modo «dolce e suadente») possa essere reso più caro, invece che abolito. E che l'incentivo alla «stabilizzazione» del rapporto di lavoro sia affidato alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Certo, per una schiera di ministri che ripete continuamente di voler creare «opportunità per i giovani» sarebbe più coerente se prevedesse una drastica eliminazione di quei contratti, lasciando alla «stagionalità» i mestieri di bagnino e di maestro di sci.
Ma è il terzo pilastro della struttura illustrata ieri i punto più preoccupante: il contratto calibrato sul ciclo di vita. Se siete abituati a diffidare delle formule verbali fantasiose, fate bene a preoccuparvi. Il ministro Fornero è stata parca di contenuti e ricca di immagini: «serve un contratto che evolve con l'età», «piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età». La sovrabbondanza di riferimenti all'«evoluzione» suggerisce la scomparsa di meccanismi contrattuali certi e validi per tutti. Ai tre anni del «contratto di ingresso» - una sorta di apprendistato, ma senza godere di alcun diritto (a parte un «risarcimento» proporzionale alla durata del lavoro) - seguirebbe non l'attuale «contratto a tempo determinato» ma una sorta di terra di nessuno. Bisognerebbe infatti capire fino a quale età si può essere assunti con l'«ingresso», perché per un 50enne sarebbe una presa in giro eccessiva.
Nell'insieme, dunque, scompare la «norma contrattuale nazionale» - il principio giuridico dell'egualianza di trattamento - e viene adombrato il «contratto su misura». Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino, chiamandolo «contratto Internet» o individuale. Poi ripigò sul più casareccio «lavoretto».
Ma, almeno, tutta questa storia ha fatto accantonare la fissazione per l'art. 28? Ma quando mai. Il premier è stato chiaro: «non può essere un tabù». Per chi è abituato alla logica, vedendo che il governo presenta le proprie proposte come immodificabili, diventa chiaro che i «tabù» sono esattamente i bersagli che si prefigge di colpire.
Francesco Piccioni
tratto da "Il Manifesto"
24 gennaio 2012
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Anticipazioni e bozze. La riforma del mercato del lavoro preannuncia un «contratto unico di ingresso» sul modello di Boeri e Garibaldi Tre anni senza vere garanzie, poi forse... Cgil, Cisl e Uil chiedono il contratto d'apprendistato, che è anche peggio...L'assalto è in preparazione, ma i dettagli già ci sono e sono davvero inquietanti. L'"assaggio" è venuto con il contratto dei bancari, che già si adegua alle "future" regole e infatti prevede per i neo-assunti un "salario d'ingresso" del 18% inferiore. Così s'imparano a cercare un lavoro... Quello che hanno fatto trapelare finora è molto dettagliato, come si può leggere negli articoli qui di seguito. Resta fuori l'art. 18, ufficialmente. Ma si sa già che sarà poi "ritoccato" in modo da renderlo inapplicabile, ma col "consenso" di Cgil, Cisl e Uil. tratto da www.contropiano.org
Link: Art. 18: su le barricate
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Francesco Piccioni
tratto da Il Manifesto del 21 gennaio 2012
Loris Campetti
Questo contratto, realisticamente, "rappresenta il miglior risultato possibile ottenuto dalle Organizzazioni sindacali senza un minuto di sciopero", aggiunge Sileoni.
Nell'era della crisi finanziaria più forte i bancari stanno dando prova di grande pragmatismo. È senz'altro il momento di maggiore discontinuità nella storia del settore bancario e i sindacati hanno lavorato unitariamente, insieme ad Abi, a un accordo "straordinario". Strardinario per il modo in cui è avvenuto il calcolo dell'aumento per la parte economica innanzitutto. Con il recupero dell'inflazione, ma senza una tantum e senza conguaglio per il 2008, 2009, 2010. Ma straordinario anche perché la categoria che in decenni di negoziati ha fatto le maggiori conquiste di diritti che riguardano la previdenza, l'assistenza sanitaria integrativa, gli scatti, gli orari, le indennità congela una parte di questo prezioso pacchetto, per via dell'emergenza. E straordinario, infine, perché nell'anno in cui la disoccupazione ha raggiunto la punta massima e i giovani sono tra coloro che incontrano le maggiori difficoltà a trovare lavoro le parti hanno deciso di creare un Fondo a sostegno dell'occupazione.
