Nello scorso aprile si è svolto il primo turno delle elezioni presidenziali peruviane, nel quale nessuno dei candidati ha raggiunto il 50%+1 dei voti. Quindi si andrà al ballottaggio (5 giugno) tra i due più votati: Ollanta Humala (31,7%) e Keiko Fujimori (27,5%). Vediamo chi sono i due sfidanti.
Il favorito Ollanta Humala (nella foto tratta da Wikipedia) è nato nel 1963 ed è uno dei sette figli del fondatore di una dottrina politica nazionalista e indigenista, denominata “etnocacerismo” (infatti Ollanta è un nome di origine inca).
È un ex militare che negli anni ’90 ha partecipato alla repressione dei guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso, attirandosi accuse di pesanti violazioni dei diritti umani della popolazione civile.
Il 29 ottobre del 2000 fu coinvolto in un tentativo di colpo di Stato contro l’allora presidente Fujimori. Il golpe non riuscì ma Fujimori fu comunque costretto a fuggire dal paese.
Il fratello proseguì la lotta armata e fu protagonista di un assalto ad un commissariato in cui morirono quattro poliziotti e due rivoltosi.
Si è presentato alle presidenziali del 2006 come leader del Partito Nazionalista Peruviano, e in quella occasione è stato fortemente appoggiato dal presidente venezuelano Chávez, ma nonostante i favori del pronostico fu battuto da Alan García.
Ha posizioni molto critiche verso le politiche neoliberiste, propone una revisione del Trattato di Libero Commercio con gli USA, l’attuazione di politiche sociali e il rafforzamento dell’intervento pubblico in economia, ma in queste elezioni le sue posizioni si sono molto diluite. Per la campagna si è servito di alcuni consulenti dell’ex presidente brasiliano Lula e ha cercato di mantenere le distanze dai leader della sinistra latinoamericana più radicale, anche perché per vincere avrà bisogno dell’appoggio dei moderati di Alejandro Toledo, eliminato al primo turno con il 15%.
Sta cercando un riavvicinamento anche con la Chiesa dopo essersi giocato i suoi favori esprimendosi a favore dell’aborto.
La sua personalità è molto discussa e molti non lo ritengono un personaggio genuinamente di sinistra.
Keiko Fujimori, 36enne, durante la presidenza del padre Alberto Fujimori (1990-2000, vedi articolo che segue) si era occupata di beneficenza e iniziative sociali guadagnandosi una certa popolarità. Sostanzialmente è il candidato dell’ortodossia neoliberista. Della sua carriera politica si ricorda la sua battaglia per ’ampliamento dell’applicazione della pena di morte nei casi di reati sessuali e poco altro.
Pubblichiamo il commento di uno dei più accreditati osservatori della realtà latinoamericana
(per Senzasoste Nello Gradirà)
Perú, alle porte una svolta geopolitica
Il secondo turno delle elezioni presidenziali del prossimo 5 giugno può sancire un importante cambiamento dei rapporti di forza nella regione sudamericana. Se la vittoria spettasse a Ollanta Humala, esito che appare il più probabile, la scacchiera continuerebbe a inclinarsi verso un ulteriore deterioramento della presenza statunitense in Sudamerica. Se la vincitrice fosse Keiko Fujimori, si aprirebbe un periodo di crescente instabilità politica e sociale, che può sfociare in una crisi di governabilità.
Nelle elezioni precedenti Humala ha raccolto il 30% al primo turno e ha perso al ballottaggio con l’esperto Alan García, superando il 47% dei voti. Stavolta Humala ha migliorato la votazione precedente, arrivando a quasi il 32%, ma deve misurarsi con la figlia di Alberto Fujimori, che esercitò un governo autoritario e dittatoriale tra il 1990 e il 2000, violò i diritti umani, fece un colpo di stato e fu protagonista di clamorosi casi di corruzione per i quali è stato condannato a 25 anni di prigione in vari processi successivi. Anche il conservatore Mario Vargas Llosa ha annunciato che voterà per Humala al ballottaggio, come l’ex presidente Alejandro Toledo, che al primo turno ha raccolto il 15% dei suffragi.
Se osserviamo lo scenario politico peruviano dalle tre prospettive che propongo per l’analisi della transizione sistemica in corso (le relazioni interstatali, il ruolo dei movimenti antisistemici e il post-sviluppo o Buen Vivir), è evidente che i cambiamenti che verrebbero promossi dalla vittoria di Humala si concentrano nel primo scenario. Negli altri due, al contrario, ci sarebbe più continuità che cambiamento.
