Lavoro Capitale - Senza SostePeriodico livornese di informazione indipendentehttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/Thu, 09 Feb 2012 00:21:45 +0000Joomla! 1.5 - Open Source Content Managementit-itL'articolo 18? Ecco a cosa serve. Lettera a Monti su una storia incredibilehttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/larticolo-18-ecco-a-cosa-serve-lettera-a-monti-su-una-storia-incredibilehttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/larticolo-18-ecco-a-cosa-serve-lettera-a-monti-su-una-storia-incredibileart.18_stressA cosa serve l’articolo 18? Caro presidente del Consiglio Mario Monti, abbia la pazienza di ascoltare questa storia, che arriva dal profondo Nord. Una di quelle storie che fanno riflettere, a meno di non avere il cervello obnubilato dalla eccessiva monotonia (non è il suo caso) del posto fisso, sull’importanza dell’Art. 18.
La vicenda si svolge a Mantova, città di Emma Marcegaglia, la presidente degli industriali italiani. Un’azienda, la Primafrost, che opera nella filiera del settore alimentare, ha licenziato una ventina di lavoratori che protestavano per le proibitive condizioni di lavoro a cui erano sottoposti. Per carità il loro non era un “lavoro fisso” quindi, per cortesia, non si indisponga. Diciamo che era ragionevolmente continuativo. Va bene così? Ci segua in questo istruttivo racconto e scoprirà delle cose che da “tecnico”, quale lei si qualifica, forse nemmeno immaginava. Lo vede che c’è sempre qualcosa da imparare nella vita?
A dirla tutta, questi lavoratori, che “godono” (anzi, godevano) di un lavoro ragionevolmente continuativo, non hanno grandi motivi per annoiarsi. Pensi, trascorrevano la loro giornata in piedi senza protezione su ponteggi alti 4-5 metri, con scarpe anti-infortunistica rattoppate con il nastro adesivo. Avevano gli straordinari pagati come semplici rimborsi per alleggerire buste paga e tasse (qui lei dovrebbe storcere il naso eh!). In più, c’era anche il mancato riconoscimento per un lavoro a 30 gradi sotto zero che durava fino a 13-14 ore al giorno. Lei si annoierebbe al loro posto? Nemmeno per sogno! Come è e come non è… un giorno questi poveri cristi che non ce la fanno più di tutto questo divertimento si rivolgono al sindacato, che si rivolge agli ispettori, che chiamano i carabinieri, che confermano la versione, … che parte l’inchiesta. Che interviene, non ci crederà, anche la Guardia di Finanza, come a Cortina, a Roma e a Milano. I dipendenti infatti, per rendere un po’ più frizzante il clima si sono autodenunciati, il 25 gennaio scorso, alla Guardia di Finanza per le buste paga irregolari. Si arriva anche all’autolesionismo in questo strano Paese pur di rompere sto brutto clima di monotonia.
C’è di più, molto di più. E questa volta tocchiamo proprio il cuore dell’Articolo 18, quello che lo fa così tanto arrabbiare. L’azienda ha lasciato a casa tutti quelli che non hanno accettato di abbandonare il sindacato e smettere di protestare per lo sfruttamento. E per chi ha accettato di stracciare la tessera della Cisl il posto in azienda è rimasto. Ma guarda un po’!
Ah dimenticavo di dire, i lavoratori non sono dipendenti diretti della Primafrost. Troppo monotono no? Sono dipendenti di una coop, la Bbs di Bresso, che si è vista revocare l’appalto nel giro di un battibaleno.
Titolari e dirigenti di Primafrost si sono chiusi in un silenzio ostinato: non rispondono al sindacato, e nemmeno alla stampa. Non rispondono, pensi, nemmeno ad una istituzione come la Provincia. Può fare qualcosa lei? Le dò un suggerimento: tolga i politici e ci metta i tecnici, magari quelli della Primafrost si impressionano.
Morale della storia. Grazie all’Art. 18 ora i “lavoratori annoiati” della Primafrost qualche speranza del reintegro ce l’hanno. Torneranno ad annoiarsi. È vero, ma con la dignità e l’amor proprio perfettamente integri. E non mi dica che questi valori non aiutano l’Italia ad andare avanti in questo disastro epocale.

tratto da http://www.controlacrisi.org

4 febbraio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALESat, 04 Feb 2012 15:19:09 +0000
Dalla neve agli scioperi, cosa accade al dipendente assentehttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/dalla-neve-agli-scioperi-cosa-accade-al-dipendente-assentehttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/dalla-neve-agli-scioperi-cosa-accade-al-dipendente-assenteneve_lucio_motoCosa succede al dipendente che non si reca al lavoro per un'improvvisa nevicata? Cosa rischia se non si presenta in ufficio causa sciopero dei trasporti? E se ha un imprevisto in famiglia? Una risposta univoca per questi casi eccezionali non esiste. Occorre, però, conoscere cosa prevedono la normativa e i contratti collettivi per non rischiare grane con il proprio capo.

Quale retribuzione se una nevicata si abbatte sull'ufficio?

"Il rischio maggiore per il lavoratore può nascere dalla convinzione che la calamità naturale lo esenta dal lavoro, mantenendo intatto il diritto alla retribuzione", spiega Aldo Bottini, socio di Toffoletto e Soci, uno dei più importanti studi italiani specializzati nel Diritto del lavoro. Una prima distinzione da fare riguarda la portata della calamità. "Se si verifica un'abbondante nevicata che rende impossibile l'accesso al luogo di lavoro, ad esempio distruggendo l'ufficio (ma lo stesso esempio si può fare con un'inondazione, ndr) siamo di fronte all'impossibilità di rendere la prestazione lavorativa. In questi casi il lavoratore non può considerarsi inadempiente, ma non ha diritto alla retribuzione". Trattandosi di causa di forza maggiore, di solito interviene la cassa integrazione, in particolare, nel caso di aziende che appartengono al settore industriale.

Gli scioperi dei trasporti non giustificano

Diverso è il caso della difficoltà di recarsi al lavoro dovuta, ad esempio, a un'abbondante nevicata sul tragitto da casa al lavoro o a uno sciopero nel trasporto pubblico. "In entrambi i casi non c'è un'impossibilità assoluta di rendere la prestazione lavorativa", spiega Bottini, "perché il datore di lavoro potrebbe eccepire che si poteva comunque arrivare in ufficio, magari partendo in anticipo rispetto al solito o scegliendo un mezzo di trasporto alternativo come l'automobile nell'esempio dello sciopero. Il criterio per valutare il comportamento del lavoratore è comunque sempre quello della buona fede". Se in questi casi il lavoratore non si presenta in azienda potrebbe, quindi, essere considerato inadempiente ma naturalmente la situazione va valutata caso per caso.

Quali conseguenze?

L'inadempienza di un contratto — come quello di lavoro — può spingere la parte danneggiata a puntare sulla risoluzione. Non si tratta, in ogni caso, di un processo automatico: occorre recarsi dinanzi a un giudice del lavoro, chiamato a decidere del caso. "La giurisprudenza solitamente si orienta secondo parametri di buon senso", precisa Bottini. "Così, se la mancanza del lavoratore in una giornata non ha compromesso irrimediabilmente l'attività dell'azienda, difficilmente potrà essere accettata la risoluzione del contratto. Più probabile che si opti per una sanzione, anche perché la maggior parte dei contratti collettivi prevede che la sanzione del licenziamento si applichi solo ad assenze ingiustificate di almeno tre giorni".
Lo stesso ragionamento si usa in caso di emergenze legate alla vita familiare del lavoratore: "Qualche tempo fa è arrivato in Tribunale il caso di un lavoratore che non si era presentato in azienda per essersi recato dal padre in fin di vita", ricorda l'avvocato. "L'azienda aveva reagito con una lettera di licenziamento. Il giudice ha ritenuto immotivata la risoluzione del contratto, in quanto spropositata rispetto all'inadempienza contrattuale e ha parlato di 'comportamento odioso' da parte del datore di lavoro".
In tutti questi casi, il consiglio dell'avvocato per i lavoratori alle prese con eventi eccezionali "è di muoversi secondo buon senso, comunicando all'azienda in maniera tempestiva l'assenza e le motivazioni, anche perché i contratti collettivi e quelli aziendali prevedono un monte ore di permessi annuida utilizzare proprio in queste occasioni".