È un quadro maturato in un arco temporale piuttosto ridotto, rispetto alle abitudini della categoria: appena tre mesi e mezzo, considerato l'inizio dei negoziati a fine settembre. L'impianto del contratto è senz'altro il più semplice delle ultime tornate: questo si deve in parte alla scelta di dare una risposta equa ai lavoratori in tempi brevi, ma anche alla scelta di insediare apposite commissioni bilaterali per risolvere i capitoli inquadramenti, armonizzazione orari, apprendistato, semplificazione normativa, salute e sicurezza.
Aumento
L'aumento sarà di 170 euro a regime, pari al 6,05%, divisi in tre tranche, con un alleggerimento della prima e della seconda e un differimento del pagamento della prima. In pratica verranno corrisposti i primi 50 euro di aumento a decorrere dal primo giugno del 2012, altri 50 nel 2013 e infine 70 nel 2014. Dunque ci sarebbe tutta la copertura inflattiva, escluso il conguaglio per il 2008, 2009, 2010 che sarebbe stato dello 0,93% circa ed esclusa anche l'una tantum che non ci sarà. Le parti hanno inoltre concordato il blocco degli scatti di anzianità per un anno e mezzo, dal primo gennaio 2013 al primo giugno 2014, mentre per la long term care è stato acquisito l'incremento del contributo aziendale pro capite di 100 euro.
Area contrattuale
L'intesa prevede l'introduzione del contratto complementare con un orario di lavoro di 40 ore settimanali invece di 37,5, con una riduzione del 20% delle retribuzioni. Questo consentirà l'insourcing di numerose attività attualmente esternalizzate, salvo poi procedere al riallineamento delle retribuzioni e dell'orario di lavoro in un arco temporale di 4 anni.
Nuova occupazione
È stato condiviso un protocollo per l'istituzione di un Fondo bilaterale per il sostegno dell'occupazione da attivarsi con il contributo dei lavoratori e delle aziende. In particolare le aree professionali contribuiranno con una giornata, vedendosi così ridotta a 15 ore, da 23 ore, la "Banca delle ore", i quadri direttivi e i dirigenti contribuiranno con una ex festività, mentre i manager con il 4% della retribuzione fissa, come ha suggerito il presidente di Abi, Giuseppe Mussari. Sul salario dei neoassunti con certezza di qualifica terza area primo livello l'intesa prevede una riduzione del salario di ingresso del 18% che, unitamente alle agevolazioni statali alle aziende che assumeranno con stabilizzazione del rapporto di lavoro, sarà un importante incentivo. Il fondo, inoltre, prevede anche che le assunzioni al sud abbiano un trattamento preferenziale.
Orario di lavoro
Sull'orario di lavoro che è stato uno dei temi più dibattuti e complessi di questo rinnovo, le parti hanno deciso l'orario di sportello prolungato 8-22, dal lunedì al venerdì, con una serie di garanzie sulla turnazione. Per l'applicazione di questo orario "allungato", è stato infatti concordato il confronto negoziale a livello aziendale, che prevede anche un intervento delle segreterie nazionali qualora ci siano difficoltà a raggiungere l'intesa. Nel caso in cui non si riesca a trovare un accordo l'azienda potrà procedere unilateralmente per la fascia 8-20, mentre l'accordo è obbligatorio per la fascia 20-22. L'orario di lavoro individuale rimane invariato a 7 ore e 30 minuti e sarà privilegiata la volontarietà.
tratto da Il Sole 24 Ore
Tratto da eilmensile.it
Testo e foto di Luca Galassi
“Non è vero che abbiamo abbandonato i passeggeri al loro destino. Io sono stato l’ultimo a lasciare la nave. Dopo aver messo in salvo tutti gli ospiti”. Joseph, 30 anni, indiano, è un membro dell’equipaggio della Costa Concordia in procinto di lasciare il residence ‘Fattoria La Principina’, in Maremma, dove è finito insieme ad altre centinaia di extra-comunitari a causa dell’imperizia di un comandante. Mille e ventiquattro persone: cinesi, indonesiani, sudamericani, asiatici, smistati per due giorni tra Grosseto, Principina Terra e Marina di Grosseto, luoghi di vacanza brulicanti d’estate, ma desolati a gennaio. Nessuno ha parlato di loro, dopo il naufragio, se non per accusarli: erano inadeguati, non sapevano cosa fare, pensavano solo a salvare se stessi.
