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Il punto di vista panafricano sullo sfruttamento del continente nero

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senegal.jpgConsigliamo vivamente questa lunga intervista perché ha il merito di affrontare con estrema lucidità tutti i punti fondamentali nelle relazioni tra l'Occidente e l'Africa: la rapina delle risorse, il ruolo giocato dai Paesi ricchi nei conflitti armati, la penetrazione cinese, i limiti delle organizzazioni internazionali, le politiche europee sull'immigrazione, il "fenomeno Obama". Una lettura imperdibile per chi vuole approfondire la conoscenza delle attuali problematiche internazionali, uscendo dal provincialismo insopportabile del dibattito politico italiano e dai luoghi comuni dell'informazione ufficiale. Un'intervista che apre la porta all'ottimismo: se in Africa ci sono intellettuali di questo spessore, "un mondo diverso è probabile" (red.)   

 

Intervista a Antumi Toasijé, storico e direttore del Centro Studi Panafricani

"La componente europea è presente in tutti i conflitti importanti verificatisi in Africa nell'epoca contemporanea"

Kepa Arbizu

Lumpen

La storia dell'Africa è caratterizzata dalla schiavitù e dalla colonizzazione. Il presente non è molto migliore. Il continente soffre lo sfruttamento per mano delle potenze occidentali. Nonostante sia la grande vergogna degli Stati del cosiddetto "primo mondo", la sua situazione non appare tale, né ha la necessaria copertura. Antumi Toasijé, storico e direttore del Centro Studi Panafricani, ci parla della situazione del continente e delle responsabilità, sia politiche che morali, dell'Occidente.

Una delle critiche abituali all'Europa, e più in generale all'Occidente, è l'etnocentrismo culturale che dimostra. In quali aspetti concreti si rende visibile questo "egocentrismo" verso l'Africa?

Storicamente esiste un braccio di ferro più o meno dichiarato tra Europa e Africa che ha avuto inizio nell'Antichità. Con l'Era Moderna e nel presente non c'è dubbio che, dati gli effetti dello schiavismo, l'invasione coloniale e il neocolonialismo nelle relazioni nord-sud, l'Europa e i suoi discendenti, fondamentalmente in Nordamerica, si collocano in una posizione di superiorità economica, militare e politica, che si traduce in pretese di superiorità morale che condizionano tutto l'immaginario europeo e africano. All'europeo viene insegnato, direttamente e indirettamente, fin dalla più tenera infanzia, che è lui ad essere predestinato a portare la luce al resto dei popoli della Terra, che in un modo o nell'altro sono visti come incapaci, e questo si traduce in quasi tutti gli ambiti di relazione, compresi quelli apparentemente più orizzontali e democratici, dove l'Occidente finisce per imporre i suoi punti di vista, molte volte aiutato dalle élite africane mentalmente sequestrate. Come esempio le dirò che non ci sono ONG africane che operano sul suolo europeo per risolvere problemi degli europei come l'abbandono degli anziani. Può immaginare qualcosa del genere? Ciò si deve al fatto che lo schema di superiorità-inferiorità è fortemente radicato. Come dicevo, questo atteggiamento è il prodotto dell'evidente vittoria politica, economica e militare dell'Europa e dei suoi discendenti sulla maggioranza del mondo.

Negli ultimi anni alla lotta per le risorse esistenti sul suolo africano si è aggiunta la Cina. Inoltre, gli USA di recente hanno creato l'AFRICOM (Comando Africa degli Stati Uniti). Quali sono i veri obiettivi di entrambi?

Ci sono importanti differenze nelle politiche africane di Pechino e Washington. I governi cinesi fin dall'inizio non hanno mirato a condizionamenti politici, il loro modo di rapportarsi è molto più conveniente per l'Africa, nelle relazioni con l'Occidente l'Africa "guadagnava" l'8% e l'Occidente il resto, mentre con la Cina l'Africa guadagna circa il 30%. La Cina investe in infrastrutture, strade, fognature, centri di produzione dell'energia, centri sanitari... e ci considera, noi africani, come potenziali consumatori e non solo produttori di materie prime, è un passo avanti. Un'altra questione sono gli stili diplomatici: su questo bisogna ricordare che l'entrata della Cina in Africa non è nuova, c'è un lungo percorso, anche se la spinta attuale è più forte, vista la crescita asiatica. È evidente che Pechino non sente l'impulso di dirigere i destini dell'Africa, per questo la relazione politica con la Cina è una relazione più equilibrata, mentre c'è una lunga esperienza sulla manipolazione della politica africana da parte dell'Occidente, pratiche che hanno dato origine a guerre e che includono assassini di capi di Stato. L'AFRICOM è l'ennesimo travestimento che usa pretesti vecchi come il terrorismo per ricolonizzare militarmente i punti strategici della produzione petrolifera in Africa. L'aspetto negativo dell'influenza della Cina attualmente si manifesta nel fatto che rafforza i regimi esistenti, dittatoriali o meno, senza preoccuparsi dei Diritti Umani. Il caso del Sudan è paradigmatico: è evidente che la Cina sostiene il regime genocida di Khartoum, ma è evidente anche che gli Stati Uniti, in modo illegittimo e irresponsabile, hanno fomentato la sollevazione dei ribelli, nel cui sottosuolo si trovano i giacimenti di petrolio ai quali sia la Cina che gli USA ambiscono. In sintesi, la Cina commette i suoi errori e favorisce abusi, ma è molto meno dirigista e il suo modo di rapportarsi è più accettabile; ciò nonostante i media occidentali insistono sul fatto che la penetrazione della Cina è un nuovo colonialismo, peggiore se possibile del loro, in un evidente atto di contro-propaganda che non inganna nessuno che sia minimamente informato.

