Wednesday, May 23rd

Last update:02:20:29 PM GMT

You are here:

Israele: i gay come guerra propagandistica

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Il rifiuto degli organizzatori alla partecipazione di un carro sovvenzionato dal Comune di Tel Aviv e dall’Ambasciata di Israele a Madrid alla recente parata del Gay Pride madrileno, lo scorso 4 luglio, ha originato una discreta polemica sulla quale possono fare chiarezza gli argomenti che in proposito espone l’esperta Jasbir Puar, riassumibili nel fatto che, dipingendosi come unico Paese accogliente per i gay in una regione omofoba, lo Stato d’Israele rivela una strategia disperata. C’è comunque da segnalare che le organizzazioni gay e lesbiche israeliane erano state invitate a partecipare a questa parata insieme ad attivisti palestinesi e del Regno di Spagna a parità di condizioni.

israele_1Il recente attacco israeliano a una flottiglia che trasportava aiuti umanitari a Gaza, con il risultato di almeno nove morti, fa supporre una crescente indifferenza del governo israeliano alla condanna globale che suscita la sua politica palestinese. Ma al contempo Israele sembra preoccuparsi attivamente di presentarsi come una democrazia benefica e perfino progressista.

Israele ha scommesso molto su una campagna su grande scala del “marchio Israele” (Brand Israel), generosamente sovvenzionata ed elaborata dal ministero degli Affari Esteri israeliano al fine di contrastare la reputazione sempre più diffusa di aggressore imperiale: in un recente rapporto della East West Communications figurava al 194° posto tra 200 nazioni in termini di "percezione positiva". Prendendo come target città globali come New York, Toronto e Londra, la campagna Brand Israel ha utilizzato eventi culturali come festival cinematografici per promuovere la sua immagine di Paese colto e moderno.

Una delle caratteristiche più rilevanti della campagna Brand Israel consiste nel vendere il moderno Israele come un Israele tollerante verso i gay. Sul Jerusalem Post è apparsa una dichiarazione di Stand With Us, [1] un’organizzazione dichiaratamente sionista, secondo cui "abbiamo deciso di migliorare l’immagine d’Israele tramite la comunità gay israeliana". Questo "pinkwashing" ("lavaggio rosa"), come lo si definisce correntemente nei círcoli di attivisti, è moneta corrente ben oltre i gruppi gay israeliani. All’interno dei circuiti globali organizzativi di gay e lesbiche, la cordialità per i gay significa essere moderni, cosmopoliti, sviluppati, Primo Mondo, Nord globale e, la cosa più importante, democratici.

Avvenimenti come il WorldPride 2006 celebrato a Gerusalemme e l’"Out in Israel", che ha avuto luogo di recente a San Francisco, mettono in mostra Israele come Paese impegnato sugli ideali democratici di libertà per tutti, compresi gay e lesbiche. Tuttavia il "lavaggio rosa" lascia nell’ombra un’assenza di libertà più  fondamentale, incorreggibile e, secondo la costituzione israeliana, necessaria, quella che soffrono i palestinesi a causa dell’oppressione esercitata dallo Stato di Israele.

Il "lavaggio rosa" israeliano è un metodo potente grazie al quale vengono rafforzati i termini dell’occupazione israeliana della Palestina: Israele è civilizzato, i palestinesi sono barbari fanatici, omofobi, incivili e terroristi suicidi. Presenta Israele come l’unico Paese tollerante con i gay in una regione per lo più ostile, cosa che ha molteplici effetti: nega la stessa oppressione israeliana dei suoi stessi gay e lesbiche, che non è irrilevante [2], e recluta gay e lesbiche di altri Paesi, spesso senza che se ne rendano conto, in una forma di collusione con la violenza israeliana verso la Palestina.

Riproducendo i luoghi comuni orientalisti sul ritardo sessuale palestinese, nega a sua volta le ripercussioni dell’occupazione coloniale nella degradazione e nella ristrettezza delle norme e dei valori culturali palestinesi. Il "lavaggio rosa" sfrutta i gay di tutto il mondo come nuova fonte di reclutamento, coinvolgendo i gay liberal in uno sporco baratto tra la loro sicurezza e l’ininterrotta oppressione dei palestinesi, ora forzatamente ribattezzati come "intolleranti verso i gay". questa strategia ha anche l’effetto di ignorare la presenza di numerose organizzazioni palestinesi gay e lesbiche, per esempio Palestinian Queers for Boycott, Divestment and Sanctions (PQBDS).[3]

Questo "lavaggio rosa" non è opera solamente di elementi del governo israeliano. Dopo l’invasione di Gaza del gennaio 2009, molti educatori nordamericani hanno firmato una lettera, diretta a Barack Obama, promossa da Teachers Against Occupation [Insegnanti Contro l’Occupazione] condannando l’occupazione. Circa sei mesi più tardi, chi aveva firmato la petizione ricevette la richiesta di uno dei firmatari perché appoggiasse un messaggio in cui si condannava l’omofobia e l’oppressione contro le donne della Palestina, Medio Oriente e Nordafrica, regioni che non tutte sono caratterizzate per il predominio religioso islamico, ma che sono state scelte come bersaglio avendo adottato norme culturali repressive musulmane.