La versione dei fatti è invece diversa. Loro sono stati i primi a soccorrere, e non tanto – o non solo – per l’altruismo e la solidarietà che sono spesso alla base delle loro culture. Ma perché addestrati a farlo. Oltre ad avere il sorriso pronto anche dopo 12 ore filate di lavoro, l’equipaggio deve conoscere a menadito le procedure in caso di emergenza. Così, si stupiscono, gli indiani che stanno lasciando il residence con un asciugamano in testa per ripararsi dal freddo, quando gli viene raccontato cosa dice la stampa italiana a riguardo. Ribattono sdegnati: “E’ falso. Totalmente falso. Io faccio il cameriere, ero nel ristorante al momento dell’incidente, non appena abbiamo ricevuto l’allarme è scattato il piano di emergenza. Solo quando tutti i passeggeri sono stati sbarcati abbiamo abbandonato la nave. Potete vedere le foto e i telegiornali. Dove si vede il ponte con le ultime persone a bordo, quelli siamo noi. E poi: se si fossero salvati per primi i membri dell’equipaggio, come si sarebbero salvati i passeggeri?”.
L’equipaggio – salvo alcune eccezioni – ha perso tutto nel naufragio: documenti, soldi, effetti personali, computer, telefonini. “Se avessimo badato alle nostre cose – racconta un altro indiano – si sarebbe perso tempo. Se avessimo recuperato dalle cabine i nostri soldi e i nostri documenti, forse il numero delle vittime sarebbe stato molto più alto”.
Di loro non ha parlato nessuno. Ma un assistente cameriere come Joseph, che ha rischiato la sua vita per salvarne altre, prendeva 509 dollari al mese per tredici o quattordici ore di lavoro giornaliere. Certo, con pause, anche lunghe, tra i turni di colazione, pranzo e cena. Ma in altri settori della nave c’era chi lavorava undici ore di fila con mezz’ora di pausa solamente. E’ uno dei cinesi, alloggiato all’hotel Villa Gaia di Marina di Grosseto. Lui, addetto alle pulizie, ha un contratto di 450 dollari. “Prima la compagnia ci pagava in euro, ora le cose sono cambiate”, spiega, senza rivelare il suo nome per paura, come tutti gli altri, di non venir pagato fino alla scadenza del contratto. “Mi hanno imbarcato due mesi fa. I prossimi sei mesi non li lavorerò, ma la compagnia mi ha promesso che onorerà il contratto. Capitemi: posso raccontarvi quello che volete, ma non posso rivelare il mio nome. Volete sapere se ci pagano poco? Sì, ci pagano poco. Se lavoriamo molto? Lavoriamo undici ore al giorno, ma se vogliamo fare più soldi ne lavoriamo anche quattordici, con il carico e lo scarico bagagli”. Viene da Shanghai. Molti altri, in capannello, vincono la diffidenza e si lasciano andare. A patto che non li si citi. Spunta una Babele di lingue e una galleria di volti: addetti alle pulizie, stewart, hostess, receptionist, fino ai semplici marinai. Un mondo multietnico che vuole rimanere anonimo fino in fondo. Raccontano di contratti di otto-nove mesi estendibili, siglati con un’agenzia nel loro Paese per lavorare sulle crociere dei ricchi in quasi tutti i mari del mondo. Aspettano la chiamata, lasciano le loro famiglie e stanno in mare per due-tre stagioni. Con stipendi da fame. “Certo, per gli standard asiatici va anche bene, ma per quelli europei siamo sottopagati”.
