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Intervista a Gaudichaud: "Creare un movimento eco-socialista mondiale dal basso'"

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copenaghen_corteoDopo che al Vertice di Copenaghen è stato imposto da parte dei Paesi ricchi un accordo al servizio degli interessi corporativi del Nord, la convergenza tra ecologisti e anticapitalisti è diventata evidente. Si tratta di superare il capitalismo del disastro. El Ciudadano ne ha parlato con Franck Gaudichaud, analista, membro di Rebelion.org e attivista del Nuovo Partito Anticapitalista francese, per il quale  “di fronte all’urgenza climatica l’unica cosa che dobbiamo fare è autoorganizzarci”.

Gaudichaud ha effettuato delle ricerche sulle esperienze del movimento operaio cileno ai tempi di Unidad Popular, che ha raccolto nel libro ‘Potere popolare e Cordoni Industriali. Testimonianze sul movimento popolare urbano 1970-1973’ e oggi è docente titolare in Civiltà ispano-americana all’Università di Grenoble 3, Francia. Gaudichaud invita a sviluppare l’Ecosocialismo per far fronte alla barbarie neoliberista.

Quali differenze ci sono fra il movimento che è emerso a Seattle 10 anni fa e l’esperienza del Klimaforum di Copenhague quest’anno?

- Bisogna capire quello che ha avuto inizio a Seattle 10 anni fa per pensare il movimento attuale di Copenhagen. Le lotte collettive di Seattle sono state un primo grande successo, dato che hanno portato al fallimento quel Vertice dopo gli anni di egemonia politica, economica ed ideologica del neoliberismo. Il dominio del “consenso di Washington”, delle privatizzazioni-flessibilizzazioni del FMI, dell’OMC e delle multinazionali è stato contestato a Seattle da quello che è apparso come l’inizio di un “movimento dei movimenti” mondiale che cerca di riarticolare e organizzare il campo popolare dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dei “socialismi reali” in  Europa dell’Est (socialismi burocratici autoritari). A dire il vero molto spesso si fa risalire l’inizio di questa dinamica nuova ad alcuni anni prima in Chiapas, nella Selva Lacandona, quando il gruppo dei neozapatisti (e del subcomandante Marcos) disse “!Ya Basta!” al neoliberismo e all’accordo di libero scambio dell’America del Nord (TLCAN).

Che importanza attribuisce a questa comparsa?

- Ha segnato simbolicamente l’inizio di questo ciclo internazionale di protesta verso il “nuovo ordine mondiale” capitalista proclamato da Bush padre nel 1991 e nato dalla riorganizzazione del mondo successiva alla  disintegrazione dell’URSS e alla prima guerra del Golfo nel 1991. Gli zapatisti sono stati dei pionieri perché  hanno saputo mettere in rilievo un discorso universale di critica inserendo la loro lotta specifica in un quadro globale: hanno gridato con i popoli del mondo “si all’umanità, no al neoliberasmo” proponendo di creare “un mondo dove abbiano spazio tutti i mondi”(1). Queste idee sono state riaffermate con la convocazione del  primo “Incontro Intercontinentale per l’Umanità e contro il Neoliberismo” nella Selva Lacandona, nel 1996. Quello che il filosofo marxista Daniel Bensaïd chiama “internazionalismo delle resistenze” o “nuovo internazionalismo” si prolunga con le proteste di Seattle contro l’OMC nel novembre del 1999 e soprattutto sorge, con tutta la sua forza, durante il Forum Sociale Mondiale del 2001 a Porto Alegre - Brasile (2001) (2). Per capire questo  processo, si deve leggere l’ultimo libro di Ester Vivas e Josep Maria Antentas: Resistencias globales. De Seattle a la crisis de Wall Street (Editorial Popular, Madrid, 2009).

Il Klimaforum si inserisce all’interno di questo processo?

