Manifesto dell’assemblea generale degli studenti di Rennes 2 al movimento dei disoccupati e precari e all’Assemblea Generale Interprofessionale di Rennes 2, il 25 ottobre 2010.
Siamo precari, lavoratori, studenti o disoccupati attualmente impegnati nella lotta contro la riforma delle pensioni del governo Sarkozy, che prevede l’aumento dell’età legale per andare in pensione e l’aumento degli anni di contribuzione per poterla ottenere. Questa misura, che comporterà il peggioramento delle condizioni di vita dei settori “precarizzati” e una notevole progressione delle logiche di capitalizzazione, si colloca nella linea politica da destra thatcheriana che da quattro anni porta avanti il governo Sarkozy così come la maggioranza dei Paesi europei nei vent’anni di regno dell’ortodossia neoliberista. Questa politica di regressione sociale (privatizzazioni, congelamento dei salari, tagli alla pubblica amministrazione e ai bilanci sociali), fa sentire i suoi effetti tanto più duramente dalla recessione del 2008-2009 (e il suo corollario di licenziamenti di massa) che ben lungi dal mettere in discussione i dogmi neoliberisti ha permesso di giustificare una nuova spirale di piani di austerità a danno delle classi popolari.
In molti Paesi, come Grecia e Inghilterra, non si ha più nessuna paura di annunciare brutali riduzioni dei salari e delle pensioni mentre si salvano le banche con centinaia di miliardi. Dappertutto si moltiplicano i provvedimenti che favoriscono la borghesia: “scudi fiscali”, contratti “ultraprecari” esentati dalle imposte e anche manodopera gratuita, agevolazioni per i licenziamenti, restrizione del diritto di sciopero e criminalizzazione dei movimenti sociali. Da ogni parte si cerca di sviare la rabbia popolare verso qualche capro espiatorio; i rom, gli arabi, i “disoccupati recalcitranti” possono essere i colpevoli perfetti. Dappertutto questa Europa, costruita sul mito del progresso sociale e culturale continuo e garantito dalle istituzioni, sta di nuovo generando il proletariato indesiderabile che credeva di aver integrato. La pace tra gli Stati europei ha come rovescio della medaglia di esportare i conflitti derivati dal supersfruttamento fuori dal continente e la cooperazione di tutti i padroncini dell’economia europea contro tutto ciò che violi le sue leggi, la resistenza popolare o i sistemi di protezione sociale. Mentre si alzano barricate contro gli immigrati si continua a importare manodopera la cui funzione sarà quella di realizzare ciò che gli “europei doc” non vogliono fare, e si esportano le industrie che potranno sfruttare a costi minori l’altra parte di questa manodopera nei Paesi scelti come residenza dalle multinazionali dell’Europa-fortezza.
In risposta a questa situazione disperante, i fatti della scorsa primavera in Grecia hanno aperto una controffensiva su scala europea. Ma la strategia più che timorosa delle centrali sindacali e il freno alla ribellione provocata dal dramma della banca Marfin’s hanno rinviato finora la ripresa di una conflittualità aperta. Noi e altri dipendenti dell’Azienda-Francia siamo rimasti dopo il 2003 (anno del precedente movimento contro un’altra “riforma” delle pensioni) nella linea di questa strategia fallimentare delle “giornate d’azione” a spot e distanti nel tempo. Dopo un mese di lotta le centrali sindacali hanno ora acquisito l’idea di uno sciopero continuato e generalizzato. Secondo un recente sondaggio la maggior parte della popolazione desidera una “radicalizzazione” del movimento di fronte a un governo inflessibile. Tutti ricordiamo il movimento degli studenti e degli insegnanti, parzialmente vittorioso, della primavera del 2006, definito “l’anti-CPE”, che ha imposto oltre allo sciopero e alle manifestazioni la forma di lotta del blocco economico. Nella maggioranza delle grandi città, mentre gli universitari in sciopero bloccavano e occupavano per varie settimane, mentre le manifestazioni di massa finivano regolarmente in scontri, gli scioperanti ricorrevano al blocco delle strade principali, dei centri commerciali, stazioni ferroviarie, aeroporti e anche dei grandi uffici postali e delle stazioni degli autobus. Alla fine il MEDEF chiese ad un altro governo “inflessibile” che dimostrasse una maggiore flessibilità, in grado di far riprendere la normale attività economica. Il CPE fu ritirato (ma non la legge di cui faceva parte).
Ora non è un caso che le audaci scommesse del movimento del 2006 appaiano come l’abc delle tendenze più attive nella lotta contro l’attuale progetto governativo. A Rennes i centri commerciali sono un obiettivo in tutte le manifestazioni. Gli scioperi più decisi colpiscono soprattutto le raffinerie e i depositi di petrolio; autentica avanguardia del movimento, gli scioperanti marsigliesi paralizzano il porto e trasmettono alla città il battito cardiaco del movimento. Anche i ferrovieri sono in prima linea e i camionisti si sono uniti al movimento. Sappiamo che quanta più fiducia acquistiamo nelle nostre stesse forze, più comunicativa sarà la nostra ottimistica determinazione. Le immagini dei picchetti volanti di Barcellona, che obbligavano a chiudere tutti i negozi il giorno dello sciopero generale dello scorso settembre, senza dubbio hanno avuto ripercussioni sulla volontà di rendere sistematiche queste prassi. Sappiamo che la vittoria può essere assicurata solo la capacità di affrontare l’attuale strategia governativa di “far marcire” e intimidire che si traduce specialmente nel crescente ricorso alla violenza poliziesca: diversi giovani manifestanti gravemente feriti, centinaia di arrestati e condanne deliranti (per esempio carcere senza condizionale per l’incendio di un cassonetto), un’abitudine che è diventata normale sono le botte e l’uso del gas per sbloccare il traffico. Questa violenza si accompagna a una violazione del diritto di sciopero (precettazione degli operai dell’industria petrolchimica con la minaccia di gravi condanne nel caso che rifiutino).