Leggi anche: Emergenza in famiglia o visita medica, come utilizzare i permessi retribuiti

tratto da http://it.finance.yahoo.com/notizie/Dalla-neve-agli-scioperi-yfin-581724796.html

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALEWed, 01 Feb 2012 13:59:14 +0000
Secur-Flexibility, non Flex-Securityhttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/secur-flexibility-non-flex-securityhttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/secur-flexibility-non-flex-securityUna risposta ad Alesina e Giavazzi

In Italia sei lavoratori su 10 non sono tutelati dall’art.18. E anche quando chi è garantito può finire vittima di un licenziamento collettivo. Solo dopo aver introdotto un reddito di base si potrà parlare di riforma del lavoro.

precarietUna risposta ad Alesina e Giavazzi A leggere l’editoriale di Alesina e Giavazzi pubblicato sul Corriere della sera di domenica, uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro dell’art. 18, causa di ogni male, in particolare della precarietà.

Dopo anni di occultamento della realtà, Alesina e Giavazzi sono costretti ad ammettere che il numero di precari, prima della crisi (chissà dopo) ammonterebbe a 4 milioni (circa il 20% della forza-lavoro). È un dato sottostimato. Stime più complete (sulla base dei dati Isfol) arrivano, infatti, a ipotizzare, comprendendo anche tutte quelle situazioni di lavoro autonomo che nascondono in realtà forme di subalternità e eterodirezione, un numero di precari di poco inferiore ai 7 milioni (un terzo della forza lavoro), che arriva a superare il 50% per chi ha meno di 35 anni.

Il numero è destinato ad aumentare, se si considera che, secondo l’Osservatorio Provinciale di un’area comunque ricca come quella di Miano, nel corso del 2010, su 10 nuovi entrati nel mercato del lavoro solo uno era con un contratto standard di lavoro (9,8%) e solo uno su tre riesce a stabilizzarsi.

Se non si può negare l’evidenza, allora è necessario trovare le ragioni. Scrivono infatti Alesina e Giavazzi: «Per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’art. 18 e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa». E aggiungono: «Non solo, ma un impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili».

È necessario fare un minimo di chiarezza e fare un bagno di realtà. In Italia, il numero dei lavoratori formalmente protetti dall’art. 18 in imprese private con più di 15 dipendenti sono poco più di 7,7 milioni (il numero delle imprese è invece poco più di 114.000, un’inezia se paragonato al numero totale delle imprese: dati Istat), poco più del 40% del totale degli addetti privati. Ciò significa che sei dipendenti privati su 10 non sono tutelati dall’art.18. Tale quota tende poi in realtà ad aumentare, se si considera che la maggior parte delle imprese con più di 15 dipendenti si concentra nella faccia dimensionale tra i 15 e i 25 addetti, laddove la presenza del sindacato è assai scarsa e quindi il controllo
dell’applicazione dello Statuto dei Lavoratori più labile. Ciò significa che poco più di un terzo (comunque non la maggioranza, come sembra emergere dagli articoli di molti commentatori e economisti) della forza-lavoro
privata italiana è illicenziabile?

Niente di più falso. Ciò che è impedito è solo il licenziamento individuale. La Legge 223 del 1991 ha infatti introdotto la possibilità di licenziamenti collettivi, anche per ragioni economiche. Al punto che le cronache economiche di questi mesi sono costellate da notizie relativi a licenziamenti. Solo per rimanere in Lombardia, basti pensare alla Jabil, alla Lares, alla Metalli, alla Nokia, all’Eutelia, alla Yamaha, alla Wagon Lits, alla Whirpool, all’Omsa solo per citare i casi più clamorosi.

È evidente che il licenziamento per ragioni economiche (delocalizzazione, chiusura di stabilimento, ristrutturazione, ecc) avviene sempre in modo plurimo, non avendo senso licenziare un singolo lavoratore. È quindi pretestuoso e falso affermare che impedire il licenziamento individuale per ragioni economiche obbliga le imprese ad assumere solo tramite contratti precari. Se le imprese con più di 15 addetti assumono prevalentemente tramite contratti precari in tempo di crisi (ma non solo) è perché intendono scaricare sulla flessibilità del lavoro l’incertezza e i costi della crisi, non viceversa. Ed è proprio questa miope strategia imprenditoriale, tesa ad accrescere illusoriamente competitività via riduzione dei costi piuttosto che via aumento della qualità e della produzione, a incidere negativamente sulla dinamica della produttività.

Ancora una volta Alesina e Giavazzi confondono la causa con l’effetto. La produttività in Italia è bassa perché le economie di scala dinamiche che ne stanno alla base (di apprendimento e di rete) richiedono continuità di lavoro e di reddito proprio perché possano garantire rendimenti crescenti nel tempo. Ciò significa che la scarsa produttività italiana è dovuta proprio ad un eccesso di precarietà e non è certo abrogando l’art. 18 (o introducendo gabbie salariali) che taleproblema può essere risolto.

Infine, Alesina e Giavazzi chiedono che in cambio della liberalizzazione dei licenziamenti individuali le imprese partecipano in misura maggiore al finanziamento dei sussidi di disoccupazione erogati dall’Inps. È utile ricordare che già oggi il sussidio di disoccupazione viene finanziato dai contributi sociali versati dalle imprese e dai lavoratori, allo stesso modo della Cig straordinaria e delle indennità di mobilità. Si tratta di ben misera cosa in confronto al via libera ai licenziamenti! Nulla viene detto infatti riguardo ai parametri che limitano l’accesso a tali sussidi, ovvero la durata (massimo otto mesi) e l’ammontare (pari al 60% della retribuzione lorda mensile per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese, perun livello comunque non superiore a 858 euro mensili).
È necessario invece rovesciare il ragionamento di Alesina e Giavazzi (e anche dell’attuale governo): prima di intervenire su qualsiasi processo di riforma del mercato del lavoro, sarebbe più utile e produttivo procedere ad una razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali tramite duesemplici misure: la separazione tra assistenza (a carico della fiscalità collettiva) e previdenza contributiva (a carico, tramite Inps, dei lavoratori e delle imprese) e l’introduzione di un’unica misura di reddito di base, erogato in modo individuale e incondizionato a tutti coloro che
hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia (da contrattare), indipendente dalla tipologia contrattuale, condizione professionale, stato di cittadinanza, ecc.
Solo in presenza di sicurezza sociale garantita, il mercato del lavoro potrà acquisire quella mobilità funzionale al diritto di scelta del lavoro e non all’obbligo del lavoro. Solo se sarà operativo un effettivo regime di secur-flexibility (e non flex-security), allora il problema del mantenere in vigore l’art. 18 diventerà un falso problema e avrà esclusivamente la
funzione di proteggere i lavoratori da forme di discriminazione.

Andrea Fumagalli

tratto da http://www.precaria.org

30 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALEMon, 30 Jan 2012 18:32:45 +0000
Lavoro e welfare: le proposte agghiaccianti del governo. La Fornero bluffa?http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/lavoro-e-welfare-le-proposte-agghiaccianti-del-governohttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/lavoro-e-welfare-le-proposte-agghiaccianti-del-governo

I fumogeni di Fornero

gioco3carteLa finta marcia indietro del giorno dopo. Ormai è una costante di molti ministri, in piena continuità con il governo precedente. Certo con meno protervia, ma altrettanta - pessima - intenzionalità. Sottoposta per tutta la mattinata, dovunque sia andata, a un fuoco di fila di domande sull'«eliminazione della cassa integrazione», il «contratto unico», le risorse finanziarie necessarie per il «reddito minimo», ecc, la ministra del welfare Elsa Fornero ha scelto come difesa la cortina fumogena.
Vediamo le nuove dichiarazioni sui singoli punti. «Nel documento non c'è l'espressione 'vogliamo togliere la cassa integrazione'. C'è invece l'impostazione di un percorso di riforma degli ammortizzatori sociali che vedremo dove condurrà». Quindi «era del tutto prematuro parlare di soppressione della cig e in ogni caso sappiamo che il 2012 sarà un anno difficile, nel quale non potremo fare grandi innovazioni». Secondo logica, dunque, per quest'anno non si può fare, ma...
Che in realtà a questo si stia pensando è stato confermato dalla stessa ministra, in via indiretta. «La flessibilità in uscita è stata utilizzata per mandare in pensione gente giovane, questo non si può più fare». Parla dei prepensionamenti, utilizzati per risolvere molte crisi aziendali tramite il rosario dei vari ammortizzatori. La ministra si è detta «colpita» dal fatto che «in Italia un lavoratore con poco più di 50 anni è considerato perso dal mercato, non più utilizzabile». Accorciare il periodo coperto dalla cig, insomma, costringerebbe il singolo lavoratore a tornare su un «mercato» che però - non certo per sua indisponibilità - lo rifiuta in quanto «vecchio». Ma non più pensionabile.
Salario minimo garantito. È l'istituto che, secondo quanto riferito dai dirigenti sindacali presenti all'incontro di lunedì, dovrebbe sostituire la cig straordinaria, quella in deroga e anche la mobilità. Di durata imprecisata, ma certo molto inferiore (anche quanto ad assegno erogato) rispetto agli ammortizzatori oggi in vigore. «Abbiamo molti vincoli finanziari», quindi parlare di questo è «assolutamente prematuro». E due.
Un po' troppa modestia e incertezza, insomma, per un governo di tecnici e decisionisti, che hanno caricato sulle proprie spalle il compito di «fare riforme strutturali in tempi rapidi». Specie se, come la ministra stessa ha ripetuto, la questione del mercato del lavoro si deve risolvere «in 3 o 4 settimane». Ma proseguiamo.
Contratto sagomato sul ciclo di vita. Fornero parte dalla «numerosità» dei contratti atipici, che andrebbero sfoltiti tenendo soltanto «quelli che ci (a chi?, ndr) servono». Perché questa giungla «anziché includere, segmenta, tratta in maniera eccessivamente differenziata diverse categorie di persone». Ma il «contratto sagomato», che cambia a seconda dell'età del singolo lavoratore, realizza qualcosa di peggio della «frammentazione»: ossia l'individualizzazione totale, così che in nessun posto, virtualmente, ci saranno due dipendenti con gli stessi interessi immediati. Unica speranza: un'idea del genere è quasi impossibile da realizzare, nella vita pratica.
Molto seccamente, il segretario della Cgil Toscana, Daniele Quiriconi, ha fatto due conti: «Se si applicasse la ricetta Fornero in Toscana (regione con il Pil pro capite tra i più alti del paese, ndr) ci sarebbero 15.000 disoccupati in più». Un calcolo basato su informazioni concrete, al contrario dell'ideologia sparsa a piene mani sulle «misure per i giovani». E corroborato da Carla Cantone, segretaria generale dello Spi Cgil: «I problemi dei giovani non si sono dissolti nell'aria con la riforma delle pensioni, ma si risolveranno solo attraverso un piano per l'occupazione, perché senza un lavoro oggi non ci sarà nessuna pensione domani».
È la stessa opinione manifestata ieri dai precari dell'Istat, terza stazione del peregrinare della ministra, che hanno issato uno striscione con su scritto «precarious we stand». Strappandole un «mi state a cuore, questa è la mia preoccupazione» che sa tanto di mezza lacrima. Prima della mazzata.

