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Oggi si stanno mettendo in atto in Spagna, da parte sia del Governo spagnolo che dei governi delle Comunità Autonome, enormi tagli ai diritti sociali ottenuti dalla popolazione spagnola (come il congelamento delle pensioni, la riduzione dei fondi pubblici per la sanità, l’educazione, i servizi sociali e altri servizi dello Stato sociale, che comportano una riduzione dei diritti sociali, poiché l’evidenza mostra che questi tagli stanno influendo negativamente sulla qualità di tali servizi), che vengono realizzati con il pretesto (non c’è altro termine per definire l’argomentazione che si usa per giustificare queste riduzioni) che questo è ciò che pretendono i mercati finanziari. L’espressione “la pressione dei mercati determina la necessità di fare questi tagli” è la più utilizzata e promossa dagli establishment politici e mediatici del Paese. Ma l’evidenza mostra che non è vero. È facile vedere che i mercati non stanno chiedendo che si facciano tagli a questi trasferimenti e servizi pubblici.
Se leggiamo i Rapporti, per esempio, delle agenzie di rating dei buoni pubblici (che non sono precisamente i santi a cui sono devoto), vediamo che ciò che segnalano è la necessità che gli Stati riducano il deficit e il debito pubblico. E ci sono molti modi di ridurre il deficit e il debito pubblico. La riduzione della spesa pubblica sociale non è l’unico né il più efficace per ridurlo. Invece di congelare le pensioni, ad esempio, al fine di ottenere una riduzione della spesa pubblica di 1 miliardo e mezzo di euro, si potrebbe aver ottenuto lo stesso risparmio mediante la cancellazione, per esempio, di nuovi investimenti dello Stato in attrezzature militari che comprende, oltre ad altre misure, l’acquisto di 24 elicotteri da combattimento chiamati Tigre. O invece di tagliare 600 milioni di euro per i servizi alle persone con problemi di dipendenza si potrebbe aver eliminato il pagamento ai professori di religione cattolica nel sistema della pubblica istruzione, risparmiando lo stesso importo.
O invece di modificare la direzione dei tagli all’interno del bilancio pubblico, si sarebbe potuto aumentare l’entrata di fondi per lo Stato (sia centrale che delle autonomie), invertendo i tagli alle tasse di cui hanno beneficiato in modo predominante i redditi superiori. Se si recuperasse, ad esempio, il livello di imposizione che aveva la tassazione per le società delle grandi imprese (che fatturano più di 150 milioni di euro l’anno e che rappresentano solo lo 0,12% di tutte le imprese di Spagna), tornando al livello impositivo che avevano prima che Aznar e Zapatero gli riducessero quel livello, lo Stato avrebbe entrate superiori a quelle attuali per 5 miliardi e 300 milioni. Se l’imposta sulle grandi ricchezze (che hanno un introito superiore ai 120.000 euro l’anno) ritornasse allo stesso livello che aveva prima che Aznar e Zapatero lo riducessero, lo Stato raccoglierebbe altri 2 miliardi e 500 milioni in più. E se si reintroducesse la tassa di successione si otterrebbero 2 miliardi e 552 milioni in più.
Un’altra alternativa potrebbe essere quella di eliminare l’evasione fiscale delle grandi famiglie, delle grandi imprese e delle banche, che rappresenta il 71% di tutta l’evasione fiscale esistente in Spagna. Con ciò, lo Stato incasserebbe 44 miliardi di euro in più. E un’altra alternativa poteva essere la correzione della grande regressività nella tassazione delle imprese per cui queste hanno un livello d’imposizione effettivo del 17%, molto più basso del livello impositivo delle piccole e medie imprese, e molto più basso del livello impositivo degli impiegati e dei lavoratori en nómina, 37% (per il salario medio di 22.802 euro in Spagna).