Questa particolare risposta, nella quale si approva e si sostiene una posizione contro la violenza israeliana  ma accompagnata da una condanna supplementare delle culture sessuali musulmane, si è trasformata in un’impostazione retorica abituale elaborata dai sostenitori liberal della causa palestinese (si noti il messaggio di OutRage, [4] la principale organizzazione per i diritti umani queer in un meeting filopalestinese a Londra il 21 maggio 2005:  "Israele: Basta persecuzioni contro i palestinesi!",  "Palestina: Basta persecuzioni contro i gay!"e anche "Basta delitti d’'onore' di donne e gay in Palestina".)  Questa impostazione ha l’effetto, per quanto del tutto involontario, di rendere simile l’oppressione dello Stato d’Israele sui palestinesi e l’oppressione palestinese dei suoi gay e lesbiche, come se le due cose fossero equivalenti o contigue.

La cosa più importante è che diluisce la solidarietà con la causa palestinese ripetendo i concetti con i quali Israele giustifca la sua violenza: i palestinesi sono troppo arretrati, sono troppo incivili e poco moderni per  poter disporre di un proprio Stato, e ancor meno per trattare correttamente gli omosessuali. La politica di solidarietà con la Palestina non può essere pregiudicata da una posizione tanto semplicistica.

Detto questo, però, il "lavaggio rosa" costituisce una strategia stanca che in ultima istanza rivela la disperazione dello Stato di Israele. Così come la strategia del Brand Israel di reclutare icone culturali per promuovere la modernità di Israele è fallita in seguito alle cancellazioni di importanti eventi come concerti o altro, i suoi sforzi sono incappati in un’ampia contestazione, soprattutto in eventi gay e lesbici, e a dispetto della censura contro gruppi di gay e lesbiche che si oppongono attivamente all’occupazione israeliana. Proibire, [5] come si è fatto di recente, la frase "apartheid israeliano" durante la settimana del Gay Pride da parte del Pride Toronto, in seguito alla pressione esercitata dal Comune di Toronto e dalle lobby filoisraeliane, ha lasciato in pratica fuori il gruppo Queers Against Israeli Apartheid  (QUAIA). Tuttavia il 23 giugno è stata tolta la proibizione a seguito dell’attivismo comunitario e dei vincitori del premio 23 Pride, che avevano restituito i loro premi in segno di protesta per il veto.

Frameline, il festival del cinema LGBT [lesbico, gay, bisessuale e transessuale] di San Francisco, ha dovuto far fronte all’opposizione, tra gli altri, di Queers Undermining Israeli Terrorism [Queers per l’opposizione al  Terrorismo Israeliano] (Quit), per aver accettato il patrocinio del governo israeliano. La settimana passata, dopo le proteste arabe, musulmane e di altri settori antisionisti, il Social Forum nordamericano di Detroit ha cancellato uno dei laboratori previsti, "Liberazione LGBTQI [6] nel Medio Oriente", la cui realizzazione era stata preparata da Stand With Us, e che mirava a promuovere l’immagine di Israele come paradiso gay a scapito della liberazione palestinese.

Per quanto Israele possa vergognosamente ignorare l’indignazione che destano le sue azioni di guerra, ha scommesso comunque molto sulla proiezione della sua immagine di società liberale tollerante, tollerante soprattutto con gli omosessuali. Non dovrebbero essere considerate contraddittorie le due tendenze, ma piuttosto costitutive degli stessi meccanismi grazie ai quali le democrazie liberali producono i loro regimi totalitari.

NOTE DEL T: [1]www.standwithus.com. [2] "Homophobia in Israel still high but declining slowly, says survey" Sydney Morning Herald, 7 agosto 2009. [3]http://pqbds.wordpress.com. [4]www.outrage.org.uk. [5] "Canada: Israel´s new defender", Jesse Rosenfeld, The Guardian, 17 giugno 2010. [6] LGBTQI significa "Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, Questioning and Intersex". Gli ultimi due termini "Questioning  and Intersex" si riferiscono a chi non è arrivato a una conclusione definitiva sulla sua condizione sessuale e a chi possiede tratti di grado differente di entrambi i sessi.

(*) professoressa  associata di studi femministi e di genere nella Università di Rutgers e autrice di Terrorist Assemblages: Homonationalism in Queer Times, che ha vinto nel 2007 il Premio Cultural Studies Book dell’Associazione per gli  Studi Asiatico-Americani.

Jasbir Puar (*)

Pubblicato in The Guardian, 1° luglio 2010

Tratto da www.sinpermiso.info (18.7.2010), traduzione dall’inglese Lucas Antón

Traduzione dallo spagnolo per Senzasoste Andrea Grillo

AddThis Social Bookmark Button