Francesco Piccioni

tratto da "Il Manifesto"

25 gennaio 2012

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La «ridefinizione» della cig: un solo anno, poi arrangiatevi

Si affaccia anche il «contratto modellato sul ciclo di vita». Deregulation per eliminare ogni forma di patto collettivo

Professori delle tre carte. Dopo aver a lungo menato la danza della «riforma del mercato del lavoro», che doveva però andare «di concerto con la rimodulazione degli ammortizzatori sociali», addirittura vellicando sogni europei come il «reddito di disoccupazione», il governo ha mostrato la faccia feroce di chi - dei senza lavoro perché le aziende chiudono - sostanzialmente se ne infischi. O peggio.
Vediamo i dettagli. Il governo ha messo sul tavolo «i titoli» - come si dice in gergo - di cinque capitoli contenenti le linee guida del progetto governativo: tipologie contrattuali, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali, servizi all'impiego. Ma solo di alcuni si è appreso qualcosa di attendibile. Al momento di entrare a palazzo Chigi il ministro del welfare Elsa Fornero aveva spiegato che nella riforma ci sarebbe stato anche uno «schema di reddito minmo». Peccato che «richiede risorse ora non individuabili», e quindi verrà approvata ma «l'applicazione sarà dilazionata». Insomma: una riga di inchiostro su carta, non un diritto esigibile.
Ma questa era anche l'unica «buona notizia». Per «riforma» degli ammortizzatori sociali - cassa integrazione e mobilità - il governo intende la loro sostanziale cancellazione. Oggi abbiamo tre tipi di cassa integrazione. L'ordinaria (per imprese industriali ed edilizia) entra in azione per sospensione dell'attività produttiva, può durare fino a un anno, con l'80% del salario, pagata dai contributi di aziende e lavoratori. La straordinaria, invece, scatta anche per altri tipi di imprese (editrici, commercio, trasporto aereo, ecc) e copre le crisi aziendali vere e proprie: ristrutturazione, riconversione, riorganizzazione, crisi e «procedure concorsuali» (fallimento o liquidazione). Può durare anche 24 mesi (36 al centro, 48 al sud) ed è egualmente finanziata da imprese e lavoratori. Quella in deroga, infine, è stata introdotta da Sacconi per coprire - nella crisi - anche quei settori che non usufruivano delle prime due forme; copre anche apprendisti, interinali, ecc, ma è a carica della fiscalità generale dello Stato.
A seguire c'è anche la mobilità, al 60% del salario, dalla durata variabile a seconda dell'età del lavoratore o del territorio di residenza. Una serie di salvagenti straordinari - pensati per aiutare le imprese, non tanto i lavoratori - che si sono però rivelati preziosi in questi anni di crisi per evitare di avere milioni di disoccupati per strada. E relativi problemi sociali.
Cosa hanno pensato i geniali «tecnici» scelti dall'alto dei cieli europei? Che è meglio ridurre tutto a una sola forma: l'ordinaria, con durata 52 settimane. Anche se l'azienda chiude. Poi «si pensa» a «un'indennità risarcitoria» o al «rafforzamento del sussidio di disoccupazione». Per cui, «purtroppo», non ci sono soldi. Quindi non esiste il sussidio... Facile previsione: nel solo 2012, avremo tra i 300 e i 500mila disoccupati in più. E non un solo posti di lavoro nuovo.
Essere presi per i fondelli non è simpatico, ma i «professori» sono stati capaci di andare oltre. Può essere ammesso, ma non concesso che il lavoro flessibile (ci si riferisce all'insieme dei 48 contratti precari, ma in modo «dolce e suadente») possa essere reso più caro, invece che abolito. E che l'incentivo alla «stabilizzazione» del rapporto di lavoro sia affidato alla defiscalizzazione degli oneri contributivi. Certo, per una schiera di ministri che ripete continuamente di voler creare «opportunità per i giovani» sarebbe più coerente se prevedesse una drastica eliminazione di quei contratti, lasciando alla «stagionalità» i mestieri di bagnino e di maestro di sci.
Ma è il terzo pilastro della struttura illustrata ieri i punto più preoccupante: il contratto calibrato sul ciclo di vita. Se siete abituati a diffidare delle formule verbali fantasiose, fate bene a preoccuparvi. Il ministro Fornero è stata parca di contenuti e ricca di immagini: «serve un contratto che evolve con l'età», «piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età». La sovrabbondanza di riferimenti all'«evoluzione» suggerisce la scomparsa di meccanismi contrattuali certi e validi per tutti. Ai tre anni del «contratto di ingresso» - una sorta di apprendistato, ma senza godere di alcun diritto (a parte un «risarcimento» proporzionale alla durata del lavoro) - seguirebbe non l'attuale «contratto a tempo determinato» ma una sorta di terra di nessuno. Bisognerebbe infatti capire fino a quale età si può essere assunti con l'«ingresso», perché per un 50enne sarebbe una presa in giro eccessiva.
Nell'insieme, dunque, scompare la «norma contrattuale nazionale» - il principio giuridico dell'egualianza di trattamento - e viene adombrato il «contratto su misura». Berlusconi, nel 2001, ci aveva fatto un pensierino, chiamandolo «contratto Internet» o individuale. Poi ripigò sul più casareccio «lavoretto».
Ma, almeno, tutta questa storia ha fatto accantonare la fissazione per l'art. 28? Ma quando mai. Il premier è stato chiaro: «non può essere un tabù». Per chi è abituato alla logica, vedendo che il governo presenta le proprie proposte come immodificabili, diventa chiaro che i «tabù» sono esattamente i bersagli che si prefigge di colpire.

Francesco Piccioni

tratto da "Il Manifesto"

24 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALETue, 24 Jan 2012 14:31:01 +0000
Il governo prepara il blitz sui contratti (poi l'art. 18)http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/il-governo-prepara-il-blitz-sui-contratti-poi-lart-18http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/il-governo-prepara-il-blitz-sui-contratti-poi-lart-18lavori_in_corsoAnticipazioni e bozze. La riforma del mercato del lavoro preannuncia un «contratto unico di ingresso» sul modello di Boeri e Garibaldi Tre anni senza vere garanzie, poi forse... Cgil, Cisl e Uil chiedono il contratto d'apprendistato, che è anche peggio...