“Non è la prima volta per me – racconta un marinaio indonesiano -, con la Costa ho avuto altri due incidenti, uno nel 2009 sulla Costa Romantica, a Buenos Aires. Incendio a un generatore, molto fumo ma nessun ferito. L’altro sulla Costa Pacifica, credo nel 2010, abbiamo imbarcato acqua, ma anche lì niente di grave. Mai nulla come questo incidente. Ho avuto molta paura. Credo che per un po’ starò lontano dal mare”. Un cameriere colombiano ha fatto un corso per pompiere, obbligatorio sulla Concordia, grazie al quale ha potuto coordinare l’organizzazione per la risposta all’emergenza: “Ciascuno di noi sa in anticipo dove trovarsi in caso di incidente. Dopo esserci riuniti al punto di raccolta, abbiamo cominciato a gestire gli sbarchi. Spettava a me portare in salvo l’equipaggio, sui barchini a loro destinati. Garantisco che anche molti passeggeri sono stati caricati su questi barchini. I membri dell’equipaggio hanno lasciato i loro posti agli ospiti della nave, prima di salvarsi”. Cosa farà adesso? “Non lo so. Sono tre giorni che sono qui, aspettando i documenti per tornare a casa.
“Chi ci darà indietro le nostre cose? Non abbiamo più soldi. Tre mesi di contratto, più di tremila euro, sono rimasti sulla nave, nella mia cabina, sommersi, perduti insieme al mio computer e al mio passaporto”, lamenta un cinese. Un altro ribatte: “Anch’io li ho lasciati su, al cappellano”. Al cappellano? “Sì, a don Raffaele”. Come accade spesso in nave, marinai ed equipaggio affidano i loro soldi al cappellano di bordo, che dà a ciascuno una chiavetta per la cassetta di sicurezza. Circa il venti percento dell’equipaggio della Concordia aveva i suoi averi nella cabina del cappellano. “Perché è più sicuro, rispetto ad averli nella propria cabina. La compagnia paga cash, e bisogna tenerseli stretti, i quattrini. A me è accaduto di esser stato derubato di mille euro. Al mio collega hanno portato via tutto. Le navi sono così, non si può mai stare tranquilli”. La compagnia ha promesso di risarcire le perdite. L’equipaggio dovrà fare un inventario e presentarlo all’agenzia che li ha assunti, che lo girerà alla Costa Crociere. “Ci fidiamo poco – dice un cinese –. Se non avessi lasciato nulla in cabina, ma denuncio ugualmente la perdita di un computer e di duemila euro, secondo voi la società mi rimborserà? Non lo farò, ma chiunque potrebbe dichiarare il falso. Come si fa a controllare? Per questo non mi fido”.
I pullman sono arrivati, e gli ultimi membri dell’equipaggio della Concordia lasciano Marina di Grosseto. Coperte e vestiti sono stati forniti loro dalla Croce Rossa e dai volontari di Emergency della zona. Infreddoliti ed esausti, partono alla volta di Civitavecchia, poi Fiumicino, poi finalmente a casa. In attesa di ripartire, quando e se un altro contratto a termine li riporterà sulle navi dei ricchi. Sperando che su quelle navi vi siano sempre comandanti all’altezza del loro equipaggio.
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In tre giorni si sono svolte le riunioni del Comitato centrale della Fiom e del Direttivo della Cgil, che hanno visto una sostanziale convergenza di posizioni tra la Segretaria generale della Cgil e il Segretario generale della Fiom. Con questa convergenza di posizioni abbiamo nettamente dissentito.Giorgio Cremaschi
tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it
14 gennaio 2012
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I miei disaccordi con Cremaschi
L'ultimo intervento di Giorgio Cremaschi sul sito della rete 28 aprile (http://www.quipunet.it/
I punti sono cinque:
il giudizio e i comportamenti rispetto al governo Monti;
l’accordo del 28 giugno;
il giudizio sulla Fiat;
unità sindacale e democrazia;
il referendum in Fiat.
