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Intervista a Latouche sulla decrescita

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INTERVISTA | SERGE LATOUCHE, PROFESSORE ALL’UNIVERSITA’ DI PARIGI XI E UNO DEI PROMOTORI DELLA TEORIA DELLA DECREsCITA

“Uscire dalla società della crescita significa uscire dalle dinamiche della disuguaglianza”

“La necessità di rompere con la crescita, l’ideologia della crescita e la società della crescita” è la base della teoria della decrescita, della quale Serge Latouche è uno dei promotori.

 

DIAGONAL: Qual è la relazione tra l’idea della decrescita e la critica del concetto di sviluppo?

decrescitaSERGE LATOUCHE: ‘Sviluppo’ e ‘crescita’ sono due parole che di solito si utilizzano in modo indistinto, anche se vi sono delle sfumature. Generalmente, quando parliamo di ‘sviluppo’ pensiamo ai Paesi del Sud, mentre quando parliamo di ’crescita’ ci riferiamo piuttosto ai Paesi del Nord, ma in ogni caso è sempre la stessa logica dell’accumulazione, dell’utile. Dopo la caduta del muro di Berlino, si avvia quella che chiamiamo mondializzazione, cioè la mercantilizzazione del mondo: il mercato unico con un pensiero unico. E quindi, in questo momento, lo sviluppo, come progetto del Nord verso il Sud, perde il suo senso dato che vi è soltanto un’economia di mercato: è la logica del mercato che è la stessa dappertutto. E, curiosamente, lo sviluppo non scompare dall’orizzonte: ritorna a nuova vita con l’aggiunta dell’aggettivo "sostenibile", perché il mondo è allo stesso tempo unificato ma colpito dalla crisi ecologica. E per affrontare la crisi ecologica senza modificare fondamentalmente il funzionamento del sistema troviamo questa strategia verbale, questa straordinaria invenzione linguistica dello “sviluppo sostenibile”, un bell’ossimoro. È per opporsi allo “sviluppo sostenibile”, che diventava l’ideologia dominante della globalizzazione, che abbiamo utilizzato questo slogan della “decrescita”. Questo concetto spiega che ciò che è in questione è la società della crescita, che va rimessa in discussione per non cadere nella trappola di un’“altra crescita”, come gli esperti dello sviluppo cadevano nella trappola di un “altro sviluppo”.

D.: Quando parliamo di decrescita di solito si pensa che si cerca di affrontare il problema ecologico senza prestare sufficiente attenzione alle disuguaglianze sociali. È così?

S.L.: No, la società della crescita è una società delle disuguaglianze. La dinamica della crescita è la dinamica delle disuguaglianze sociali. È sempre stata legata a una dinamica delle disuguaglianze sociali, in parte occultate al Nord per 30 o 40 anni a causa del massiccio sfruttamento delle risorse naturali di Paesi lontani, ma ora si può vedere chiaramente che, a partire dalle prime crisi del 1974-‘75, la dinamica delle disuguaglianze non è mai stata così forte.

D.: Allora questa decrescita dovrebbe verificarsi allo stesso modo sia al Sud che al Nord? Dovremmo decrescere allo stesso  ritmo nei diversi Paesi del Nord?

S.L.: Chiaramente no. Dietro lo slogan della decrescita e la sua conseguente rottura con la società della crescita c’è l’apertura in positivo a progetti estremamente diversi che semplicemente hanno in comune il fatto di essere progetti di società austera, di non essere società dello spreco, di eccessivo consumo ecc. Ma essere una società austera per un Paese africano vuol dire produrre e consumare di più, perché non si trovano attualmente in una situazione di austerità, sono al di sotto di essa. Per noi è evidente che dobbiamo produrre e consumare meno in modo diverso per ogni Paese, compresi i Paesi del Nord. È evidente che il progetto di una società della decrescita è un’etichetta che  rappresenta ancora un progetto da definire. È un progetto essenzialmente politico. Spetta alla società, nella forma più democratica possibile, decidere quello che vuol fare e cosa vuole produrre e consumare, rispettando sempre gli equilibri della natura. In questo senso esiste un enorme terreno da sviluppare.

D.: Quali linee potrebbero definire la pratica della decrescita? Potrebbe trattarsi di un ‘keynesianismo verde’ o di un ‘New Deal Verde’?