- Senza dubbio il contro-vertice del “Klimaforum” si inserisce nella traiettoria del movimento altermondialista nato durante gli anni ‘90. Si tratta di un movimento non lineare e naturalmente plurale, atraversto da numerose contraddizioni politiche ma anche da molta ricchezza grazie alla sua diversità, un movimento dei movimenti che ha vissuto alti e bassi nella sua breve esistenza. Come scrivono Vivas e Atentas: “Dalla metà degli anni ’90 una serie di campagne internazionali, mobilitazioni e incontri, in correlazione con lotte significative su scala statale, hanno tracciato un tessuto di reti, organizzazioni ed esperienze la cui solidità e consistenza sarebbe progressivamente cresciuta. […] L’esplosione del movimento di Seattle aprì un periodo di rapida crescita del movimento, fino alle mobilitazioni contro il G8 di Genova nel luglio 2001 e gli attentati dell’11 settembre (11S) a New York. Questa è stata una fase di sviluppo lineare, semi-spontaneo e “automatico” del movimento”. Ma dopo l’11S e con la nuova offensiva imperialista di Bush, il movimento ha perso centralità e peso politico. Di nuovo, seguendo il grande movimento anti-guerra del 2003 contro l’invasione dell’Iraq, ha conosciuto una fase crescente di dispersione e frammentazione. Il “movimento alter” ha mostrato importanti limiti anche in termini di proposta programmatica concreta e di costruzione dell’agenda delle lotte globali, mentre il capitalismo continua a devastare il pianeta e la crisi mondiale la stanno pagando i popoli, del Sud in particolare. Se facciamo un bilancio, il movimento ha avuto pochi successi concreti e non è stato capace di invertire l’“ordine delle cose”, cioè di scontrarsi con il capitale e dare scacco ai suoi Stati. Ma sul piano simbolico ed ideologico ha giocato un ruolo chiave di “riarmo” del pensiero critico mondiale e di interscambio di idee ed esperienze collettive. Questo aspetto è importantissimo dopo la notte neoliberista e del suo pensiero egemonico unico. E a Copenaghen (come a Belem nel Forum sociale mondiale) abbiamo visto di nuovo militanti e organizzazioni  sociali di tutto il mondo criticare frontalmente l’ordine mondiale e, allo stesso tempo, fare numerose proposte radicali di sviluppo alternativo, non produttiviste, e pressare i governi perché prendano provvedimenti concreti urgenti. In questo senso, sono d’accordo con l’analisi di Cédric Durand (economista della rivista Contretemps) (3): a dieci anni da Seattle, le mobilitazioni e i dibattiti segnano una nuova spinta per il movimento altermondialista e una trasformazione dello spazio delle convergenze delle lotte internazionali. Così  Copenaghen si inserisce in una continuità di resistenze da Seattle, per esempio con l’azione di massa chiamata  “Reclaim Power” (4) che proponeva di interrompere la routine delle trattative per l’organizzazione di un’ “Assemblea dei Popoli” invadendo il luogo stesso dove si svolgevano le esclusive trattative istituzionali governative. Allo stesso tempo, Copenaghen va ben oltre Seattle per le dimensioni della protesta: Centomila persone hanno sfilato il 12 dicembre 2009 contro un poco più di 20mila a Seattle, con la loro dimensione politica e le loro proposte alternative concrete.

Possiamo dire che oggi esiste una convergenza, che non c’era negli anni ‘90, tra i movimenti ecologisti e quelli anticapitalisti, che concordano sul fatto che il nemico è il capitalismo del disastro?

-          Bisogna chiarire una cosa essenziale: non si possono mettere sullo stesso piano il movimento altermondialista o “antiglobalizzazione” e l’anticapitalismo. Nel primo militano attivisti anticapitalisti, ma il movimento altermondialista è molto più variegato e sono molti gli altermondialisti che continuano a pensare che si può regolare il capitale, creare un’“economia mondiale sociale di mercato”, che il tempo delle rivoluzioni o delle rotture anticapitaliste è finito, che il Welfare State può essere ricostruito ossia una visione socialdemocratica, riformista o antiliberista moderata. Il movimento è formato da molte ONG, parzialmente o totalmente  totalmente istituzionalizzate, da sindacati, da una molteplicità di collettivi e da militanti di orientamento  variegato come libertari, comunisti, cristiano-sociali, ecologisti, etc. Sicuramente negli ultimi anni molti attivisti “moderati” si sono radicalizzati di fronte alla regressione neoliberista e alla forza dell’imperialismo militare. E per questo, più che mai dobbiamo spiegare che l’unica alternativa possibile è anticapitalista. Come sostiene Michael Löwy, “Qual è la radice della dominazione totalitaria delle banche e dei monopoli, della dittatura dei mercati finanziari, delle guerre imperialiste, se non il sistema capitalista stesso? Naturalmente, non tutte le componenti  del movimento altermondialista sono disposte a trarre questa conclusione: alcuni sognano ancora un ritorno al neokeynesianismo, alla crescita dei “trent’anni gloriosi” o al capitalismo regolato, con un volto umano. Questi “moderati” hanno un loro spazio nel movimento, ma è innegabile che una tendenza più radicale tenda a predominare. La maggior parte dei documenti elaborati dal movimento mettono in discussione non solo le politiche neoliberiste e belliciste, ma il potere stesso del capitale” (5).

