
La creazione e il consolidamento dell’Unione Europea e dell’euro sono stati un passo positivo nel processo di costruzione di un mondo multipolare, che ha permesso all’Europa di diventare un punto di riferimento per la sua dimensione sociale. Tuttavia il consolidamento dell’UE e dell’euro ha originato anche dei costi elevati, assorbiti soprattutto dalle classi popolari, e di cui quasi non si parla nei nostri media.
Nei miei lavori ho dimostrato con dei dati -che nessuno ha confutato- che l’adesione della Spagna all’euro è stata ottenuta ritardando la correzione dell’enorme deficit sociale della Spagna, ereditato dai quarant’anni di una delle dittature più repressive e con minore sensibilità sociale che siano esistite in Europa. La riduzione del deficit dello Stato, imposta per raggiungere l’unità monetaria, è stata realizzata in Spagna (durante il periodo 1993-2004) riducendo la spesa pubblica sociale per abitante in termini assoluti negli anni 1993-1995, e in termini relativi a partire dal 1996. Questo ha implicato che la differenza nella spesa pubblica sociale per abitante tra la Spagna e la media della UE-15 crescesse enormemente (del 24%) (vedere Navarro, V. (coord.) La Situación Social en España. Volumen III). Dato che le classi popolari sono quelle che beneficiano maggiormente della spesa pubblica sociale (sanità, pensioni, servizi sociali, casa e altri trasferimenti e servizi pubblici), questo ha comportato che fossero le classi popolari a pagare i costi necessari a raggiungere le condizioni per l’integrazione monetaria della Spagna nell’euro. Bisogna chiarire che la riduzione del deficit dello Stato, voluta secondo i criteri di Maastricht, avrebbe potuto essere ottenuta mediante l’aumento delle imposte ai gruppi più abbienti della società, cosa che non è stata fatta. In realtà in quel periodo le imposte a quel settore della popolazione sono state diminuite, facendo in modo che la riduzione del deficit dello Stato si ottenesse soprattutto riducendo la spesa pubblica sociale.
Ora siamo in una situazione simile. Ancora una volta si sta cercando di ridurre il deficit e il debito dello Stato (al fine di salvare l’euro) mediante politiche di austerità sulla spesa pubblica che danneggiano soprattutto le classi popolari. Da qui la logica impopolarità di tali politiche. Ma la situazione della Spagna non è l’unica. I criteri monetari e fiscali vigenti nella zona euro e nell’UE stanno comportando enormi sacrifici per le classi popolari dei Paesi dell’Europa dell’est (che stanno adottando le misure imposte dall’UE per permettere la loro integrazione), come la Lettonia, il Paese che si trova nella situazione peggiore in Europa. Vediamo i dati.
L’AUSTERITÀ FISCALE CONDIZIONE DELL’UNITÀ MONETARIA: Il caso della Lettonia
La Lettonia sta soffrendo un’enorme depressione economica. Negli ultimi due anni il suo PIL è sceso del 25%, e si prevede che perderà altri 4 punti quest’anno. La sua disoccupazione è sopra il 22% e continua a salire. Solo gli USA, nell’epoca 1929-1933, hanno sofferto una depressione simile. E la ragione di tutto ciò è che il governo sta portando avanti le politiche liberiste necessarie per l’integrazione nell’Unione Europea, politiche supervisionate dal Fondo Monetario Internazionale.
Queste politiche sono le politiche standard che i Paesi devono seguire per entrare nella zona euro. E che la Spagna ha sofferto negli anni ’90 e all’inizio del XXI secolo. Comprendono la riduzione del deficit dello Stato mediante la riduzione della spesa pubblica, compresa la spesa pubblica sociale. Le misure di austerità su tale spesa hanno incluso, secondo le pagine economiche del The New York Times (12/2/10), un taglio del 50% dei salari degli impiegati pubblici e un 40% delle spese per i centri ospedalieri del Servizio Sanitario Nazionale. Il problema di queste misure non è solo il peggioramento della qualità della vita della cittadinanza, ma la diminuzione del consumo interno, come ammetteva The New York Times, creando un grave problema di domanda interna, responsabile dell’enorme riduzione del PIL, un calo senza precedenti in Europa.
Un altro fattore che contribuisce al calo della domanda interna è la diminuzione dei salari, anch’essa promossa dal FMI (con l’appoggio dell’UE). In teoria la diminuzione dei salari si giustifica con lo scopo di rendere più competitiva l’economia ed esportare i beni prodotti nel Paese, supponendo che le esportazioni salveranno il Paese. Questo argomento viene utilizzato anche in Spagna. Si sottolinea che l’unica maniera di uscire da questa crisi, dato che non è permessa la svalutazione della moneta, che è ancorata all’euro, è di diminuire i salari, raccomandazione fatta anche per la Spagna da Paul Krugman. In conseguenza di queste politiche l’economia del Paese è in una situazione disperata. Com’era prevedibile, il desiderio popolare di entrare nell’euro sta svanendo molto rapidamente, perché non si pensava che l’Europa significasse soffrire tutto questo. Un fatto del genere sta accadendo in altri Paesi della zona euro. L’ultimo caso è la Francia, dove il rifiuto dell’euro è oggi maggioritario. La percentuale della popolazione contraria all’euro è passata dal 39% nel 2002 al 69% quest’anno (Financial Times, 17.02.10).
