145 Fiom a Pomigliano
Il tribunale civile riconosce che nello stabilimento campano c'è stata «discriminazione» nelle assunzioni e ordina di «sanare» la violazione
Che paese civile, doveva esser l'Italia fino a qualche anno fa! Pensate che esistevano delle leggi che riconoscevano ai cittadini il diritto di non essere discriminati in base alle proprie opinioni. Persino sul posto di lavoro! Forse per questo - diranno gli storici futuri - i saggi del sistema finanziario multinazionale pensarono bene di cancellare tutte le leggi che incongruamente difendevano il diritto di ogni singolo dipendente di avere un'opinione propria e di scegliere a quale sindacato iscriversi...Il futuro è già qui. Ma per ora esistono ancora le leggi e i tribunali sono chiamati a farle rispettare. La Fiom ha ottenuto dal tribunale civile di Roma (non «del lavoro») la «madre di tutte le sentenze»: quella che impone alla Fiat - pardon, alla Fabbrica Italia Pomigliano (Fip) - di assumere 145 ex dipendenti iscritti alla Fiom. Per sovrappiù, la Fiat dovrà corrisponedere a ognuno dei 19 ricorrenti un «danno esistenziale» pari a 3.000 euro. Sentenza inappellabile, subito esecutiva.
Il perché e il «quanti» è scritto nella legge, anzi in due. La cosa stupenda - una vera vendetta della logica e della storia - è che una delle due porta addirittura la firma di Maurizio Sacconi, il pasdaran passato alle cronache come ministro «del lavoro» (sì, lo so, anche questa suona strana..). Che ieri deve aver avuto seri problemi di fegato prima di dichiarare che «il provvedimento giudiziario è emblematico dell'anomalia che contraddistingue la giustizia italiana».
Il meccanismo è stato spiegato da un raggiante avvocato Lello Ferrara. Il contributo di Sacconi è rinchiuso in una procedura chiamata «ricognizione sommaria»; un po' meno di un processo, un po' di più di una «ricognizione semplice». Una cosa pensata per accelerare le «inutili lungaggini» che spingono certi giudici del lavoro a ostacolare il procedere delle imprese. Grazie; può servire anche in senso opposto (come sa chi sa di legge...).
La seconda è invece il semplice recepimento di una direttiva europea (e anche qui la logica si vendica...) in chiave di «pari opportunità». Un'indicazione anti-discriminazione che vale però anche nei casi di assunzioni al lavoro: nessuno/a può essere svantaggiato a causa delle proprie opinioni o tessere sindacali. Ineccepibile, nevvero?
E infatti non c'è eccezione che tenga, nemmeno a Pomigliano. Dove la Fiat, chiudendo e riaprendo come newco («un imbroglio», lo definisce Andrea Amendola, «contro la Fiom e tutti i sindacati dissidenti»), ha riassunto 2.091 dei 4.500 dipendenti originari. Di questi, nessuno tra gli iscritti alla Fiom. La quale, al momento del change aveva 623 iscritti, poi ridottisi a 382 a causa dei ricatti individuali (telefonate, avvertimenti, messaggi trasversali, ecc); ulteriormente scesi di 20 unità quando, di fronte all'alternativa «ti assumo solo se stracci la tessera», altri hanno ceduto. Bene, ha detto il giudice di Roma: 362 iscritti sono l'8,75% dei vecchi dipendenti di Pomigliano, quindi la Fiat deve assumerne almeno 145. In base alle disposizioni che vietano la discriminazione per qualsiasi ragione.
La legge prevede l'esame anche della «prova statistica». E uno statistico ha dimostrato che un'eventualità del genere (nemmeno un iscritto su tot assunti) si verifica una volta ogni 10 milioni. Insomma: la Fiat ha scientificamente scartato tutti quei vecchi dipendenti che avevano avuto qualche frequentazione col sindacato guidato da Maurizio Landini. Per avere una fabbrica popolata di schiavi obbedienti, da sottoporre al «rito dell'acquario» quando sbagliano qualcosa. Come a Guantanamo, pare.