Quali effetti ha questa convergenza nell’articolazione del movimento sociale e nelle lotte future?

- È un fatto non meno rilevante delle mobilitazioni di Copenaghen: oggi esiste un ponte tra il movimento per la giustizia sociale globale e il movimento per la giustizia climatica globale. Questa, credo, è la speranza fondamentale del Klimaforum, della coalizione “Climate Justice Now” e di tutti i militanti che hanno condiviso questo evento. I militanti del Klimaforum, al quale hanno partecipato 522 organizzazioni provenienti da 67  Paesi e gli attivisti “autonomi” di “Climate Justice Action” hanno voluto opporsi, ognuno a modo suo, allo slogan dei Paesi industrializzati e dei grandi monopoli che continuano a dire “Business as usual”, a tutti i costi  “dopo di me il diluvio”. Dal 1999, gli slogan dell’altermondialismo sono stati: “Il mondo non è in vendita”, “Globalizziamo le resistenze” o “Un altro mondo è possibile”, ora possiamo aggiungere: “Il pianeta, non il lucro”, “Giustizia climatica subito”, “Cambiamo il sistema, non il clima”, “Non esiste un Pianeta B!”. Tutto quello che si è potuto  leggere sui muri di Copenaghen fa già parte del patrimonio della resistenza globale. Tutto questo va nella stessa direzione: quella diuna critica a un mondo dominato dal mercantilismo, la privatizzazione e il capitale transnazionale. Così dal Chiapas nel 1994 a Copenaghen nel 2009, i popoli mobilitati stanno dicendo in qualche modo alle classi dominanti di questo mondo che la storia non è finita (come proclamava frettolosamente Francis Fukuyama) e che non è il pianeta che si deve distruggere ma il capitalismo…. E più ancora quando si vede il vergognoso risultato delle trattative a Copenaghen che sono sfociate in un accordo finale al servizio degli interessi corporativi del Nord: 193 Paesi erano presenti al Vertice, rappresentati in maggioranza dai loro Capi di stato, e Obama (e il suo piccolo gruppo di “Paesi amici”) hanno eluso le procedure collettive dell’ONU, cosa che ha avuto come conseguenza un documento non vincolante, presentato come necessità con la premessa  “prendere o lasciare”. Di fronte a queto fallimento irresponsabile e annunciato, il forum alternativo è stato il  “seme della speranza”: come dice Amy Goodman, “il Vertice sul cambiamento climatico di Copenaghen non è riuscito a raggiungere un accordo giusto, ambizioso e vincolante, ma ha spinto una nuova generazione di attivisti ad unirsi a quello che si è rivelato un movimento mondiale per la giustizia climatica maturo e solido” (6).

Una critica a questi incontri è quella di ritrovarsi in occasione di riunioni o vertici degli agenti del potere mondiale. Come uscire dalla logica dell’evento o del contro-vertice e sviluppare una propria agenda?