Un altro euro e un’altra UE è possibile
Tutti questi casi mostrano che il modo in cui è stata costruita l’UE sta generando grandi sacrifici per le classi popolari, sacrifici che avrebbero potuto essere evitati se l’euro si fosse costituito in un altro modo, con un cambiamento molto profondo delle politiche che guidano la costruzione dell’UE. Questi cambiamenti avrebbero dovuto comprendere:
- Lo sviluppo di una struttura federale europea, autenticamente democratica e partecipativa, nella quale ci fosse un’istanza di gestione economica e fiscale a livello europeo. Oggi non c’è neanche un coordinamento delle politiche economiche e fiscali.
- Un bilancio europeo che, come suggerivano i primi fondatori della Comunità Europea, dovrebbe rappresentare da un minimo del 7% al 9% del PIL di tale comunità.
- Una Banca Centrale Europea dipendente dalle autorità politiche, le cui politiche monetarie sarebbero dettate dal governo europeo e approvate dal Parlamento.
- Un Patto Sociale a livello europeo tra il mondo imprenditoriale e il mondo sindacale contenuto all’interno di contratti collettivi definiti in una cornice legale europea.
- Un cambiamento dei criteri di Maastricht e del Patto di Stabilità, che dovrebbe prendere seriamente in considerazione la componente dello Sviluppo, dando maggior protagonismo alla crescita economica e alla creazione di occupazione.
- Cambiare il limite autorizzato per cui il deficit dello Stato dev’essere minore del 3% del PIL e il debito minore del 60%, permettendo maggiore flessibilità e facilitando l’esistenza di una differenziazione nel calcolo del deficit dello Stato tra spesa in investimenti e spese correnti.
- Dare istruzioni alla Banca Centrale Europea perché assuma la funzione l’emissione di buoni europei che servano per aiutare gli Stati a risolvere le crisi di deficit in momenti di recessione.
- Non permettere che uno Stato possa trovarsi nelle condizioni di non poter pagare il suo debito, formando un fronte comune che protegga qualsiasi Paese dell’UE dalla speculazione dei mercati finanziari.
- Creare un’imposta europea per alimentare un fondo comune per le spese di livellamento del consumo, mediante politiche redistributive all’interno dell’UE, che stimolino la crescita economica, la creazione di occupazione e la redistribuzione delle risorse a livello continentale e all’interno di ogni Paese.
Tutto questo è un’utopia?
Sono consapevole che queste proposte possono essere percepite, da parte di ampi settori, come utopiche e irrealizzabili. E nel clima attuale hanno ragione. Ma devono rendersi conto che queste proposte erano state avanzate, quando si parlava di creare l’UE e l’euro, da parte di forze politiche dell’Europa di quell’epoca (dentro e fuori dalla socialdemocrazia e da altri partiti di sinistra), oltre a sindacati e movimenti sociali, proposte che furono ignorate, scegliendo al l,oro posto le politiche neoliberiste che hanno danneggiato le classi popolari, che sono state quelle che hanno pagato i costi per costruire questa UE. C’è stata una forte lotta ideologica e politica nella quale alcuni hanno vinto (i liberisti) e altri hanno perso. I primi erano presenti non solo nei partiti conservatori e liberali, ma anche nelle équipe economiche e finanziarie della socialdemocrazia, arrivando anche ad essere il pensiero maggioritario nelle loro politiche economiche e fiscali. In realtà, l’enorme crisi della socialdemocrazia dell’Unione Europea si deve proprio a questo dominio liberista della socialdemocrazia. In pratica la grande maggioranza delle persone chiave in questo tessuto, dai Presidenti della Banca Centrale Europea, Duisenberg e Trichet, fino ad arrivare ai Commissari dall’Economia, Solbes o Almunia, erano tutti socialisti (e alcuni continuano a considerarsi tali) ed erano stati e/o continuano ad essere membri attivi o simpatizzanti di partiti socialisti. Il problema è stato ed è che il socialismo nella grande maggioranza dei paesi ha accettato il liberismo, con le relative conseguenze che vediamo ora.
Ma la situazione paradossale è che senza quegli elementi esposti nella sezione precedente l’unità monetaria è insostenibile. Da qui ne deriva che la salvezza dell’UE è possibile solo se si riporta l’UE in una direzione opposta a quella in cui si è mossa finora, accogliendo le proposte precedentemente abbandonate, allo scopo di poter costruire un’Europa non sulle spalle delle classi popolari ma al loro servizio.
El Plural
Fonte http://www.rebelion.org/noticia.php?id=101039
Traduzione Andrea Grillo
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