S.L.: Assolutamente no. Perché anche il ‘New Deal Verde’ è un altro tipico ossimoro, cioè il desiderio di non voler uscire dalla logica del sistema, di mettere un’altra pezza al sistema. Possiamo precisare quelli che io chiamerei “i fondamenti della società della decrescita” in negativo rispetto alla società della crescita. È quello che ho cercato di formalizzare tramite il circolo virtuoso delle otto ‘R’: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, redistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Inoltre, questo ci dà un orizzonte sufficientemente ampio, ma all’interno di questo orizzonte la tappa ulteriore dipende da ogni società. Il punto è: di quale programma politico concreto ci dotiamo per avanzare verso questo orizzonte di una società di anticrescita o di non crescita e di democrazia ecologica.

D.: In un contesto di crisi, la parola ‘decrescita’ può essere associata alla perdita di posti di lavoro.

S.L.: È chiaro, ma è il contrario. La decrescita, a differenza della crescita negativa o della crisi, consiste precisamente nell’uscire dalla logica che condanna  obbligatoriamente a distruggere il pianeta per creare posti di lavoro. Tramite la decrescita, al contrario, potremmo creare posti di lavoro salvando il pianeta; non solo perché lo difendiamo, ma anche perché riducendo il nostro consumo dovremmo produrre  meno, e dovendo produrre meno dovremmo lavorare meno. In questo modo lavoriamo meno ma lavoriamo tutti. La prima cosa che dobbiamo ridividerci è il lavoro, rispetto al sistema totalmente assurdo nel quale oggi viviamo, nel quale anche in Francia abbiamo soppresso le 35 ore e i lavoratori fanno 40, 50 o anche 60 ore, mentre altre persone che vorrebbero lavorare un po’ non possono farlo. Invece altre proposte della decrescita, come il ritorno a un’agricoltura tradizionale ed ecologica, comporteranno la creazione di milioni di posti di lavoro in questo settore. Anche l’utilizzo delle energie rinnovabili ne creerà, come il settore delle riparazioni e del riciclaggio. Alcuni pensano addirittura che arriveremmo a una situazione capovolta nella quale esisterebbero troppi posti di lavoro e mancherebbe la manodopera,  perché evidentemente, non utilizzando più lo straordinario potenziale energetico del petrolio (non bisogna dimenticare che un bidone da 30 litri di petrolio equivale al lavoro di un operaio per cinque anni), se non ci resta altro petrolio pertanto bisognerà lavorare di più. Ma non dovremo neanche lavorare molto di più, perché ridurremo le nostre necessità, che cercheremo di soddisfare senza lavorare troppo perché è molto importante anche non lavorare troppo. Lavorare troppo è molto negativo.

D.: A quanto pare l’idea della decrescita sta attirando l’attenzione di sempre più gente.

S.L.: Questa è una cosa che ho constatato, è un dato di fatto, anche se siamo partiti da zero. Il motivo è che, come dicevano Marx ed Engels, i fatti sono testardi. Siamo di fronte a problemi reali, e come diceva Lincoln si può ingannare qualcuno per sempre o tutti per un po’ di tempo, ma non si possono ingannare tutti per sempre: in questo senso, per esempio, tutti i giorni vediamo notizie sul cambiamento climatico, la desertificazione, ecc. Possiamo andare avanti dicendo allegramente che la scienza risolve tutti i problemi, ma si può dimostrare che la scienza su questi temi non ha risolto niente. Pertanto le persone si stanno ponendo sempre più domande e cercano alternative perché sono preoccupate per se stesse, i loro figli, etc. E quando vedono tutto quello che succede e sentono parlare della decrescita si dicono: “In  fondo queste persone hanno ragione: è chiaro che non possiamo crescere indefinitamente in un pianeta che è finito, quello che propongono è un fatto di buon senso”. Queste sono reazioni che incontriamo tutti i giorni.

D.: Carlos Taibo ha appena pubblicato En defensa del decrecimiento, nel quale mette seriamente in guardia dal pericolo che possa nascere una specie di “ecofascismo”. La scelta si limita quindi a decrescita o barbarie, come intitola il suo libro Paul Ariès?

S.L.: Temo che sia così’. Le opzioni sono: decrescita, fine del mondo e barbarie. E in realtà non si escludono neanche del tutto l’una con l’altra: la barbarie può essere l’anticamera della fine o la minaccia della fine può comportare la barbarie… Se non riusciamo a costruire una società della decrescita, della sobrietà volontaria, basata su un’autolimitazione, andremo effettivamente verso la barbarie. Perché la gestione di un ambiente degradato da parte del capitalismo è possibile solo mediante la trasformazione del capitalismo in una forma di autoritarismo estremamente violento, duro, che in effetti è stato esplorato molto bene dalla fantascienza.

Fonte: http://www.diagonalperiodico.net/Salir-de-la-sociedad-de.html

Traduzione Andrea Grillo

febbraio 2010

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