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Crisi: l’”esempio” irlandese

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euro_irlandeseJuan Torres López

Rebelión

Per molti anni l’"esempio" irlandese è stato di moda e veniva proposto costantemente agli altri Paesi: la politica delle basse imposte sul capitale (quasi la metà della media europea), l’ampia liberalizzazione dell’attività economica e le privatizzazioni, la moderazione salariale e le grandi agevolazioni ai capitali perché potessero muoversi a loro piacimento venivano considerate la chiave del suo successo e ciò che avrebbe dovuto fare qualsiasi altra economia che avrebbe voluto essere tanto prospera e dinamica quanto la "tigre celtica" di allora. È chiaro che si stava parlando di un successo che veniva misurato solo tramite l’incremento vertiginoso del PIL, ma non con la diminuzione delle disuguaglianze o della distanza degli standard di benessere del Paese rispetto alla media europea.

I governi conservatori agevolavano l’attività delle banche che si misero a creare debito e a finanziare una sfrenata attività speculativa senza che né l’uno né le altre si preoccupassero della generazione di bolle immobiliari o della scarsa base reale della crescita che veniva creata (1).

Come dicevamo noi economisti critici queste politiche neoliberiste sono state la vera causa dell’ultima crisi e per questo non è stato un caso che l’alunno europeo che le ha applicate più fedelmente sia stato proprio il primo ad entrare in recessione nel 2008, quando si scatenò la crisi delle ipoteche spazzatura.

Così come non è casuale che l’economia che per prima ha applicato i piani di austerità in risposta alla crisi soffra ora una nuova frustata.

In realtà l’Irlanda in questi giorni è una specie di laboratorio che permette di dimostrare l’effetto delle politiche neoliberiste di austerità imposte dal fondamentalismo dominante da anni in  Europa.

Anche se ora pochissimi lo ricordano, l’Irlanda approvò prima di tutti gli altri un grande programma di austerità e tagli: ridusse i salari dei dipendenti pubblici anche del 20% e le prestazioni sociali del 10%, oltre a fare la stessa cosa per un buon numero di programmi di spesa pubblica e sociale. Ma allo stesso tempo venivano messi a disposizione delle banche fallite decine di miliardi di euro che portarono alle stelle il deficit e il debito dello Stato.

Quando furono prese queste misure il caso irlandese fu di nuovo proposto come un esempio da seguire per gli altri. I mezzi di comunicazione neoliberisti, la Commissione Europea e naturalmente ancora una volta il Fondo Monetario Internazionale incensarono la sua politica di austerità e tagli contro la crisi.

Quest’ultimo organismo, dando sfoggio ancora una volta della sua svergognata abitudine di fare previsioni economiche, affermò, per poterle così applaudire con apparente fondamento, che grazie all’applicazione di queste misure l’economia irlandese sarebbe cresciuta dell’1% nel 2009.

Tuttavia l’effetto reale fu un altro, come gli economisti critici avevano pronosticato che sarebbe successo lì o in altri Paesi dove si fossero applicate: nel 2009 il PIL dell’economia irlandese, ben lungi dall’aumentare, è sceso dell’11%.

Con questo calo clamoroso, con una riduzione del 30% degli investimenti e di più del 7% del consumo, l’economia non ha potuto generare risorse sufficienti, è stato più difficile assicurarsi  delle entrate per far fronte al debito e questo ha continuato a salire, ragion per cui, paradossalmente, i mercati l’hanno punita alzando gli interessi a cui potevano esserne collocati i titoli.

A questo si aggiunga che non avendo messo in atto una vera riforma finanziaria la situazione patrimoniale delle banche ha continuato ad aggravarsi e ora ha bisogno di una nuova generosa iniezione di liquidità per riportarla a galla: altri 50 miliardi di euro circa solo per loro.

Quando è successo tutto questo, dalla Commissione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale non è uscita la minima espressione di autocritica: dopo aver affermato che quello che faceva l’Irlanda era esemplare, non hanno niente da dire quando il suo "modello" salta in aria, com’era inevitabile che succedesse come evidente conseguenza di queste politiche. Al contrario, si limitano a mettergli fretta perché si rimetta in piedi e ad avvertire anticipatamente chi dovrà farsi carico di pagare il conto: "L’UE imporrà all’Irlanda un aumento delle tasse per restituire i soldi del salvataggio", titolano oggi i mezzi di comunicazione europei.

L’Irlanda è effettivamente un buon esempio. Ma di dove hanno portato le politiche neoliberiste prima della crisi e dove portano ora, quando tornano a imporsi da un lato sotto forma di austerità nei bilanci e dall’altro di piena libertà e sostegno alle banche perché continuino a muoversi a loro piacimento.

 

(1) Si veda "IMF concludes 2004 Article IV consultation with Ireland", http://bit.ly/aiaxUw).

L’autore è Professore di Economia Applicata dell’Università di Siviglia.www.juantorreslopez.com

Fonte http://www.rebelion.org/noticia.php?id=116977

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo

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