Tutti questi dati, in maggior parte provenienti dal Sindacato dei Tecnici del Ministero per l’Azienda dello Stato spagnolo, mostrano che ci sono alternative su come ridurre il deficit che nono sono neanche considerate negli establishment politici e medietici del Paese. Il fatto che si stiano riducendo i trasferimenti e i servizi pubblici dello Stato sociale invece di tagliare altre voci meno popolari o aumentare le entrate dello Stato (senza per questo modificare quello che paga di tasse la grande maggioranza della popolazione), non ha niente a che vedere (ripeto, niente a che vedere) con la pressione dei mercati finanziari. Ha a che vedere unicamente ed esclusivamente con il diverso grado di influenza sullo Stato spagnolo dei diversi gruppi e classi sociali che esistono in Spagna.
PERCHÈ SI FANNO I TAGLI INVECE DI ATTUARE ALTRE ALTERNATIVE?
Perché allora si fanno questi tagli? E la risposta è facile da vedere, anche se raramente il lettore la vedrà sui media più grandi. È l’enorme dominio delle destre neoliberiste che si trovano nelle istituzioni europee, nel Consiglio d’Europa, nella Commissione Europea e nella Banca Centrale Europea (BCE) che, con la complicità dei partiti socialdemocratici governanti, hanno costruito l’euro secondo il dogma neoliberale che cercava di ridurre al massimo il ruolo dello Stato. Da qui l’eliminazione delle misure più importanti di cui gli Stati (di quella che è diventata l’Eurozona) disponevano per proteggersi dalla speculazione dei mercati finanziari. Queste misure consistevano nell’avere banche centrali che stampassero denaro con cui comprare debito pubblico dello Stato, provocando così il calo degli interessi di tale debito. Ma ora gli Stati dell’Eurozona non possono fare nessuna di queste due cose. Sono totalmente indifesi, per cui il debito pubblico di tali Stati (comprese ora la Francia e dopodomani la stessa Germania, e se non ci credete aspettate qualche mese) è continuamente soggetto alla speculazione. E per rafforzare questa vulnerabilità, anche alla Banca Centrale Europea è stato proibito di trasferire denaro agli Stati e/o acquistare il loro debito pubblico. Lo ha fatto di recente a controvoglia nel caso della Spagna e dell’Italia, e gli interessi del debito pubblico spagnolo e italiano sono calati. Ma c’è stata una protesta che ha costretto all’interruzione di questa misura. La BCE può aiutare solo le Banche private, ma non gli Stati.
IL PROBLEMA È LA MANCANZA DI PROTEZIONE DEGLI STATI DI FRONTE ALLA SPECULAZIONE DEI MERCATI
E perché le destre neoliberiste desiderano questa vulnerabilità degli Stati? Perché, in realtà, queste destre desiderano indebolire lo Stato sociale, eliminare la protezione sociale e abbattere i salari. Gli interessi finanziari e il grande padronato vogliono la privatizzazione dei trasferimenti come le pensioni pubbliche, e dei servizi pubblici dello Stato sociale, come la Sanità, vietando agli Stati di indebitarsi, forzandoli a tenere il deficit a zero o vicino allo zero. Di nuovo, potrebbe ridursi il deficit aumentando le imposte. Ma questo non succederà , perché il capitale ha molto più potere del mondo del lavoro.
E i dati parlano da soli. I redditi da capitale sono aumentati a spese dei redditi da lavoro che sono diminuiti. Nouriel Roubini in persona, l’economista a cui si attribuisce di aver predetto la crisi finanziaria, lo ha riconosciuto sulle pagine del Wall Street Journal (15.09.11). Diceva questo economista che il fenomeno più clamoroso tra tutto ciò che sta accadendo è stata “una radicale redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti”. E aggiungeva questo autore che questa redistribuzione era una delle maggiori cause dell’enorme problema di scarsità della domanda, causa della Grande Recessione.