In conseguenza di alcuni fatti concreti il tema della pesca è stato molto discusso ultimamente. I trattati, gli accordi o la regolazione delle cosiddette  "acque internazionali" quale ruolo prevedono per i Paesi africani?

Da tempo soprattutto i Paesi europei e il Giappone stanno sfruttando fino all'esaurimento le risorse ittiche delle acque africane. La Spagna gioca un ruolo da protagonista in questo furto di pesce. Oltre all'assalto alle riserve dei Paesi che sono stati o sono in guerra, come la Sierra Leone, la Liberia, la Somalia, l'Angola e il Mozambico, viene attuato un furto sfacciato nella piattaforma continentale dei Paesi che per la loro scarsità di mezzi per la vigilanza costiera o per la corruzione esistente si trovano del tutto indifesi di fronte alla valanga di enormi pescherecci a strascico e navi che utilizzano metodi proibiti in Europa. I trattati internazionali hanno determinato di volta in volta una situazione sempre peggiore per i Paesi africani, in modo paradossale, dato che sempre di più è stata lasciata la responsabilità della vigilanza sulle coste agli stessi Paesi africani senza apportare cooperazione tecnologica ed economica che sostenga un'effettiva vigilanza delle loro coste. Anche se tutti i pescatori e gli esperti sanno che la maggior parte del pescato mondiale proviene dalle acque continentali e anche territoriali, da parte dei media si insiste nel sostenere le menzogne di un gran numero di armatori che affermano di pescare in acque internazionali. In questo contesto la cosiddetta pirateria degli ex pescatori è l'effetto di un crimine molto più grande commesso dall'Occidente e dal Giappone.

Si sbandierano sempre le lotte tribali come esempio per dimostrare l'instabilità del continente africano. Ma fino a che punto in questi scontri vi sono responsabilità dei Paesi occidentali o i loro interessi?

È curioso come il linguaggio e le percezioni etnocentriche dell'Europa condizionano le realtà politiche e le analisi. La maggioranza dei grandi conflitti che si sono verificati nel mondo hanno due componenti fondamentali, una etnico-razziale e l'altra economica. Ciò nonostante gli europei sono restii a chiamare le sue guerre "conflitti etnici". Due esempi molto evidenti sono quelle denominate "Prima Guerra Mondiale", originata da un conflitto etnico e territoriale nei Balcani, e "Seconda Guerra Mondiale" originata dal conflitto razziale-etnico e territoriale dei tedeschi contro altri europei e le loro minoranze etniche come gli ebrei aschenaziti o gli stessi afro-tedeschi. Anche l'ultimo conflitto europeo, di nuovo nei Balcani, ha avuto chiari detonatori etnici, territoriali e anche religiosi. Dall'altra parte, nonostante i terribili effetti e la virulenza dei conflitti africani, l'Africa è in generale un continente pacifico se si paragona all'Europa o all'Asia, che attualmente godono del periodo di pace più lungo della loro storia, dato che questi continenti superano ognuno abbondantemente e solo nel secolo XX il numero totale di vittime dei conflitti di tutta la storia dell'Africa. Detto questo è noto che la componente europea è presente in tutti i conflitti importanti, senza alcuna eccezione, che si sono verificati in Africa nell'epoca contemporanea, iniziando da tutti quelli che ci sono stati nella zona dei Grandi Laghi. Ciò non toglie che a noi panafricanisti fa inorridire la facilità con cui si possono manipolare le nostre popolazioni data l'irresponsabilità di certi leader africani e i limiti impensabili di crudeltà a cui possono arrivare i combattenti.