Il Perú è una pedina fondamentale nella strategia di controllo egemonico della potenza in declino, gli Stati Uniti. Nell’ultimo mezzo secolo, salvo il breve periodo del governo militare di Juan Velasco Alvarado (1968-1975), che si schierò con l’Unione Sovietica e promulgò un’ampia riforma agraria, la presenza statunitense è stata consistente e costante. Il Perù è una delle principali porte del Pacifico nella regione, mette in comunicazione i Paesi caraibici con il Cono Sud, permette l’accesso a Paesi sempre instabili come la Bolivia, alla selva amazzonica e, soprattutto, ha una lunga frontiera con il Brasile. Il Pentagono ha in Perù varie installazioni militari che fanno parte dell’anello di basi che circondano il Brasile.
Il Perù è, allo stesso tempo, una pedina fondamentale nella strategia di crescita come potenza globale del Brasile. “La costruzione della nostra uscita strategica verso il Pacifico è fondamentale per aumentare la nostra capacità di esportazione”, ha dichiarato Aloizio Mercadante in un incontro di studi strategici tre anni fa. Attuale ministro della Scienza e Tecnologia del governo di Dilma Rousseff, Mercadante è uno dei più importanti dirigenti del PT di Lula, figlio di un importante comandante militare e fratello del colonnello Oswaldo Oliva Neto, uno dei principali pianificatori strategici dei governi del PT.
Le grandi opere che compongono la IIRSA (Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana) tracciano una decina di assi di comunicazione multimodale tra l’Atlantico e il Pacifico, che sono le chiavi di volta di un tipo di integrazione che favorisce la circolazione di merci verso e dall’Asia, e beneficiano la grande borghesia paulista. Vari di questi corridori inter-oceanici che compongono la IIRSA confluiscono nei porti del sud del Perù e raccolgono la produzione brasiliana di un enorme arco che va dalla conca del Rio delle Amazzoni ai porti e alle città del Sud e Sudest brasiliani, dove si concentra la produzione della settima potenza industriale del pianeta.
Lo scontro di interessi tra Washington e Brasilia è evidente e prefigura forti tensioni nelle elezioni peruviane. Non è certo un caso che due dei consiglieri della campagna presidenziale di Humala siano membri del PT, che hanno giocato un ruolo importante nella nuova immagine che proietta il candidato etnocacerista alla ricerca di un avvicinamento alle classi medie di Lima. Anche se il Perù ha firmato un Trattato di Libero Commercio con gli USA, cosa che limita i suoi margini di manovra, dal punto di vista geopolitico l’alleanza con il Brasile di un ipotetico governo di Humala faciliterà i progetti a lunga scadenza, e in modo particolare, si accelererebbe la costruzione di una solida via d’accesso al Pacifico.
Il secondo interesse del Brasile in Perù è l’energia. Nel giugno 2010 è stato firmato l’Accordo Energetico Brasile-Perù per l’esportazione dell’energia eccedente delle cinque centrali idroelettriche che verranno costruite sul fiume Inambari nel sud peruviano. Le centrali sono finanziate dal Brasile e costruite da grandi imprese brasiliane, dato che ha interesse a consumare i 6 mila 673 MW che saranno quasi ínteramente esportati, dato che il consumo totale del Perù è di 5 mila MW e non ha bisogno di produrre altra elettricità, mentre il suo vicino è in piena espansione e ha l’urgenza di trovare nuove fonti di energia.
Sul piano interno, Humala è forte nella regione meridionale, superando il 60% nelle zone di maggior tradizione della lotta contadina, come Puno e Cuzco. Ha superato la metà dei voti in dipartimenti andini come Huancavelica e Apurímac, e ha raccolto un ampio appoggio in Amazzonia, alla frontiera con l’Ecuador, dove due anni fa ci fu la ribellione di Bagua in difesa dei beni comuni. Ha riportato i suoi peggiori risultati a Lima, poco oltre il 20%, ma ha vinto in alcuni distretti poveri. A Villa El Salvador, che ha saputo diventare il punto di riferimento dei movimenti urbani per il suo livello di organizzazione, ha vinto la Fujimori, cosa che mostra la crisi sociale provocata dalla guerra di Sendero Luminoso e dal fallimento delle sinistre elettorali.
La borghesia di Lima, che sogna Miami e volta le spalle alle Ande, vuole rivivere l’ordine gerarchico coloniale, optando ancora una volta per l’autoritarismo che incarna la Fujimori, con la speranza di ripetere i succulenti affari degli anni ‘90. Ma ormai non conta più sugli appoggi nazionali e internazionali di prima.
Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2011/04/22/index.php?section=opinion&article=017a1pol
Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo
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