Le misure adottate dai governi dell’Eurozona (e dell’UE-15), compreso il governo spagnolo, dirette a ridurre i salari e la protezione sociale, con l’indebolimento e la riduzione così notevole dello Stato sociale, perseguono questo obiettivo, mentre si utilizza come scusa (di nuovo, non c’è altro modo di definire l’ argomentazione usata per definire tali misure) che sono necessarie per incrementare la competitività (si vedano i miei articoli che contestano questa tesi, nella sezione Economia politica del mio blog www.vnavarro.org) e per calmare i mercati, argomenti che mancano di un’evidenza che li avvalori. I mercati finanziari non sono calmabili, perché sono speculativi per definizione. Il problema non sono i mercati, ma la carenza di protezione degli Stati di fronte alla speculazione dei mercati, vulnerabilità che è stata progettata per indebolirli e indebolire la protezione sociale, ridurre lo Stato sociale e privatizzarlo.
IL RUOLO DEI MEZZI D’INFORMAZIONE
Questa promozione degli interessi del capitale a spese degli interessi del mondo del lavoro esige una complicità mediatica, che presenta le politiche che si stanno portando avanti (che comprendono tagli sociali e la proibizione agli Stati di indebitarsi) come inevitabili e necessarie. La presentazione della riforma della Costituzione e della Legge Organica che le fa da complemento in Spagna seguono questa linea. Le due cose sono state presentate come inevitabili e necessarie, quando c’è un’evidenza clamorosa e robusta del fatto che nono solo non sono necessarie, ma sono anche controproducenti, perché sarebbero utilizzate per ridurre ancor di più lo Stato sociale spagnolo, il meno finanziato dell’Eurozona e dell’UE-15. La Spagna ha la spesa sociale per abitante più bassa di entrambe le comunità. E questa riduzione della spesa pubblica, compresa la spesa pubblica sociale, contribuisce a diminuire la domanda, causa della grande recessione.
L’argomento che viene grossolanamente utilizzato dalle voci favorevoli a queste misure è che la riduzione del deficit a livelli così bassi come quelli approvati dal Parlamento spagnolo pochi giorni fa non significa affatto la riduzione della spesa pubblica sociale. Il candidato del PSOE alla Presidenza del Governo, il Sig. Rubalcaba ha sottolineato questo punto ripetutamente. Questa posizione ignora che l’unico modo per cui tale provvedimento non comporti una riduzione della spesa pubblica (della quale la spesa pubblica sociale è la maggiore percentuale) sarebbe mediante un enorme aumento delle entrate dello Stato (equivalente a un 7% del PIL), cosa che difficilmente succederà, a causa dell’enorme potere dei settori che non stanno contribuendo allo Stato nella misura in cui lo fanno i loro omologhi di altri Paesi. È questo enorme potere che spiega come, durante il periodo del governo socialista, non è stata attuata quella politica alternativa ai tagli descritta nella prima parte di questo articolo. E questo stesso potere è quello che ha fatto sì che l’entrata della Spagna nell’euro (che esigeva la riduzione del deficit dello Stato sotto il 3% del PIL) sia stata realizzata a base di riduzioni (prima in termini assoluti e poi in termini relativi) della spesa pubblica sociale, in modo che il deficit sociale della Spagna (che rappresenta la differenza tra la spesa pubblica sociale per abitante tra Spagna e la media dell’UE-15) fosse maggiore nel 2007 che nel 1993, anno in cui sono iniziate le politiche di austerità che hanno condotto all’entrata della Spagna nell’euro.
Un’ultima osservazione relativa ai mezzi di comunicazione e al loro ruolo nella promozione delle politiche che vengono applicate. El País ha appena pubblicato un sondaggio di Metroscopia (12.09.11) dove si segnala che ci sono più spagnoli (56%) favorevoli ai tagli della spesa pubblica sociale che all’aumento delle tasse (31%), fatto che El País sembra interpretare come sostegno alle politiche di tagli che sono state fatte. Questo dato è tendenzioso e parziale, carente di credibilità, perché non ha la specificità che si richiederebbe. Il termine tasse è troppo generico, perché non indica chi paga queste tasse. Se si domandasse in Spagna “Cosa preferirebbe Lei che si facesse per ridurre il deficit dello Stato, ridurre i fondi pubblici per le pensioni, per la sanità pubblica, per la scuola pubblica, per i servizi domiciliari per le persone con problemi di dipendenza, per i nidi d’infanzia (oltre ad altri trasferimenti e servizi pubblici) o che si invertissero le diminuzioni delle tasse alle grandi famiglie, alle grandi imprese e alle banche che si sono verificate in questi ultimi quindici anni?”, la risposta sarebbe favorevole in modo schiacciante alla seconda alternativa. Questa domanda non è stata fatta in Spagna. È stata fatta negli Stati Uniti e la percentuale favorevole a quest’ultima alternativa è stata dell’82% (sì, ripeto 82%). E negli Stati Uniti. Credo che in Spagna sarebbe anche maggiore.