L'assalto è in preparazione, ma i dettagli già ci sono e sono davvero inquietanti. L'"assaggio" è venuto con il contratto dei bancari, che già si adegua alle "future" regole e infatti prevede per i neo-assunti un "salario d'ingresso" del 18% inferiore. Così s'imparano a cercare un lavoro... Quello che hanno fatto trapelare finora è molto dettagliato, come si può leggere negli articoli qui di seguito. Resta fuori l'art. 18, ufficialmente. Ma si sa già che sarà poi "ritoccato" in modo da renderlo inapplicabile, ma col "consenso" di Cgil, Cisl e Uil. tratto da www.contropiano.org

Link: Art. 18: su le barricate

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Lasciate l'art 18 all'ingresso
Il valzer delle indiscrezioni non si ferma mai. E così la bozza di riforma del mercato del lavoro finisce sui giornali ufficialmente ancor prima che sui tavoli dei segretari generali dei sindacati confederali (gli altri, a quanto pare, non vengono considerati).
In realtà, chi ha fatto uscire la notizia spiega anche che «ci sarebbe già una convergenza di fondo» con le tre sigle storiche. Non solo sui contenuti, ma anche sulle modalità di svolgimento di quella che comunque non sarà una trattativa in stile «concertazione». Questo governo, e Mario Monti non perde occasione di ripeterlo, si muove su un altro pianeta: ascolta i pareri delle parti sociali, ma poi decide per conto proprio. C'è un po' più di cortesia istituzionale rispetto al predecessore (che faceva solo accordi separati con i «complici» che ci stavano), ma nessuno spazio al «condizionamento». Almeno da parte sindacale.
Risulta perciò che lunedì Monti aprirà la riunione con una premessa «filosofica» per poi partire per Bruxelles, lasciando a Elsa Fornero e Corrado Passera il compito di condurre due tavoli distinti per quanto riguarda il mercato del lavoro e le «misure per la crescita». Teoricamente, però, anche la modifica radicale dei rapporti contrattuali viene spacciata come una «misura per la crescita», sollevando sguardi interrogativi, critiche e anche qualche ilarità.
Sul merito della riforma il dettaglio che viene anticipato è molto articolato e organico. È insomma un «progetto», non idee buttate lì. Ufficialmente la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori è fuori discussione, ma il fatto che fosse stata inserita di soppiatto nella bozza sulle «liberalizzazioni» - anche se poi ritirata - rivela che nel governo l'idea non è mai tramontata. Semplicemente, si cerca ancora il modo di farla andar giù all'unico sindacato confederale che dice di non volerne neppure sentir parlare: la Cgil. È dietro l'angolo, insomma.
In non nominarla può però facilitare l'accettazione di uno schema di riforma che non assume la richiesta dei tre sindacati: contratto di apprendistato per i nuovi assunti e modello attuale (modificato peraltro con un accordo separato nel gennaio 2009) per tutti gli altri.
In estrema sintesi. Viene istituito un «contratto unico di ingresso» (Cui), che per tre anni consente al datore di lavoro di procedere al licenziamento, pena un piccolo risarcimento proporzionale al periodo lavorativo. «In compenso» la bozza promette addirittura la «cancellazion» delle 48 tipologie di contratto precario oggi esistenti. Troppa grazia, santantonio... diventa difficile crederci, nel momento che Confindustria ne vorrebbe mantenere più o meno la metà. Dopo tre anni scatta (forse) il contrato a tempo indeterminato, sempre che non precipiti di nuovo la ghigliottina sull'art.18. Per «convincere» le aziende ad assumere con questa forma viene proposto di rendere molto più costoso il lavoro a tempo determinato o a progetto, in modo tale da farne un relazione tipica solo di alcune figure apicali (consulenti, ecc). Una serie di norme per automatizzare l'assunzione «fissa», nel caso di «furbate» da parte degli imprenditori, dovrebbe infine chiudere il cerchio.
Uno schema del genere, però, non può reggere senza un «salario minimo» che oggi viene deciso dalle relazioni industriali al momento del rinnovo del contratto nazionale di categoria. Ma, visto che non si vuole affatto abrogare l'art. 8 della «manovra d'agosto» (quella furbata di Sacconi che consente alle aziende di derogare sia dai contratti che dalle leggi dello Stato), è facilmente ipotizzabile che di contratti nazionali «veri» - d'ora in poi - se ne potrebbero vedere ben pochi. Il livello di questo «salario minimo» - oltretutto - andrebbe comunque determinato da una contrattazione tra le parti oppure, in caso negativo, dal Cnel.
Ultimo punto, non meno conflittuale, la «riforma degli ammortizzatori sociali». L'idea è quella di lasciare la sola cassa integrazione ordinaria per gli stati di crisi aziendale, abolendo la straordinaria e la mobilità. In cambio, anche qui, un «reddito di disoccupazione» di difficile quantificazione, specie in tempi di crisi. Ma comunque presumibilmente più basso dell'attuale «mobilità» (60% dell'ultimo stipendio) e di durata inferiore. Qui i problemi concreti sono di fatto infiniti, visto che le aziende continuano a licenziare ricorrendo a cig e mobilità «lunga», dimensionata spesso in modo tale da consentire l'approdo alla pensione per i lavoratori più anziani. Traguardo che viene continuamente spostato dalle riforme pensionistiche allungano l'età lavorativa.
Cgil, Cisl e Uil protestano chiedendo un «confronto vero». Ma le probabilità che tutto finisca come per le pensioni sembra davvero alte.

Francesco Piccioni

tratto da Il Manifesto del 21 gennaio 2012

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MA L'ART.18 ANDREBBE ESTESO
Fate girare meno bozze, aveva chiesto rispettosamente Pierluigi Bersani al presidente Mario Monti. Perché le bozze dei progetti di riforma, da che mondo è mondo, fanno entrare in fibrillazione le vittime predestinate. E siccome c'è bisogno di coesione, come ripete senza tregua Napolitano, meglio non eccitare gli animi. Il «professore» ha preso le parole del segretario del Pd come oro colato, infatti le bozze si moltiplicano. Viene da pensare, o da sperare, che le ipotesi informali di riforma del mercato del lavoro siano buttate in pasto ai giornali - o meglio a Repubblica - dalla ministra Fornero per vedere di nascosto l'effetto che fa. Aboliamo l'art. 18, anzi no, allarghiamo l'area delle realtà esentate con un'operazione di somme e sottrazioni tra aziende per rendere lo Statuto dei lavoratori esigibile solo in contesti lavorativi con più di 50 dipendenti. L'idea non piace ai sindacati? Allora eccone pronta un'altra veramente geniale: facciamo come dicono Boeri e Garibaldi, un bel contratto di ingresso dove i giovani assunti restano nel limbo per tre anni, senza art. 18 ma con un contratto che a fine espiazione della pena diventerà un contratto unico. C'è anche il nome, Cui, contratto unico d'ingresso.
Non siete contenti? Non sappiamo ancora i sindacati come reagiranno, per quanto ci riguarda noi non siamo contenti, anzi siamo per metà preoccupati e per metà incazzati - e la ministra ci scusi la franchezza. Ecco perché. Un imprenditore assume dei giovani e per tre anni li rovescia come calzini per vedere se sono flessibili, pronti a fare straordinari a go-go e a dire signorsì e spontaneamente. Meglio se sono docili e obbedienti, no? Ha tre anni di tempo il nostro imprenditore per selezionare il personale più servizievole e soprattutto, può licenziare quelli che non rispondono alle sue esigenze. Può farlo anche senza giusta causa, al massimo sarà tenuto a risarcire con qualche stipendio le sue vittime ma senza il dovere garantito dall'art. 18 a riassumerli nelle stesse mansioni. È la quadratura del cerchio, la formalizzazione di una pratica già anticipata, guarda caso, da Sergio Marchionne: il grande manager Fiat ha chiuso lo stabilimento di Pomigliano, ha imposto con un referendum-truffa un nuovo contratto che fa carta bruciata dei diritti e poi ha riaperto la fabbrica chiamandola in un altro modo. Ha iniziato le assunzioni e su mille «nuovi» dipendenti non ce n'è uno con la tessera della Fiom. Mutatis mutandis, è la stessa cosa che vuol fare Elsa Fornero, con la differenza che lei i diritti li sospende solo per tre anni, ma quanto a selezione del personale il sistema è identico.
Però, ci dicono, finalmente si porrebbe fine alla precarietà giovanile con il contratto unico invece di 50 forme contrattuali diverse. Aspettiamo di sapere quante eccezioni saranno introdotte, e, alla fine, quante saranno le forme contrattuali possibili. Non sfugga che, nel frattempo, il contratto nazionale unico è stato abolito, oltre che alla Fiat, in tutto il settore auto e ora dal governo Monti anche in ferrovia. E non sfugga che il vicepresidente di Confindustria Bombassei, che punta a diventare presidente, ha messo nel suo programma un menù dei contratti possibili, cosicché ogni azienda possa scegliere quello che preferisce.
Il coniglio nel cappello del governo si chiama Cui, e non possiamo non chiederci: cui prodest? Al padrone, verrebbe da rispondere. Ma noi, si sa, siamo diffidenti e un po' estremisti. Infatti pensiamo che, dentro una crisi che cancella centinaia di migliaia di posti di lavoro, alla base di ogni confronto sul mercato del lavoro dovrebbe esserci l'estensione a tutti i lavoratori dell'art. 18.