I punti che solleva Cremaschi sono indubbiamente importanti per il movimento operaio: la risposta alle manovre del Governo, il rapporto con la Fiat, i temi legati ai contratti e ai diritti sindacali dei lavoratori sono indubbiamente importanti, e sono tra quelli su cui si gioca la possibilità per il movimento operaio di assumere una nuova soggettività all'interno della crisi economica ed istituzionale che sembra avvitarsi su se stessa. Il problema è che, ancora una volta, Cremaschi e l'area che a lui fa riferimento evitano di misurarsi con i problemi centrali per la classe operaia e per il suo rapporto con il nemico di classe.
Come ho già scritto altre volte, la debolezza del movimento operaio parte da lontano, ed è questa debolezza che rende possibile “il più grave attacco ai diritti e alle libertà dei lavoratori dal ’45 ad oggi”. I diritti e le libertà per gli operai non valgono in astratto, ma sono degli strumenti per migliorare le proprie condizioni di vita, o almeno non farle peggiorare sotto l'attacco capitalistico, e per redistribuire il reddito, attraverso una efficace lotta economica, dal profitto ai salari; a loro volta, le migliorate condizioni economiche della classe permettono ad un maggior numero di operai di partecipare in prima persona ai dibattiti, alle scelte, alle lotte per migliorare e trasformare la società.
Questa debolezza, dicevo, parte da lontano ed ha una prima verifica con l'accordo sulla concertazione del 1992. I sindacati, Cisl e Uil, ma anche la CGIL, sono pienamente corresponsabili, assieme al Governo e alle organizzazioni padronali, di questa situazione.
Solo chi pratica un'opposizione di facciata può pensare di mettere in discussione governo Monti e accordo FIAT, pensioni e diritti dei lavoratori, senza denunciare questo accordo che ha impedito qualsiasi seria resistenza degli operai sul terreno del reddito. Quale sia la posizione di Cremaschi non c'è bisogno di chiederselo, una volta che anche lui ha votato, scontrandosi poi con una decisa opposizione nei luoghi di lavoro, la bozza di piattaforma preparata dalla FIOM sul contratto dei metalmeccanici.
La crisi della rete 28 aprile nasce proprio da questa incapacità degli esponenti più rappresentativi di comprendere e esprimere gli umori della base, dalla incapacità di rompere con la politica di svendita portata avanti dalle burocrazie sindacali nel suo complesso. Il tentativo di sostituire il corretto rapporto con la base con politiche velleitarie e inconsistenti è a sua volta fallito.
Indubbiamente la lotta in fabbrica, sul posto di lavoro, la contrapposizione quotidiana all'arroganza dei padroni e dei loro scagnozzi è difficile e raramente gratificante, ma è su quel terreno che qualsiasi minoranza che vuole costruire un rapporto con il proletariato che si deve misurare: io sono tra coloro che sono convinti che l'emancipazione della classe operaia spetta alla classe operaia stessa e nessun terreno elettorale o governativo si potrà sostituire all'azione cosciente della classe.
Le ragioni dell'esistenza di un sindacalismo alternativo e intransigente oggi in Italia nascono da questa separazione tra gli interessi delle burocrazie e i bisogni dei lavoratori. Ma non è detto che quello che esiste rispecchi le aspirazioni di molti lavoratori all'autorganizzazione, all'azione diretta, al miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita. Su questi argomenti i rivoluzionari, e in particolare gli anarchici, hanno molto da dire, ma per parlare bisogna partecipare. A partire dalle occasioni di lotta come quelle del 27 gennaio prossimo che, come quella che l'ha preceduta indetta da Cub e Confederazione Cobas, devono vedere dei passi in avanti concreti sul terreno della lotta contro i governi e contro la borghesia.