- Come ha scritto di recente Naomi Klein, il movimento dei movimenti sembra essere riuscito a “diventare adulto” e a raggiungere la maturità politica dal 1999 ad oggi (7). Ma c’è anche un’urgenza immensa e siamo sull’orlo dell’abisso ecocida e della barbarie dell’autodistruzione dell’umanità! A Copenaghen si è cercato di protestare e opporsi e allo stesso tempo di proporre un modello di transizione eco-sociale di fronte alla crisi climatica: una strategia di transizione di giustizia climatica plasmata sulla “dichiarazione dei popoli” del Klimaforum (8), che propone di abbandonare completamente i combustibili fossili nei prossimi 30 anni; riconoscere, pagare e compensare il debito climatico (l’80% delle risorse del pianeta vengono consumate dal 20% delle persone –essenzialmente dei Paesi del nord); respingere le false e pericolose soluzioni orientate al mercato e centrate sulla tecnologia e mettere in moto soluzioni reali basate su: sovranità alimentare  ed agricoltura ecologica; sovranità energetica; Pianificazione ecologica delle zone urbane e rurali; istituzioni educative, scientifiche e culturali; fine del militarismo e delle guerre e, punto centrale: appropriazione  democratica, controllo dell’economia e “forme più democratiche di gestione”. Tutti questi punti, naturalmente, bisogna affinarli e discuterli ma per mettere in pratica tutto questo il documento presenta una serie di misure immediate che hanno trovato consenso nonostante le grandi differenze politiche esistenti. Ma al di là di questo consenso, le grandi opzioni strategiche sono sempre aperte. Il movimento per la Giustizia climatica conosce il suo nemico: il capitalismo e le sue istituzioni e denuncia la dominazione mondiale da parte delle  transnazionali così come le false soluzioni ispirate dal “Capitalismo verde”. Ma come costruire politicamente políticamente queste alternativas: quali rapporti con i partiti di sinistra, con la nozione della “presa del potere”, con le classi popolari? Quale posizione nel dibattito tra (de)crescita radicale, “semplicità volontaria” e “sviluppo verde”? Quale bilancio e lezioni dopo i socialismi reali, produttivisti e insostenibili? Quali strategie di rottura del sistema capitalista? Ecc.

Quali sono i prossimi passi da fare per il movimiento anticapitalista?

- Non posso pretendere di parlare in nome del «movimento anticapitalista». Ma posso rispondere come militante del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA – Francia - www.npa2009.org): salutaiamo le convergenze delle lotte che c’è stata a Copenaghen e denunciamo il fallimento organizzato da Obama e dall’Unione Europea (compreso Sarkozy), e da altri. Continueremo a mobilitarci, in  modo ampio e unitario, per articolare Giustizia sociale e Urgenza climatica nella prospettiva della costruzione di un’«alternativa solidaristica» Nord-Sud anticapitalista, internazionalista e antiproduttivista. La proposta di Evo Morales di un tribunale di giustizia climatica mi pare interessante come il suo appello per un vertice alternativo in Bolivia nell’aprile 2010. E’ necessario anche appoggiare l’originale iniziativa ecuadoriana di “lasciare petrolio sottoterra” tramite il  “progetto ITT”: si tratta di non sfruttare circa 850 milioni di barili di petrolio che si trovano nel Parco Yasuní, che costituisce una riserva naturale con una delle biodiversità più importanti del mondo. Lo sfruttamento di questo petrolio pesante potrebbe significare per lo Stato un’entrata variabile tra i 5 e i 6 miliardi di dollari (ad un prezzo vicino a 70 dollari al barile). Per noi, la sfida fondamentale è la lotta collettiva per una chiara prospettiva ecosocialista che è stata sostenuta –tra gli altri- da Michael Löwy a Copenaghen.

Potresti spiegarci che cos’è l’‘Ecosocialismo’?