Loris Campetti

tratto da "Il Manifesto"
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Firmato il contratto dei bancari. Orari sull'arco 8-22. Per i neoassunti salari d'ingresso inferiori del 18%
E' stato appena firmato da Abi e dai sindacati, unitariamente, il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei 340mila bancari. "É necessario non illudere nessuno", dichiara Lando Maria Sileoni, Segretario generale della FABI, il maggiore sindacato del credito, "ma giudichiamo questo contratto positivo, in quanto- pur se realizzato nel più difficile contesto socio economico della nostra storia - tutela i diritti individuali e collettivi, difende l'occupazione e recupera l'inflazione".

Questo contratto, realisticamente, "rappresenta il miglior risultato possibile ottenuto dalle Organizzazioni sindacali senza un minuto di sciopero", aggiunge Sileoni.

Nell'era della crisi finanziaria più forte i bancari stanno dando prova di grande pragmatismo. È senz'altro il momento di maggiore discontinuità nella storia del settore bancario e i sindacati hanno lavorato unitariamente, insieme ad Abi, a un accordo "straordinario". Strardinario per il modo in cui è avvenuto il calcolo dell'aumento per la parte economica innanzitutto. Con il recupero dell'inflazione, ma senza una tantum e senza conguaglio per il 2008, 2009, 2010. Ma straordinario anche perché la categoria che in decenni di negoziati ha fatto le maggiori conquiste di diritti che riguardano la previdenza, l'assistenza sanitaria integrativa, gli scatti, gli orari, le indennità congela una parte di questo prezioso pacchetto, per via dell'emergenza. E straordinario, infine, perché nell'anno in cui la disoccupazione ha raggiunto la punta massima e i giovani sono tra coloro che incontrano le maggiori difficoltà a trovare lavoro le parti hanno deciso di creare un Fondo a sostegno dell'occupazione.

È un quadro maturato in un arco temporale piuttosto ridotto, rispetto alle abitudini della categoria: appena tre mesi e mezzo, considerato l'inizio dei negoziati a fine settembre. L'impianto del contratto è senz'altro il più semplice delle ultime tornate: questo si deve in parte alla scelta di dare una risposta equa ai lavoratori in tempi brevi, ma anche alla scelta di insediare apposite commissioni bilaterali per risolvere i capitoli inquadramenti, armonizzazione orari, apprendistato, semplificazione normativa, salute e sicurezza.

Aumento
L'aumento sarà di 170 euro a regime, pari al 6,05%, divisi in tre tranche, con un alleggerimento della prima e della seconda e un differimento del pagamento della prima. In pratica verranno corrisposti i primi 50 euro di aumento a decorrere dal primo giugno del 2012, altri 50 nel 2013 e infine 70 nel 2014. Dunque ci sarebbe tutta la copertura inflattiva, escluso il conguaglio per il 2008, 2009, 2010 che sarebbe stato dello 0,93% circa ed esclusa anche l'una tantum che non ci sarà. Le parti hanno inoltre concordato il blocco degli scatti di anzianità per un anno e mezzo, dal primo gennaio 2013 al primo giugno 2014, mentre per la long term care è stato acquisito l'incremento del contributo aziendale pro capite di 100 euro.

Area contrattuale
L'intesa prevede l'introduzione del contratto complementare con un orario di lavoro di 40 ore settimanali invece di 37,5, con una riduzione del 20% delle retribuzioni. Questo consentirà l'insourcing di numerose attività attualmente esternalizzate, salvo poi procedere al riallineamento delle retribuzioni e dell'orario di lavoro in un arco temporale di 4 anni.

Nuova occupazione
È stato condiviso un protocollo per l'istituzione di un Fondo bilaterale per il sostegno dell'occupazione da attivarsi con il contributo dei lavoratori e delle aziende. In particolare le aree professionali contribuiranno con una giornata, vedendosi così ridotta a 15 ore, da 23 ore, la "Banca delle ore", i quadri direttivi e i dirigenti contribuiranno con una ex festività, mentre i manager con il 4% della retribuzione fissa, come ha suggerito il presidente di Abi, Giuseppe Mussari. Sul salario dei neoassunti con certezza di qualifica terza area primo livello l'intesa prevede una riduzione del salario di ingresso del 18% che, unitamente alle agevolazioni statali alle aziende che assumeranno con stabilizzazione del rapporto di lavoro, sarà un importante incentivo. Il fondo, inoltre, prevede anche che le assunzioni al sud abbiano un trattamento preferenziale.

Orario di lavoro
Sull'orario di lavoro che è stato uno dei temi più dibattuti e complessi di questo rinnovo, le parti hanno deciso l'orario di sportello prolungato 8-22, dal lunedì al venerdì, con una serie di garanzie sulla turnazione. Per l'applicazione di questo orario "allungato", è stato infatti concordato il confronto negoziale a livello aziendale, che prevede anche un intervento delle segreterie nazionali qualora ci siano difficoltà a raggiungere l'intesa. Nel caso in cui non si riesca a trovare un accordo l'azienda potrà procedere unilateralmente per la fascia 8-20, mentre l'accordo è obbligatorio per la fascia 20-22. L'orario di lavoro individuale rimane invariato a 7 ore e 30 minuti e sarà privilegiata la volontarietà.

tratto da Il Sole 24 Ore

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALESat, 21 Jan 2012 12:42:09 +0000
Reportage. Parla l’equipaggio della Concordiahttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/reportage-parla-l-equipaggio-della-concordiahttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/reportage-parla-l-equipaggio-della-concordiaIn questi giorni la maggior parte dei media nazionali ed internazionali parlano del disastro navale della Concordia, ma in pochi hanno dato voce ai lavoratori e alle lavoratrici, per la maggior parte migranti, che con 509 dollari al mese per tredici o quattordici ore di lavoro giornaliere, hanno rischiato o perso la loro vita. Riportiamo questo articolo che in cui parla l'equipaggio.www.infoaut.org

concordia_equipaggioTratto da eilmensile.it
Testo e foto di  Luca Galassi

“Non è vero che abbiamo abbandonato i passeggeri al loro destino. Io sono stato l’ultimo a lasciare la nave. Dopo aver messo in salvo tutti gli ospiti”. Joseph, 30 anni, indiano, è un membro dell’equipaggio della Costa Concordia in procinto di lasciare il residence ‘Fattoria La Principina’, in Maremma, dove è finito insieme ad altre centinaia di extra-comunitari a causa dell’imperizia di un comandante. Mille e ventiquattro persone: cinesi, indonesiani, sudamericani, asiatici, smistati per due giorni tra Grosseto, Principina Terra e Marina di Grosseto, luoghi di vacanza brulicanti d’estate, ma desolati a gennaio. Nessuno ha parlato di loro, dopo il naufragio, se non per accusarli: erano inadeguati, non sapevano cosa fare, pensavano solo a salvare se stessi.

La versione dei fatti è invece diversa. Loro sono stati i primi a soccorrere, e non tanto – o non solo – per l’altruismo e la solidarietà che sono spesso alla base delle loro culture. Ma perché addestrati a farlo. Oltre ad avere il sorriso pronto anche dopo 12 ore filate di lavoro, l’equipaggio deve conoscere a menadito le procedure in caso di emergenza. Così, si stupiscono, gli indiani che stanno lasciando il residence con un asciugamano in testa per ripararsi dal freddo, quando gli viene raccontato cosa dice la stampa italiana a riguardo. Ribattono sdegnati: “E’ falso. Totalmente falso. Io faccio il cameriere, ero nel ristorante al momento dell’incidente, non appena abbiamo ricevuto l’allarme è scattato il piano di emergenza. Solo quando tutti i passeggeri sono stati sbarcati abbiamo abbandonato la nave. Potete vedere le foto e i telegiornali. Dove si vede il ponte con le ultime persone a bordo, quelli siamo noi. E poi: se si fossero salvati per primi i membri dell’equipaggio, come si sarebbero salvati i passeggeri?”.

L’equipaggio – salvo alcune eccezioni – ha perso tutto nel naufragio: documenti, soldi, effetti personali, computer, telefonini. “Se avessimo badato alle nostre cose – racconta un altro indiano – si sarebbe perso tempo. Se avessimo recuperato dalle cabine i nostri soldi e i nostri documenti, forse il numero delle vittime sarebbe stato molto più alto”.