IL PROBLEMA NON È FINANZIARIO NÈ ECONOMICO. È POLITICO
È un profondo errore che il PSOE, che ha giocato un ruolo determinante (appoggiato dai partiti alla sua sinistra) nella creazione dello Stato sociale in Spagna, abbia approvato la riforma costituzionale e la Legge Organica che le fa da complemento e che danneggerà lo Stato sociale, rendendo difficile la correzione dell’ enorme deficit sociale della Spagna. Ed è anche peggio quando si oppone alla possibilità che tale riforma venga sottoposta a referendum. Ho scritto diffusamente sul perché entrambe le decisioni sono, oltre che profondamente sbagliate, antidemocratiche. E devo ammettere che mi ha sorpreso la mancanza di voci critiche su tali misure all’interno di questo partito. Tale situazione sta rafforzando l’impressione che il PSOE sia un partito fatto da gente che ricopre incarichi politiche, insieme ad altri membri che sperano di occupare incarichi politici. Questa percezione può essere erronea, ma si sta generalizzando e sta facendo un enorme danno al socialismo spagnolo. L’assenza di voci critiche all’interno del partito renderà più difficile il necessario rinnovamento e cambiamento profondo di cui il socialismo spagnolo ha bisogno.
In questi ultimi anni stiamo vedendo l’enorme calo di consenso elettorale e di militanza dei partiti socialdemocratici nell’Unione Europea come risultato non della mancanza di attrattiva del socialismo in democrazia, come le destre maliziosamente interpretano il calo elettorale di tali partiti, ma dell’allontanamento di tali partiti dal socialismo, portando avanti politiche, come quelle realizzate dal Governo Zapatero in risposta alla crisi, che significano una rottura con quel progetto, un progetto che continua ad essere valido oggi come iere. Secondo l’ultimo sondaggio sui valori dell’Unione Europea, niente meno che il 68% della popolazione dei Paesi UE sarebbe d’accordo a vivere in società dove le risorse fossero distribuite secondo le necessità dei cittadini, e che questi fossero pagati secondo le capacità di ciascuno. L’allontanamento delle élites governative di questi partiti socialdemocratici di governo dai principi del socialismo spiega il loro calo elettorale. Il fatto reale che il governo del PP sarebbe anche peggio non è un motivo di mobilitazione sufficiente per molti elettori socialisti che sono indignati con le politiche attuate da un partito al quale hanno affidato il loro voto. Questa è la realtà che le élites dirigenti ignorano a un prezzo elevatissimo per il socialismo in Spagna. I partiti socialdemocratici stanno perdendo rapidamente la loro capacità di stimolare cambiamenti a favore delle classi popolari. E la Spagna è, disgraziatamente, un esempio in più di quanto sta accadendo nell’Unione Europea. Invece di essere parte della soluzione, sono diventati una parte del problema. Per dirla chiaramente.
Vicenç Navarro (nella foto) è stato Professore di Economia applicata all'Università di Barcellona; attualmente è Professore di Scienze Politiche e Sociali all'Università Pompeu Fabra di Barcellona e Professore di Politiche Pubbliche alla John Hopkins University di Baltimora.
Fonte:http://www.rebelion.org/noticia.php?id=135849
Traduzione Andrea Grillo, 22 settembre 2011
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Vicenç Navarro










