Wednesday, May 23rd

Last update:02:20:29 PM GMT

You are here:

Di fronte alla politica economica dell’UE: uscire dall’euro?

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

euro_1Michel Husson

Libération / Viento Sur

Un pacchetto di sei proposte legislative su un nuovo modello di governo economico dell’Unione Europea è in corso di adozione nel Parlamento Europeo. Parallelamente, i governi europei hanno ratificato nel mese di marzo un "patto per l’euro".

Di cosa si tratta? Il nuovo modello di governo europeo tenta di aumentare la vigilanza sui  bilanci nazionali, inasprire le sanzioni contro gli Stati in caso di deficit eccessivo e limitare la crescita della spesa pubblica. Una misura già presa completa il dispositivo, il "semestre europeo", che pretende di sottoporre al Consiglio e alla Commissione i bilanci degli Stati, anche prima che siano discussi nei parlamenti nazionali. Il patto per l’euro, che segue la proposta di Merkel-Sarkozy d’instaurare un patto di competitività, punta, tra l’altro, ad aumentare la flessibilità del lavoro, impedire gli aumenti salariali e diminuire le spese legate alla protezione sociale.

Queste misure vengono prese in nome di un argomento di apparente senso comune. Gli Stati non possono chiedere all’Unione che li aiuti se non ci sono regole definite. Ma in assenza di ogni dibattito democratico sulle politiche economiche da applicare, le misure attuali equivalgono a espropriare i parlamenti nazionali a beneficio dei Ministeri dell’economia e della tecnostruttura europea. E di che aiuto si parla? Le somme prestate dall’Unione sono prese sui mercati a interessi relativamente bassi e prestati agli Stati in difficoltà a tassi d’interesse molto più elevati. Sono le popolazioni a pagare le spese con la messa in atto di piani di austerità drastica, che distruggono ogni possibilità di ripresa economica. L’esempio patetico della Grecia, che è al suo terzo piano in un anno e vede aumentare il suo debito e il suo deficit allo stesso ritmo della povertà della sua popolazione, è lì a testimoniarlo. Per tutto questo tempo, le banche hanno potuto continuare a rifinanziarsi alla Banca Centrale Europea (BCE) a interessi irrisori e prestare agli Stati a interessi molto superiori. Così, nel mese di febbraio, gli interessi a due anni per la Grecia hanno superato il 25%. Non sono le popolazioni ad essere aiutate ma le banche, e in particolare le banche europee!

La stessa sorte tocca ora a Irlanda, Portogallo e Spagna. Ma sono tutti i Paesi europei a subire lo stesso trattamento. I governi, la BCE, la Commissione e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) utilizzano la purga sociale come i medici di Molière il salasso. In un’Europa con le economie totalmente integrate in cui i clienti dell’uno sono i fornitori dell’altro, tali misure comportano una logica recessiva e pertanto una riduzione delle entrate fiscali che alimenterà ancora i deficit pubblici. Socialmente disastrose, sono economicamente assurde.

Ma, ci viene detto, non c’è altra scelta. Bisogna "tranquillizzare i mercati". Si riconosce qui l’ultimo argomento, il famoso "TINA" che era stato usato a suo tempo da Margaret Thatcher: "There is no alternative". Non c’è effettivamente alternativa continuando a sottomettersi al dominio dei mercati finanziari. Questo è il punto cardinale e la linea di demarcazione di ogni politica. Per questo motivo, nella votazione prevista nel mese di giugno al Parlamento Europeo, ci aspettiamo dai partiti della sinistra europea che si rifiutino chiaramente di votare proposte dalle conseguenze drammatiche per le popolazioni.

Una vera rottura è possibile e oggi indispensabile: non consisterà nel  "tranquilizzare i mercati", ma nell’organizzare il loro smantellamento sistematico, cominciando con il togliergli il loro primo mezzo di ricatto, la possibilità di speculare sui debiti pubblici. Prima della crisi, l’origine del debito si ritrovava nel calo delle entrate dovuto ai regali fiscali fatti alle famiglie più ricche e alle imprese. Nel momento della crisi finanziaria, gli Stati si sono visti obbligati a iniettare massicciamente liquidità nel circuito economico per impedire l’affondamento del sistema bancario e la trasformazione della recessione in ondata depressiva. L’esplosione dei deficit pubblici trova quindi le sue radici nel comportamento degli operatori finanziari che sono all’origine della crisi.

I debiti pubblici sono quindi ampliamente illegittimi e un audit pubblico sul debito dovrà permettere di decidere su quello che sarà restituito e quello che non lo sarà. La BCE dovrà avere la possibilità, sotto il controllo democratico europeo, di finanziare i deficit pubblici congiunturali. Un’ampia riforma fiscale, sia a livello nazionale che europeo, permetterà all’azione pubblica di trovare margini di manovra. Queste misure implicano pertanto la volontà politica di rompere con la dominazione dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale. Questa volontà politica non esiste per il momento. Quindi si dovrà imporla. Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha parlato di "rivoluzione silenziosa" a proposito delle misure prese attualmente dall’Unione. Sarebbe più azzeccato parlare di contorivoluzione, ma mentre Barroso si rallegra per questo, non possiamo che deplorare il quasi silenzio, particolarmente in Francia, su queste  questioni comunque capitali. Come gridano i manifestanti della Puerta del Sol: "Questa non è una crisi, è una rapina". Queste politiche spingono l’Unione Europea contro il muro: ormai è ora di inventare qualcosa di diverso.

Thomas Coutrot è copresidente di Attac Francia; Pierre Khalfa è copresidente della  fondazione Copernico; Verveine Angeli è sindacalista; Daniel Rallet è sindacalista.

Questo dibattito è stato pubblicato sul quotidiano francese Libération il 7/6/2011.


Notes:

1/ Vedere il dibattito tra Jacques Sapir e Jean-Marie Harribey e quello di Costas Lapavitsas con Ozlem Onaran, hussonet.free.fr/autreuro.htm.

, dicembre 2010, disponibile in http://hussonet.free.fr/strategir.pdf

09/06/2011 Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo


AddThis Social Bookmark Button