Che opinione ha della Corte Penale Internazionale e più concretamente del fatto che si sia dedicata quasi esclusivamente a temi africani? È attuabile l'idea di giudicare, sotto una Giustizia Universale, le multinazionali e le conseguenze che provocano?

I tribunali internazionali, interessanti a priori, sono diventati un altro strumento delle grandi potenze per imporre la loro egemonia. È evidente che dovrebbero essere giudicati da un tribunale internazionale i dirigenti di importanti nazioni dell'Europa e degli Stati Uniti. Ma questo non succederà mai, cosa che ci dà una misura dell'utilità e della funzione di tali tribunali. L'unico occidentale di peso processato, Milosevic, lo è stato per essere caduto in disgrazia di fronte ai suoi vecchi protettori. E' giusto perseguire Charles Taylor, ma che facciamo con la compagnia di diamanti De Beers? E' giusto processare Thomas Lubanga, ma che facciamo con le compagnie che si arricchiscono con il coltan? Oltre ai dirigenti implicati in conflitti e crimini di lesa umanità si dovrebbe fare uno sforzo per processare gli istigatori, i protettori e gli agenti commerciali delle multinazionali che notoriamente cercano e ottengono grandi profitti grazie al caos pianificato. Questo sforzo non si farà finché l'Europa e i suoi discendenti avranno il monopolio dell'autorità morale e giuridica nel mondo. Per questo, pur essendo un'idea interessante come principio, la Giustizia Universale e i suoi strumenti, come la Corte Penale Internazionale, stanno facendo lo stesso percorso di tutte le iniziative globali, finiscono per rafforzare le posizioni dei forti e favoriscono l'impunità delle grandi corporazioni.

L'Europa si vanta di difendere la libertà e l'uguaglianza. Come considera le leggi sull'immigrazione che si approvano in questo continente?


L'Europa dimostra di non avere una visione storica creando muri e barriere contro la libera circolazione dei cittadini nel mondo. Le popolazioni storicamente si sono mosse in direzione delle risorse, e dato che il nord capitalizza lo sfruttamento del sud, è normale che le popolazioni si muovano in quella direzione. Se si mette una barriera il conflitto è servito. Roma e la Cina sono cadute subito dopo aver terminato le loro grandi muraglie, la pressione che provoca la chiusura totale è tale che subito si traduce in violenza. Il libero movimento internazionale è un diritto riconosciuto dai Paesi occidentali, tuttavia nella loro ipocrisia creano di nuovo una scala, per cui solo i ricchi possono circolare, mentre sui poveri si pratica l'eugenetica di gettarli nel deserto, o impedirgli l'accesso marittimo perché muoiano in alto mare. L'aperturismo è una politica molto più necessaria, umana e, alla lunga, più intelligente, ma temo che non venda, c'è qui una responsabilità delle ONG e i giovani idealisti che in occidente lottano per un mondo non compartimentato a volte non si rendono conto che la battaglia è qui, in molti casi sarebbe meglio che venissero in Africa per turismo ecologico e che combattessero qui le politiche genocide dei loro stessi governi e corporazioni.

Rispetto al fenomeno Obama qual'è la sua opinione, crede che potrà modificare il tipo di relazioni che ha il suo Paese con il continente africano?

Penso che Obama stia incontrando molte più difficoltà di quelle previste inizialmente e con un problema strutturale di grandi dimensioni. Cambiare completamente la politica economica internazionale degli Stati Uniti può equivalere a un suicidio dato che ormai gran parte della struttura dell'impero si basa sull'oppressione e la capitalizzazione asimmetrica e l'Africa rappresenta una vittima di questo sistema di sfruttamento. Per fare un esempio, la falsa democratizzazione della Guinea Equatoriale è appoggiata da agenti nordamericani che fanno da consulenti al dittatore guineano in materia di brogli elettorali. Il contrario implicherebbe perdere il vantaggio acquisito dalle compagnie nordamericane nei sostanziosi contratti petroliferi, il che farebbe affondare di un punto in più l'attuale crisi finanziaria. Credo che  Obama stia diventando consapevole di tutte le difficoltà su questo e non ho molta speranza nel suo primo mandato, ma semmai, a partire dal suo secondo mandato, se riesce a far riprendere l'economia degli Stati Uniti ha una grande opportunità per promuovere un progetto di relazioni diplomatiche con l'Africa più sincero e meno condizionato dell'attuale che magari si tradurrà in rapporti più egualitari e in una migliore comprensione ed empatia con le popolazioni africane che soffrono gli effetti delle ingerenze nordamericane. In fin dei conti, da un punto de vista panafricanista, anche lui è africano.

Tratto da www.rebelion.org

Fonte: http://lumpen00.blogspot.com/2010/01/el-componente-europeo-esta-presente-en.html

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo

 

 

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