Di loro non ha parlato nessuno. Ma un assistente cameriere come Joseph, che ha rischiato la sua vita per salvarne altre, prendeva 509 dollari al mese per tredici o quattordici ore di lavoro giornaliere. Certo, con pause, anche lunghe, tra i turni di colazione, pranzo e cena. Ma in altri settori della nave c’era chi lavorava undici ore di fila con mezz’ora di pausa solamente. E’ uno dei cinesi, alloggiato all’hotel Villa Gaia di Marina di Grosseto. Lui, addetto alle pulizie, ha un contratto di 450 dollari. “Prima la compagnia ci pagava in euro, ora le cose sono cambiate”, spiega, senza rivelare il suo nome per paura, come tutti gli altri, di non venir pagato fino alla scadenza del contratto. “Mi hanno imbarcato due mesi fa. I prossimi sei mesi non li lavorerò, ma la compagnia mi ha promesso che onorerà il contratto. Capitemi: posso raccontarvi quello che volete, ma non posso rivelare il mio nome. Volete sapere se ci pagano poco? Sì, ci pagano poco. Se lavoriamo molto? Lavoriamo undici ore al giorno, ma se vogliamo fare più soldi ne lavoriamo anche quattordici, con il carico e lo scarico bagagli”. Viene da Shanghai. Molti altri, in capannello, vincono la diffidenza e si lasciano andare. A patto che non li si citi. Spunta una Babele di lingue e una galleria di volti: addetti alle pulizie, stewart, hostess, receptionist, fino ai semplici marinai. Un mondo multietnico che vuole rimanere anonimo fino in fondo. Raccontano di contratti di otto-nove mesi estendibili, siglati con un’agenzia nel loro Paese per lavorare sulle crociere dei ricchi in quasi tutti i mari del mondo. Aspettano la chiamata, lasciano le loro famiglie e stanno in mare per due-tre stagioni. Con stipendi da fame. “Certo, per gli standard asiatici va anche bene, ma per quelli europei siamo sottopagati”.

“Non è la prima volta per me – racconta un marinaio indonesiano -, con la Costa ho avuto altri due incidenti, uno nel 2009 sulla Costa Romantica, a Buenos Aires. Incendio a un generatore, molto fumo ma nessun ferito. L’altro sulla Costa Pacifica, credo nel 2010, abbiamo imbarcato acqua, ma anche lì niente di grave. Mai nulla come questo incidente. Ho avuto molta paura. Credo che per un po’ starò lontano dal mare”. Un cameriere colombiano ha fatto un corso per pompiere, obbligatorio sulla Concordia, grazie al quale ha potuto coordinare l’organizzazione per la risposta all’emergenza: “Ciascuno di noi sa in anticipo dove trovarsi in caso di incidente. Dopo esserci riuniti al punto di raccolta, abbiamo cominciato a gestire gli sbarchi. Spettava a me portare in salvo l’equipaggio, sui barchini a loro destinati. Garantisco che anche molti passeggeri sono stati caricati su questi barchini. I membri dell’equipaggio hanno lasciato i loro posti agli ospiti della nave, prima di salvarsi”. Cosa farà adesso? “Non lo so. Sono tre giorni che sono qui, aspettando i documenti per tornare a casa.

“Chi ci darà indietro le nostre cose? Non abbiamo più soldi. Tre mesi di contratto, più di tremila euro, sono rimasti sulla nave, nella mia cabina, sommersi, perduti insieme al mio computer e al mio passaporto”, lamenta un cinese. Un altro ribatte: “Anch’io li ho lasciati su, al cappellano”. Al cappellano? “Sì, a don Raffaele”. Come accade spesso in nave, marinai ed equipaggio affidano i loro soldi al cappellano di bordo, che dà a ciascuno una chiavetta per la cassetta di sicurezza. Circa il venti percento dell’equipaggio della Concordia aveva i suoi averi nella cabina del cappellano. “Perché è più sicuro, rispetto ad averli nella propria cabina. La compagnia paga cash, e bisogna tenerseli stretti, i quattrini. A me è accaduto di esser stato derubato di mille euro. Al mio collega hanno portato via tutto. Le navi sono così, non si può mai stare tranquilli”. La compagnia ha promesso di risarcire le perdite. L’equipaggio dovrà fare un inventario e presentarlo all’agenzia che li ha assunti, che lo girerà alla Costa Crociere. “Ci fidiamo poco – dice un cinese –. Se non avessi lasciato nulla in cabina, ma denuncio ugualmente la perdita di un computer e di duemila euro, secondo voi la società mi rimborserà? Non lo farò, ma chiunque potrebbe dichiarare il falso. Come si fa a controllare? Per questo non mi fido”.

I pullman sono arrivati, e gli ultimi membri dell’equipaggio della Concordia lasciano Marina di Grosseto. Coperte e vestiti sono stati forniti loro dalla Croce Rossa e dai volontari di Emergency della zona. Infreddoliti ed esausti, partono alla volta di Civitavecchia, poi Fiumicino, poi finalmente a casa. In attesa di ripartire, quando e se un altro contratto a termine li riporterà sulle navi dei ricchi. Sperando che su quelle navi vi siano sempre comandanti all’altezza del loro equipaggio.

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALETue, 17 Jan 2012 19:39:08 +0000
Giorgio Cremaschi: "I nostri disaccordi con Landini e Camusso"http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/giorgio-cremaschi-i-nostri-disaccordi-con-landini-e-camussohttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/giorgio-cremaschi-i-nostri-disaccordi-con-landini-e-camussoDalla gestione del caso Fiat all'atteggiamento, troppo morbido, nei confronti del governo, si acuiscono le contraddizioni dentro la vecchia sinistra Cgil

cremaschiIn tre giorni si sono svolte le riunioni del Comitato centrale della Fiom e del Direttivo della Cgil, che hanno visto una sostanziale convergenza di posizioni tra la Segretaria generale della Cgil e il Segretario generale della Fiom. Con questa convergenza di posizioni abbiamo nettamente dissentito.
Vediamo allora quali sono i punti principali del nostro disaccordo.

1. Il giudizio e i comportamenti rispetto al governo Monti. Sia Landini sia Camusso non nascondono giudizi critici verso il governo, ma non intendono farli diventare un giudizio complessivo da utilizzare nella pratica sindacale delle organizzazioni. Nella sostanza si continua a giudicare il governo per i suoi singoli provvedimenti, e non per la linea liberista e distruttiva dei diritti sociali che lo ispira. Si continua a considerare questo governo come altri governi di unità nazionale, verso i quali essere criticamente interlocutori, e non si vuole invece affermare che questo governo è espressione di un drammatico disegno di restaurazione sociale guidato dai poteri economici e finanziari europei e mondiali. Nella sostanza si rinuncia a un ruolo di opposizione sociale a questo governo e si assume un orientamento contrattuale ed emendativo nei confronti delle sue scelte. (...)

Su questo punto abbiamo espresso il nostro disaccordo sia in Fiom che in Cgil, proprio perché a nostro parere ciò di cui c’è l’esigenza oggi è di trasformare l’enorme malessere sociale, la rabbia verso i singoli provvedimenti del governo, in un’opposizione e un alternativa ad esso. Pena la marginalizzazione totale del movimento sindacale e la frantumazione del conflitto. Per queste ragioni abbiamo chiesto, in Cgil assieme alla minoranza congressuale, una posizione radicalmente diversa da quella adottata dalla confederazione nella trattativa con il governo. Non si può saltare la drammatica sconfitta sulle pensioni e bisogna riaprire la partita ora al tavolo del governo, così come bisogna considerare pregiudiziale la questione dell’articolo 18, che può solo essere esteso. Senza queste precondizioni si deve andare alla rottura e non alla trattativa con il governo.

2. L’accordo del 28 giugno. Pur mantenendo diversità di giudizio sul passato, Landini e Camusso sostengono oggi che bisogna utilizzare l’accordo del 28 giugno per fermare l’aggressione della Fiat al contratto nazionale e ai diritti dei lavoratori e dei sindacati, e per difendere la contrattazione nazionale. Non siamo d’accordo su questo, in quanto il 28 giugno non ha chiuso ma ha aperto la via alla devastazione delle deroghe e anche a una nuova stagione di accordi separati. Esso non è stato un freno alle politiche Fiat per la semplice ragione che gli stessi firmatari di quell’intesa hanno poi sottoscritto l’accordo con Fiat che usciva dalla Confindustria. Nella sostanza quell’accordo non è uno strumento utilizzabile per fermare l’attacco, mentre viene tranquillamente utilizzato dalle controparti per ottenere deroghe ai contratti nazionali senza nessuna affermazione reale di pratica democratica con i lavoratori. Come dimostrano gli accordi recentemente siglati nelle cooperative sociali e con la Lega delle Cooperative. La derogabilità ai contratti è la via che ha aperto la strada a Marchionne. Non può essere l’obiettivo del minor danno quello che ancora una volta ci guida, vista la drammaticità dell’attacco ai lavoratori.