Per una volta, anche Landini si fa prendere dalla commozione, come tutti i protagonisti del tavolo Fiom (Franco Percuoco, Ciro D'Alessio, oltre ad Amendola). E ringrazia la stampa che ha tenuto in primo piano la vicenda, dandole rilievo politico. Soprattutto ringrazia i suoi «ragazzi» che hanno messo la dignità di tutti davanti all'interesse individuale. E annuncia che la Fiom non userà questa sentenza per pretendere il «rispetto di una quota» fissata dal giudice. Le tute blu pretendono invece che a Pomigliano siano riassunti tutti i 4.500 dipendenti che c'erano, senza guardare alle tessere sindacali. «Il mercato non tira abbastanza?». Bene, si faccia come in Volkswagen, qualche anno fa: redistribuzione del lavoro, riduzione d'orario e contratti di solidarietà (a Wolfsburg: 27 ore settimanali, con integrazione di cig). Se davvero la Fiat «crede nel suo progetto», le sarebbe facile accettare; non avrebbe senso perdere tante competenze. Se non lo fa è la prova che «non ci crede nemmeno lei».
Perché «questa sentenza sana una ferita, ma non risolve tutti i problemi». La garanzia dei diritti e dell'agibilità dovebbe essere il compito del governo e delle forze politiche; che da due anni tacciono (nel migliore dei casi) davanti allo scandalo del« modello Pomigliano». Davanti a un'azienda che se ne frega delle leggi e della Costituzione. Ma anche perché c'è un problema di investimenti promessi e non fatti, di un «piano industriale» sconosciuto a tutti e di un evidente allontanamento progressivo della Fiat dall'Italia. «È in gioco un intero settore industriale», ricorda Landini.
È lotta civile in senso stretto. Il tribunale che ha deciso non era «del lavoro». Si è pronunciato sui diritti fondamentali (art. 4 della Costituzione e egualianza), non su accordi te,poranei. Sarà un caso, ma a tarda sera la Fiat era ancora letteralmente senza parole. Ricorrerà in appello, ovvio. Ma non osa dire nulla. Apparirebbe davvero incivile.
Francesco Piccioni - tratto da Il Manifesto del 22 giugno 2012
***
62 cause per comportamento antisindacale. Sette vittorie
Sessantadue cause, tante quanti sono gli stabilimenti della Fiat in Italia. È dalla firma del contratto unico del settore auto, il 13 dicembre 2011, entrato in vigore il primo gennaio di quest'anno, che la conflittualità tra la Fiom e la Fiat viaggia a tutta velocità anche sul binario delle cause legali. Nel silenzio della politica e delle istituzioni non resta che affidarsi ai giudici. Che finora hanno dato ragione alla Fiom con sette sentenze. Quattordici invece sono quelle vinte dalla Fiat, mentre in un caso, a Modena, il giudice ha riconosciuto le motivazioni della Fiom ma ha chiesto alla Corte costituzionale di esprimersi.
Sessantadue cause, intentate dalla Fiom contro la Fiat per comportamento antisindacale (ex articolo 28). Oggetto del contendere il contratto auto siglato dalla Fiat con Fim, Uilm e Ugl. Il contratto che ha esteso a tutti gli stabilimenti del Lingotto l'ormai noto «modello Pomigliano». Diciotto turni di lavoro, con chiamata anche il sabato, 40 ore in più di straordinario, pause e mensa ridotte al lumicino, in cambio di 600 euro di premio di produzione per quest'anno. Non solo, perchè l'elemento più insidioso del «contratto Fiat» è proprio la norma sulla rappresentanza sindacale, laddove vengono abolite le rsu (rappresentanze sindacali unitarie) e istituite le rsa (rappresentanze sindacali aziendali) nominate dai sindacati firmatari dell'accordo. Fuori dalle fabbriche dunque la Fiom. Fuori dalle fabbriche, soprattutto, i diritti dei lavoratori iscritti alla Fiom.
Così dalla Magneti Marelli di Bologna è partita la prima iniziativa legale. Lì è arrivata anche la prima vittoria, poi seguita da quelle ottenute alla Magneti Marelli di Bari, alla Lear di Caivano, alla Powertrain di Termoli, alla Sevel di Atessa, a Verona e a Pomigliano (per una causa sindacale precedente a quella civile vinta ieri). In quegli stabilimenti la Fiom ha così potuto riappendere le bacheche, nominare le proprie rappresentanze, e ricominciare la propria attività sindacale.