Crediamo che sia arrivato il momento di ricorrere massicciamente all’arma del blocco economico. Con questo mezzo i disoccupati e i precari che non hanno accesso a un posto di lavoro stabile possono partecipare alla pressione degli scioperanti “tradizionali” sui profitti dei padroni. Il blocco economico, come tattica di inasprimento dello sciopero, è invece accessibile a tutti. Se lo sciopero (dei lavoratori, degli studenti, degli insegnanti, lo “sciopero” forzato dei disoccupati e dei precari) libera il tempo e l’attenzione dalla subordinazione ai circuiti economici, il blocco economico permette di utilizzare pienamente questo tempo liberato per disturbare quegli stessi circuiti gestiti dai poteri che combattiamo, sicuramente inquietandoli molto di più che con le pacifiche manifestazioni che non gli provocano il minimo danno (citiamo per esempio gli eccellenti affari dei fast-food durante le “giornate d’azione”). Così il blocco economico permette, in un’economia integrata e disseminata nei suoi flussi di capitale, di merci e di informazione, di generalizzare l’impatto prodotto da uno sciopero limitato unicamente ad alcuni settori. Può anche facilitare gli incontri tra scioperanti che convergano a bloccare un sito e i lavoratori di quello stesso posto, incentivati così ad unirsi al movimento. Lo sciopero stesso si può intendere come un’arma per il blocco economico che permette al movimento di mantenersi in piedi senza che diventi uno sciopero a tempo indeterminato difficilmente sostenibile da parte dei lavoratori: scioperi intermittenti, scioperi a scaglioni, scioperi che paralizzano determinati settori o siti “chiave” che gli altri potranno appoggiare economicamente.
La vittoria, anche se fosse simbolica e parziale, di questo movimento, può arrivare solo da qui. Che ogni collettivo di lotta, ogni sindacato locale, ogni gruppo formale o informale di militanti, di amici, di colleghi, di familiari, mentre cerca di coordinarsi con gli altri, costituisca il suo proprio picchetto volante. Tutte queste forme di disponibilità alla lotta sarebbero compatibili con momenti di rallentamento nei quali potremmo disporre di tempo per organizzarci materialmente, scambiarci idee, cibo, canzoni ed esperienze… In questo momento in cui il governo non esita a ricorrere alla polizia o alla minaccia del carcere per sciogliere i picchetti e forzare il ritorno al lavoro, disporre della maggior mobilità possibile, essere capaci di riunirci il più rapidamente possibile in un determinato punto per formare una massa impossibile da sgombrare o distribuirci in modo da bloccare la metropoli in dieci punti allo stesso tempo, ci pare l’unico modo veramente coerente di “mobilitarci”, riprendendo la formula sindacale, il miglior utilizzo possibile del tempo che lascia libero lo sciopero.
Nella misura in cui ci avviciniamo passo dopo passo a una carenza di combustibile, la questione degli obiettivi prioritari del blocco sembra già risolta: raffinerie, depositi petroliferi, vie di comunicazione di ogni tipo, centri commerciali, piattaforme di distribuzione… Inoltre sottolineiamo che i blocchi sono interessanti perché contribuiscono a far uscire la questione dall’ambito nazionale. Pensiamo per esempio al turismo, che costituisce uno dei principali “polmoni” economici del nostro continente-museo: grandi hotel e ristoranti, grandi spettacoli, consumi di lusso… Abbiamo il sogno di interessarci ad incoraggiare certi media a “sbloccare” l’informazione e dare la parola a quelli che ne sono istituzionalmente privati. Pensiamo anche ai “quartieri degli affari” delle nostre metropoli che potrebbero diffondere ai quattro venti la cattiva fama delle loro province mal colonizzate…
Ferrovieri belgi, siderurgici castigliani, portuali marsigliesi, corrieri greci, interinali, precari e indesiderabili di ogni parte, la vostra lotta è la nostra. Dappertutto dobbiamo rispondere in modo solidale e coordinato ad ogni attacco da uno qualsiasi dei nostri oligarchi nazionali più o meno complici dei commissari e dei banchieri europei.
Per fermare le controriforme e i piani di austerità, per il miglioramento delle nostre condizioni di vita, per una politica di apertura e solidarietà verso gli immigrati e i proletari di tutti i Paesi, organizziamo dappertutto comitati di lotta, assemblee generali interprofessionali, brigate di picchetti volanti coordinati passo dopo passo oltre le frontiere. Blocchiamo l’Europa del capitale, sblocchiamo l’Europa-fortezza, liberiamoci dei Sarkozy, Merkel, Barroso e gli altri Berlusconi! Sciopero generale a tempo indeterminato! Blocco economico!
Traduzione Andrea Grillo
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