Tiziano Antonelli
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Dopo giorni di silenzio l’azienda è uscita allo scoperto fornendo una propria “ricostruzione dei fatti” e dichiarando che il boicottaggio andrà anche a discapito di tutti coloro che ancora lavorano in Italia. Puro e semplice ricatto si direbbe. Ovviamente non manca la frase di rito:«La sorte delle lavoratrici e dei lavoratori OMSA -recita la nota- oltre che quella di tutti gli altri dipendenti è tra le priorità del gruppo, che è all’opera con tutti i soggetti preposti per trovare la soluzione più soddisfacente, insieme». Ma cosa hanno da perdere o da difendere le 239 lavoratrici a cui per capodanno è stato comunicato con un fax che da marzo, dopo la fine della cassa integrazione, saranno licenziate? I manager Omsa/Golden Lady vogliono far credere che la decisione di aprire nel 2001 stabilimenti in Serbia, era mirata unicamente al progetto di far crescere le esportazioni verso il fiorente mercato dell’Est e dei Balcani. Poi nell’ottobre 2008, secondo l’azienda, inizia la crisi, la diminuzione delle esportazioni, il calo del fatturato, e la necessità di un riassetto organizzativo. Quindi si interviene sui costi di produzione “troppo onerosi”,chiudendo stabilimenti in Francia, Germania e Spagna e poi in Italia,dove però si realizza un “conveniente” polo distributivo che garantisce al consumatore un miglior rapporto qualità / prezzo del prodotto.
Il gruppo precisa poi che :«La decisione è stata presa in ottemperanza alle leggi italiane ed al principio di libera impresa, nel pieno rispetto del diritto del lavoro, mediante una trattativa che ha visto coinvolti i principali sindacati, enti locali, Regione Emilia Romagna e … oltre alla direzione dell’azienda, tesa a trovare un’alternativa occupazionale ed incentivi al personale in esubero». Traduzione: le leggi in vigore mi permettono di aprire e chiudere dove e quando mi pare, non debbo rendere conto a nessuno, però mi preoccupo, da bravo padrone, per voi. Il testo intero del comunicato, piuttosto lungo, denota preoccupazioni per il danno economico e all’immagine che Omsa e Golden Lady rischiano di pagare.
Boicottare produce effetti, insistiamo allora, chissà che le calze con cui i manager si coprono la faccia mentre condannano alla disoccupazione 239 donne, non finiscano col mostrare le prime smagliature.
http://neuroniattivi.blogspot.com/2012/01/il-boicottaggio-fa-tremare-i-padroni-di.html
La notizia di oggi è l’occupazione dell’atrio dell'aeroporto di Genova da parte degli operai Fincantieri che da giorni protestano contro il piano di riorganizzazione del gruppo, attaccando uno striscione con cui chiedono "certezza" per il loro futuro e minacciano di non andarsene fino a quando non sarà loro comunicata la data dell'incontro con il governo che chiedono da giorni.
Per il terzo giorno consecutivo gli operai della Fincantieri di Palermo, in lotta contro il piano (im)produttivo dell'azienda che solo a Palermo prevede centoquaranta licenziamenti su circa cinquecento operai (oltre il 25%), hanno bloccato i principali flussi commerciali e di comunicazione della città. Oggi, 4 Gennaio, come al solito a seguito di un'assemblea focosa di fronte i cancelli dello stabilimento, è partito uno corteo più determinato che mai. L'obiettivo è stato chiaro fin dall'inizio e ovviamente è stato raggiunto e praticato fino in fondo.
Omsa, che licenziamenti!
Questa volta la crisi non c'entra. Il gruppo GoldenLady ha fatto sapere alle 239 lavoratrici dello stabilimento Omsa di Faenza che il 12 marzo 2012, alla fine della cassa integrazione, saranno licenziate.
Inizia il boicottaggio contro Omsa
Licenziate con un fax alla vigilia di Capodanno. La Omsa taglia 293 lavoratrici
Le lavoratrici Omsa invitano tutte le donne ad essere solidali con loro, "boicottando" i marchi Philippe Matignon - SiSi - Omsa - Golden Lady - ...Hue Donna - Hue Uomo - Saltallegro - Saltallegro Bebè - Serenella e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo CONDIVIDENDO a quante più persone potete se non altro per non alimentare l’indifferenza....... ... Le lavoratrici Omsa ringraziano per l’aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendenti.
tratto da www.infoaut.org
4 gennaio 2012
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Stamattina, dopo una partecipata assemblea mattutina convocata dalle rappresentanze sindacali in concomitanza con un'ora di sciopero, la rabbia degli operai di Fincantieri Palermo e dell'indotto è tornata ad essere protagonista della vita cittadina.ascolta l'intervista a Serafino, operaio della Fincantieri
tratto da www.infoaut.org
2 gennaio 2012
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