Questo termine propone di unire due concetti -“ecologia” e “socialismo”- per creare un nuovo significato, un concetto di civiltà radicalmente diverso, un progetto di società e di rapporto con la natura, con la “madre terra”, pieno di rispetto, giustizia, umanesimo, libertà, partecipazione e utopia. L’Ecosocialismo è un tentativo di offrire un’alternativa integrale, basata sugli argomenti del movimento ecologista e sulla critica marxista dell’economia politica. Si tratta di legare la lotta storica, sociale del movimento operaio con le rivendicazioni del movimento ecologista e, in questo percorso, l’elemento più importante per una trasformazione ecosocialista è e sarà l’autoorganizzazione collettiva di quelli “in basso”: “Che cos’è allora l’ecosocialismo? Si tratta di una corrente di pensiero e di azione ecologica che integra i contributi fondamentali del marxismo, liberandosi dalle scorie produttiviste; una corrente che ha compreso come la logica del mercato capitalista e del profitto –così come quella dell’autoritarismo tecnoburocratico delle defunte “democrazie popolari”– sono incompatibili con la difesa dell’ambiente. Infine, una corrente che, criticando l’ideologia delle correnti dominanti del movimento operaio,  sa che i lavoratori e le loro organizzazioni sono una forza essenziale per ogni trasformazione radicale del sistema” (9). L’umanità ha di fronte oggi una scelta diffiicile: ecosocialismo o barbarie. Come annuncia la dichiarazione ecosocialista presentata all’ultimo Forum sociale mondiale di Belem (Brasile): “Il movimento ecosocialista ha come obiettivo quello di fermare e invertire il disastroso processo di riscaldamento globale in particolare e l’ecocidio capitalista in generale, e costruire un’alternativa radicale alla prassi e al sistema capitalista. L’ecosocialismo si basa su un’economia fondata sui valori non monetari della giustizia sociale e sull’ equilibrio ecologico. Critica sia “l’ecologia di mercato” che il socialismo produttivista, che ignorava l’equilibrio della terra e i suoi limiti. Ridefinisce la via e l’obiettivo del socialismo in un quadro ecologico e democratico. L’ ecosocialismo implica una trasformazione sociale rivoluzionaria, che comporterà la limitazione della crescita e la trasformazione delle necessità tramite un profondo spostamento dai criteri economici quantitativi a quelli  qualitativi, l’accento sul valore d’uso anziché sul valore di scambio. questi obiettivi esigono l’adozione di decisioni democratiche nella sfera economica, permettendo alla società di definire collettivamente i suoi obiettivi d’investimento e produzione, e la collettivizzazione dei principali mezzi di produzione. […] Il rifiuto del produttivismo e l’abbandono dei criteri quantitativi per i qualitativi implicano un ripensamento della natura e degli obiettivi della produzione e dell’attività economica in generale” (10). Di fornte all’urgenza climatica, l’unica cosa da fare è (auto)organizarci e innovare in una prospettiva internazionalista, anticapitalista e democratica, pensando come Gramsci che il pessimismo della ragione deve alimentare il nostro ottimismo della volontà (collettiva).

Mauricio Becerra

Fonte: www.elciudadano.cl/2010/01/25/despues-del-fracaso-anunciado-de-copenhague-crear-un-movimiento-eco-socialista-mundial-desde-“abajo”/ Traduzione Andrea Grillo

Cfr. la  Dichiarazione finale del Klimaforum (qui in spagnolo)


Note:

1- Vedere Michael Löwy, “Negatividad y utopía del movimiento altermundialista”, Laberinto, nº 23, 2007, http://www.herramienta.com.ar/revista-herramienta-n-42/negatividad-y-utopia-en-el-movimiento-altermundialista y Josep Maria Antentas, Esther Vivas, “Chiapas, 15 años después”, http://puntodevistainternacional.org/spip.php?article246.

2- Daniel Bensaïd, Le nouvel internationalisme, Parigi, Textuel, 2003.

3- Cédric Durand, «Ce que veut le mouvement pour la Justice Climatique», Contretemps, http://www.contretemps.eu/interventions/ce-que-veut-mouvement-justice-climatique.

4- http://www.climate-justice-action.org/.

5- Michael Löwy, “Negatividad y utopía del movimiento altermundialista”, Op. Cit.

6- Ver: Amy Goodman, “Discordia climática: de la esperanza al fracaso en Copenhague”,  www.rebelion.org/noticia.php?id=97645&titular=discordia-clim%E1tica:-de-la-esperanza-al-fracaso-en-copenhague- y  Giorgio Trucchi, “El Sur en Copenhague: “¡No existe un Planeta B!”, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=97639&titular=el-sur-en-copenhague:-%E2%80%9C%C2%A1no-existe-un-planeta-b!%E2%80%9D- .

7- http://www.mouvements.info/Le-passage-a-l-age-adulte-des.html .

8- www.klimaforum09.dk/IMG/pdf/Declaracion_de_los_pueblos_en_Klimaforum09.pdf

9 -Ver : Sébastien Godinot, “Contre les fausses solutions, la justice environnementale et sociale”. En http://www.contretemps.eu/interviews/contre-fausses-solutions-justice-environnementale-sociale y Michel Husson, “Un capitalisme vert est-il possible ?”, http://www.contretemps.eu/archives/capitalisme-vert-est-il-possible%C2%A0.

10- Declaración Ecosocialista de Belem, www.nodo50.org/codoacodo/abril2009/belem.htm. Consultar también: www.ecosocialistnetwork.org

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