Anche alla Powertrain di Termoli il giudice del lavoro ha dato ragione alla Fiom e ha condannato la Fiat per comportamento antisindacale, riconoscendo il diritto di rappresentanza aziendale della Fiom con l'ultrattività del contratto nazionale unitario firmato nel 2008. Ma la Fiat ha approfittato della sentenza per applicare alle retribuzioni degli iscritti Fiom solo i minimi sindacali previsti dal contratto unitario del 2008. Cosa che, a partire da maggio, ha ridotto le buste paga degli operai con tessera Cgil fino a 300 euro al mese. Non solo: l'assemblea convocata dalla Fiom per mercoledì è stata rimandata dopo che la Fiat, martedì, ha pensato bene di mettere in cassa integrazione la metà circa dei dipendenti dello stabilimento.
Recentemente, spiega Michele De Palma, giovane responsabile del settore auto per la Fiom, sono partite anche le cause per le trattenute sindacali, per restituire agli iscritti Fiom il diritto (oggi negato) di versare la quota al proprio sindacato di riferimento. «Fin dall'inizio abbiamo cercato di tenere insieme l'iniziativa sindacale, quella pubblico istituzionale e quella legale, intrapresa per tutelare i lavoratori», spiega De Palma, «è chiaro che la cosa più opportuna in questo momento è che le istituzioni affrontino la questione, soprattutto sul futuro industriale della Fiat». Perchè il roboante piano di Fabbrica Italia non è in realtà mai partito e in tutti gli stabilimenti del gruppo dilaga solo la cassa integrazione.
Sessantadue cause, intentate dalla Fiom contro la Fiat per comportamento antisindacale (ex articolo 28). Oggetto del contendere il contratto auto siglato dalla Fiat con Fim, Uilm e Ugl. Il contratto che ha esteso a tutti gli stabilimenti del Lingotto l'ormai noto «modello Pomigliano». Diciotto turni di lavoro, con chiamata anche il sabato, 40 ore in più di straordinario, pause e mensa ridotte al lumicino, in cambio di 600 euro di premio di produzione per quest'anno. Non solo, perchè l'elemento più insidioso del «contratto Fiat» è proprio la norma sulla rappresentanza sindacale, laddove vengono abolite le rsu (rappresentanze sindacali unitarie) e istituite le rsa (rappresentanze sindacali aziendali) nominate dai sindacati firmatari dell'accordo. Fuori dalle fabbriche dunque la Fiom. Fuori dalle fabbriche, soprattutto, i diritti dei lavoratori iscritti alla Fiom.
Così dalla Magneti Marelli di Bologna è partita la prima iniziativa legale. Lì è arrivata anche la prima vittoria, poi seguita da quelle ottenute alla Magneti Marelli di Bari, alla Lear di Caivano, alla Powertrain di Termoli, alla Sevel di Atessa, a Verona e a Pomigliano (per una causa sindacale precedente a quella civile vinta ieri). In quegli stabilimenti la Fiom ha così potuto riappendere le bacheche, nominare le proprie rappresentanze, e ricominciare la propria attività sindacale.
Anche alla Powertrain di Termoli il giudice del lavoro ha dato ragione alla Fiom e ha condannato la Fiat per comportamento antisindacale, riconoscendo il diritto di rappresentanza aziendale della Fiom con l'ultrattività del contratto nazionale unitario firmato nel 2008. Ma la Fiat ha approfittato della sentenza per applicare alle retribuzioni degli iscritti Fiom solo i minimi sindacali previsti dal contratto unitario del 2008. Cosa che, a partire da maggio, ha ridotto le buste paga degli operai con tessera Cgil fino a 300 euro al mese. Non solo: l'assemblea convocata dalla Fiom per mercoledì è stata rimandata dopo che la Fiat, martedì, ha pensato bene di mettere in cassa integrazione la metà circa dei dipendenti dello stabilimento.
Recentemente, spiega Michele De Palma, giovane responsabile del settore auto per la Fiom, sono partite anche le cause per le trattenute sindacali, per restituire agli iscritti Fiom il diritto (oggi negato) di versare la quota al proprio sindacato di riferimento. «Fin dall'inizio abbiamo cercato di tenere insieme l'iniziativa sindacale, quella pubblico istituzionale e quella legale, intrapresa per tutelare i lavoratori», spiega De Palma, «è chiaro che la cosa più opportuna in questo momento è che le istituzioni affrontino la questione, soprattutto sul futuro industriale della Fiat». Perchè il roboante piano di Fabbrica Italia non è in realtà mai partito e in tutti gli stabilimenti del gruppo dilaga solo la cassa integrazione.
Sara Farolfi - tratto da Il Manifesto del 22 giugno 2012
| < Prec. | Succ. > |
|---|