3. Il giudizio sulla Fiat. Il Direttivo Cgil non ha affrontato, anzi ha sostanzialmente respinto, la questione della portata della vicenda Fiat. Nessuno naturalmente nega la gravità di quanto è avvenuto, ma resta una minimizzazione della vicenda rispetto a tutto il mondo del lavoro. Nella sostanza si continua a sostenere che Marchionne è un estremista e il resto del padronato va in un’altra direzione. Invece continuiamo a ritenere che il problema Fiat sia un problema di tutto il movimento sindacale e di tutta la Cgil, non per ragioni di solidarietà, ma perché quello partito a Pomigliano con l’attacco ai diritti dei lavoratori è un contagio che non può essere fermato senza sconfiggere l’opera di chi l’ha lanciato e continua a lanciarlo. Nella sostanza occorre far diventare la vertenza Fiat una vertenza confederale, di lotta di tutti i lavoratori italiani, costruendo le mobilitazioni, le iniziative, le solidarietà, i boicottaggi necessari a far sì che la Fiat sia sconfitta. Se questa scelta così netta non viene presa, e non è stata presa, l’accordo Fiat si consolida e con esso il contagio in tutto il mondo del lavoro.

4. Unità sindacale e democrazia. Nelle conclusioni al Direttivo della Cgil, Susanna Camusso ha sottolineato la necessità dell’unità sindacale, sia a livello confederale, sia nei metalmeccanici, per poter reggere la fase. Non siamo d’accordo e non perché non riteniamo necessaria l’unità sindacale, ma perché l’unità che si vuole realizzare qui ed ora è su un piano e con sindacati in continuità con le politiche del recente passato. Non basta dire di no assieme all’articolo 18, per reggere la portata di un attacco che, nella sostanza, vede Marchionne e Monti sullo stesso fronte, anche se ovviamente con accentuazioni e ruoli diversi. L’unità confederale che si vuole costruire, così come la richiesta alla Fiom di arrivare rapidamente a una piattaforma unitaria con Fim e Uilm per il rinnovo del contratto, o è un’ipotesi irrealizzabile o, se la si persegue a breve, comporta inevitabilmente compromessi rilevanti e per noi inaccettabili proprio sui contenuti di fondo che hanno visto la Fiom e la Cgil lottare in questi anni. Anche sul piano della chiarezza e del rapporto con i lavoratori un puro ritorno all’unità con Cisl e Uil per reggere, rischia di essere controproducente. Basta vedere i risultati delle mobilitazioni. Il 6 settembre, lo sciopero Cgil è stato fatto anche da tanti iscritti Cisl e Uil, mentre lo sciopero unitario del 12 dicembre non è stato fatto anche da tanti iscritti alla Cgil. Non è con il ritorno a una linea moderata, unitaria e concertativa, che si supera l’attacco che abbiamo di fronte. Questo è ancora più vero sul terreno della democrazia sindacale, sul quale non c’è alcun passo avanti e – anzi – si registra il totale fallimento dei buoni propositi dell’accordo del 28 giugno. I lavoratori continuano a non votare e si riduce la libertà di scelta dei sindacati. Per questo la risposta alla Fiat non può essere la modifica dell’articolo 19 per tornare al puro concetto della rappresentatività confederale. Occorre invece una legge sulla democrazia sindacale che garantisca la libertà di scelta per tutti i lavoratori rispetto alla rappresentanza sindacale.

5. Il referendum in Fiat. Per quanto riguarda la gestione della vertenza Fiat, abbiamo riconfermato il nostro disaccordo con la scelta di fare propria la richiesta del referendum, assolutamente legittima come richiesto dai lavoratori, da parte di Fiom e Cgil. E’ evidente, infatti che, come ha detto Susanna Camusso nelle conclusioni, se un’organizzazione fa proprio un referendum deve inevitabilmente accettarne i risultati. Mentre, per quanto ci riguarda la decisione di non firmare in ogni caso gli accordi Fiat non è modificabile in nessun modo. Considerato che il referendum molto probabilmente verrà rifiutato, questa scelta rischia di non portare da nessuna parte e di indebolire la nettezza del nostro no all’accordo.

Quanto è avvenuto in questi tre giorni di discussione ha chiaramente segnato cambiamenti nel confronto politico nella Cgil e nella Fiom. Riteniamo che sia necessario affrontarli serenamente, ma con rigore. In particolare è evidente che la dialettica congressuale è stata chiaramente messa in discussione e che nella stessa area “La Cgil che vogliamo”, da lungo tempo in evidente crisi, ci sono scelte non più rinviabili da compiere.
Per tutte queste ragioni, fermo restando il nostro impegno militante a sostegno dei lavoratori Fiat e del rientro della Fiom in fabbrica e di tutte le mobilitazioni in atto, riteniamo necessario che si apra una discussione di fondo su come fronteggiare il più grave attacco ai diritti e alle libertà dei lavoratori dal ’45 ad oggi.
Per questo nei prossimi giorni produrremo un documento da confrontare con altre prese di posizione che sono state annunciate.

Giorgio Cremaschi

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

14 gennaio 2012

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I miei disaccordi con Cremaschi

L'ultimo intervento di Giorgio Cremaschi sul sito della rete 28 aprile (http://www.quipunet.it/rete28aprile/index.php?option=com_content&view=article&id=2436:1312012-i-nostri-disaccordi-con-camusso-e-landini&catid=10:primo-piano&Itemid=29) riepiloga i punti di disaccordo con la dirigenza CGIL e FIOM.

I punti sono cinque:

  • il giudizio e i comportamenti rispetto al governo Monti;

  • l’accordo del 28 giugno;

  • il giudizio sulla Fiat;

  • unità sindacale e democrazia;

  • il referendum in Fiat.

I punti che solleva Cremaschi sono indubbiamente importanti per il movimento operaio: la risposta alle manovre del Governo, il rapporto con la Fiat, i temi legati ai contratti e ai diritti sindacali dei lavoratori sono indubbiamente importanti, e sono tra quelli su cui si gioca la possibilità per il movimento operaio di assumere una nuova soggettività all'interno della crisi economica ed istituzionale che sembra avvitarsi su se stessa. Il problema è che, ancora una volta, Cremaschi e l'area che a lui fa riferimento evitano di misurarsi con i problemi centrali per la classe operaia e per il suo rapporto con il nemico di classe.

Come ho già scritto altre volte, la debolezza del movimento operaio parte da lontano, ed è questa debolezza che rende possibile “il più grave attacco ai diritti e alle libertà dei lavoratori dal ’45 ad oggi”. I diritti e le libertà per gli operai non valgono in astratto, ma sono degli strumenti per migliorare le proprie condizioni di vita, o almeno non farle peggiorare sotto l'attacco capitalistico, e per redistribuire il reddito, attraverso una efficace lotta economica, dal profitto ai salari; a loro volta, le migliorate condizioni economiche della classe permettono ad un maggior numero di operai di partecipare in prima persona ai dibattiti, alle scelte, alle lotte per migliorare e trasformare la società.

Questa debolezza, dicevo, parte da lontano ed ha una prima verifica con l'accordo sulla concertazione del 1992. I sindacati, Cisl e Uil, ma anche la CGIL, sono pienamente corresponsabili, assieme al Governo e alle organizzazioni padronali, di questa situazione.

Solo chi pratica un'opposizione di facciata può pensare di mettere in discussione governo Monti e accordo FIAT, pensioni e diritti dei lavoratori, senza denunciare questo accordo che ha impedito qualsiasi seria resistenza degli operai sul terreno del reddito. Quale sia la posizione di Cremaschi non c'è bisogno di chiederselo, una volta che anche lui ha votato, scontrandosi poi con una decisa opposizione nei luoghi di lavoro, la bozza di piattaforma preparata dalla FIOM sul contratto dei metalmeccanici.

La crisi della rete 28 aprile nasce proprio da questa incapacità degli esponenti più rappresentativi di comprendere e esprimere gli umori della base, dalla incapacità di rompere con la politica di svendita portata avanti dalle burocrazie sindacali nel suo complesso. Il tentativo di sostituire il corretto rapporto con la base con politiche velleitarie e inconsistenti è a sua volta fallito.

Indubbiamente la lotta in fabbrica, sul posto di lavoro, la contrapposizione quotidiana all'arroganza dei padroni e dei loro scagnozzi è difficile e raramente gratificante, ma è su quel terreno che qualsiasi minoranza che vuole costruire un rapporto con il proletariato che si deve misurare: io sono tra coloro che sono convinti che l'emancipazione della classe operaia spetta alla classe operaia stessa e nessun terreno elettorale o governativo si potrà sostituire all'azione cosciente della classe.

Le ragioni dell'esistenza di un sindacalismo alternativo e intransigente oggi in Italia nascono da questa separazione tra gli interessi delle burocrazie e i bisogni dei lavoratori. Ma non è detto che quello che esiste rispecchi le aspirazioni di molti lavoratori all'autorganizzazione, all'azione diretta, al miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita. Su questi argomenti i rivoluzionari, e in particolare gli anarchici, hanno molto da dire, ma per parlare bisogna partecipare. A partire dalle occasioni di lotta come quelle del 27 gennaio prossimo che, come quella che l'ha preceduta indetta da Cub e Confederazione Cobas, devono vedere dei passi in avanti concreti sul terreno della lotta contro i governi e contro la borghesia.

Tiziano Antonelli

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALESun, 15 Jan 2012 12:24:49 +0000
Il boicottaggio fa tremare i padroni di Omsahttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/il-boicottaggio-fa-tremare-i-padroni-di-omsahttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/il-boicottaggio-fa-tremare-i-padroni-di-omsaSenza pudore. L’Omsa si sente minacciata dalla campagna di boicottaggio partita in rete e che ha già visto almeno 60 mila adesioni. Soprattutto donne, ma anche uomini che dopo aver appreso della decisione di spostare in Serbia – dove il costo del lavoro è più basso -  l’intera produzione del celebre marchio, con il conseguente licenziamento di centinaia di lavoratrici allo stabilimento di Faenza, hanno dichiarato semplicemente, spesso con ironia e sarcasmo, “Mai più Omsa”.

boicotta_omsaDopo giorni di silenzio l’azienda è uscita allo scoperto fornendo una propria “ricostruzione dei fatti” e dichiarando che il boicottaggio andrà anche a discapito di tutti coloro che ancora lavorano in Italia. Puro e semplice ricatto si direbbe. Ovviamente non manca la frase di rito:«La sorte delle lavoratrici e dei lavoratori OMSA -recita la nota- oltre che quella di tutti gli altri dipendenti è tra le priorità del gruppo, che è all’opera con tutti i soggetti preposti per trovare la soluzione più soddisfacente, insieme». Ma cosa hanno da perdere o da difendere le 239 lavoratrici a cui per capodanno è stato comunicato con un fax che da marzo, dopo la fine della cassa integrazione, saranno licenziate? I manager Omsa/Golden Lady vogliono far credere che la decisione di aprire nel 2001 stabilimenti in Serbia, era mirata unicamente al progetto di far crescere le esportazioni verso il fiorente mercato dell’Est e dei Balcani. Poi nell’ottobre 2008, secondo l’azienda, inizia la crisi, la diminuzione delle esportazioni, il calo del fatturato, e la necessità di un riassetto organizzativo. Quindi si interviene sui costi di produzione “troppo onerosi”,chiudendo stabilimenti in Francia, Germania e Spagna e poi in Italia,dove però si realizza un “conveniente” polo distributivo che garantisce al consumatore un miglior rapporto qualità / prezzo del prodotto.

Il gruppo precisa poi che :«La decisione è stata presa in ottemperanza alle leggi italiane ed al principio di libera impresa, nel pieno rispetto del diritto del lavoro, mediante una trattativa che ha visto coinvolti i principali sindacati, enti locali, Regione Emilia Romagna e … oltre alla direzione dell’azienda, tesa a trovare un’alternativa occupazionale ed incentivi al personale in esubero». Traduzione: le leggi in vigore mi permettono di aprire e chiudere dove e quando mi pare, non debbo rendere conto a nessuno, però mi preoccupo, da bravo padrone, per voi. Il testo intero del comunicato, piuttosto lungo, denota preoccupazioni per il danno economico e all’immagine che Omsa e Golden Lady rischiano di pagare.

Boicottare produce effetti, insistiamo allora, chissà che le calze con cui i manager si coprono la faccia mentre condannano alla disoccupazione 239 donne, non finiscano col mostrare le prime smagliature.

http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2012/1/6/18657-il-boicottaggio-fa-tremare-i-padroni/#.TwbvImKKGGo.facebook

http://neuroniattivi.blogspot.com/2012/01/il-boicottaggio-fa-tremare-i-padroni-di.html

Tratto da: http://www.informarexresistere.fr
9 gennaio 2012
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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALETue, 10 Jan 2012 08:05:56 +0000
Fincantieri: ancora proteste e occupazioni. Omsa: licenziamenti via faxhttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/fincantieri-ancora-proteste-e-occupazioni-omsa-licenziamenti-via-faxhttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/fincantieri-ancora-proteste-e-occupazioni-omsa-licenziamenti-via-faxFincantieri, ancora mobuilitazioni a Genova e Palermo

fincantieri_vittoriaLa notizia di oggi è l’occupazione dell’atrio dell'aeroporto di Genova da parte degli operai Fincantieri che da giorni protestano contro il piano di riorganizzazione del gruppo, attaccando uno striscione con cui chiedono "certezza" per il loro futuro e minacciano di non andarsene fino a quando non sarà loro comunicata la data dell'incontro con il governo che chiedono da giorni.

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Per il terzo giorno consecutivo gli operai della Fincantieri di Palermo, in lotta contro il piano (im)produttivo dell'azienda che solo a Palermo prevede centoquaranta licenziamenti su circa cinquecento operai (oltre il 25%), hanno bloccato i principali flussi commerciali e di comunicazione della città. Oggi, 4 Gennaio, come al solito a seguito di un'assemblea focosa di fronte i cancelli dello stabilimento, è partito uno corteo più determinato che mai. L'obiettivo è stato chiaro fin dall'inizio e ovviamente è stato raggiunto e praticato fino in fondo.

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Omsa, che licenziamenti!

omsa_rsuQuesta volta la crisi non c'entra. Il gruppo GoldenLady ha fatto sapere alle 239 lavoratrici dello stabilimento Omsa di Faenza che il 12 marzo 2012, alla fine della cassa integrazione, saranno licenziate.

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Inizia il boicottaggio contro Omsa

Licenziate con un fax alla vigilia di Capodanno. La Omsa taglia 293 lavoratrici

Le lavoratrici Omsa invitano tutte le donne ad essere solidali con loro, "boicottando" i marchi Philippe Matignon - SiSi - Omsa - Golden Lady - ...Hue Donna - Hue Uomo - Saltallegro - Saltallegro Bebè - Serenella e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo CONDIVIDENDO a quante più persone potete se non altro per non alimentare l’indifferenza....... ... Le lavoratrici Omsa ringraziano per l’aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendenti.

tratto da www.infoaut.org

4 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALEWed, 04 Jan 2012 17:00:54 +0000
Mille operai Fincantieri paralizzano la città di Palermohttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/mille-operai-fincantieri-paralizzano-la-citta-di-palermohttp://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/mille-operai-fincantieri-paralizzano-la-citta-di-palermofincantieri_palermo_manifStamattina, dopo una partecipata assemblea mattutina convocata dalle rappresentanze sindacali in concomitanza con un'ora di sciopero, la rabbia degli operai di Fincantieri Palermo e dell'indotto è tornata ad essere protagonista della vita cittadina.
L'assemblea ha deciso immediatamente per la linea dura e per il rifiuto totale delle decisioni aziendali di riduzione della produzione e di 140 esuberi (che sui circa 500 lavoratori di Fincantieri rappresentano oltre un quarto della forza lavoro) e ha deciso per lo sciopero dell'intera giornata e per un corteo non autorizzato che paralizzasse le strade principali della città.
Il corteo, con la solita determinazione che contraddistingue le manifestazioni degli operai Fincantieri, si è quindi diretto verso il porto e ne ha bloccato gli ingressi per circa un'ora per dirigersi nuovamente verso il centro cittadino e in seguito verso la stazione. Lì, nonostante i maldestri tentativi della questura di impedire l'accesso all'interno della stazione, gli operai hanno sfondato un cancello e hanno occupato i binari per un'ora piena costringendo trenitalia alla soppressione di alcuni treni regionali.
Con questo rapporto di forza è stata quindi raggiunta la convocazione di un tavolo di trattative con la direzione dell'azienda mediata da prefettura e regione che si sta svolgendo in questi momenti nel palazzo della prefettura, verso cui i lavoratori di Fincantieri ed indotto si sono mossi ancora una volta in corteo.
Gli animi in piazza sono abbastanza disillusi sulle prospettive offerte da questo tavolo, vista la posizione sugli esuberi che Fincantieri (forte anche della firma inzialmente apposta sull'accordo dalle rappresentanze di Film Uilm e Ugl) ha continuato a presentare come inamovibile fino all'ultimo tavolo del 31 Dicembre scorso, ma allo stesso tempo gli animi sono inamovibili dalla loro posizione: la lotta non avrà tregua finché non si avrà la certezza che nessun operaio verrà licenziato.

ascolta l'intervista a Serafino, operaio della Fincantieri

tratto da www.infoaut.org

2 gennaio 2012

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avanzar@interfree.it (Avanzar)LAVORO CAPITALEMon, 02 Jan 2012 19:51:29 +0000