L’economista catalano Vicenç Navarro ha il pregio di spiegare in modo molto semplice anche argomenti di grande complessità, e per questo abbiamo pubblicato spesso le traduzioni dei suoi interventi. In questi articolo Navarro parla della questione delle pensioni, che in questi giorni è all’ordine del giorno in Spagna (vedi l’articolo su Zapatero), ma che anche da noi è oggetto di una continua discussione. Discussione dove i vari Brunetta & C. di fronte a una sinistra imbalsamata o consenziente hanno buon gioco a mettere i giovani disoccupati contro i lavoratori più anziani, descritti come degli egoisti abbarbicati ai loro privilegi che impediscono ai ragazzi di entrare nel mondo del lavoro, mentre in realtà è proprio l’innalzamento dell’età pensionabile (oltre al blocco del turn-over) ad impedire ai ragazzi di entrare nel mondo del lavoro. Inoltre i tanto vituperati prepensionamenti hanno fatto comodo più che altro ai padroni per sbarazzarsi dei lavoratori scaricando i costi sullo Stato. Ma continuiamo pure a parlare di Noemi e della D’Addario... (red.). 10 febbraio 2010.
Vediamo ancora una volta una valanga liberista che mette in allarme la popolazione dicendole che il sistema pensionistico non è sostenibile e deve subire profondi cambiamenti che comportano tutti quanti una diminuzione delle pensioni. Tra questi cambiamenti è compreso l’innalzamento obbligatorio dell’età pensionabile da 65 a 67 anni. La principale giustificazione per questo provvedimento è che l’aspettativa di vita della popolazione spagnola è cresciuta di quattro anni nel periodo 1980-2005, passando da 76 a 80 anni. Pertanto i pensionati si stanno godendo le loro pensioni quattro anni in più rispetto a 25 anni fa, cosa -ci viene detto- che renderà insostenibile il sistema pensionistico con l’aumento del periodo di beneficio di quattro anni ogni 25.
Il problema di questa argomentazione è che è sbagliata, perché ignora come si calcola l’aspettativa di vita. Supponiamo che la Spagna abbia solo due abitanti: Pepito, che muore alla nascita, e la signora García, che ha 80 anni. L’aspettativa di vita media della Spagna sarebbe (0+80)/2=40 anni. Supponiamo che anche in un Paese vicino ci siano due cittadini: Juanito, che ha 20 anni, e la signora Pérez, che ha 80 anni. L’aspettativa di vita media di questo secondo Paese è (20+80)/2=50 anni. Il fatto che questo Paese abbia una media di dieci anni superiore nella sua aspettativa di vita rispetto alla Spagna non vuol dire (come continuamente si dice) che la signora Pérez viva dieci anni di più della signora García. Quello che succede è che Juanito vive 20 anni più di Pepito. Ed è questo quello che è successo in Spagna (e in Europa). L’enorme calo della mortalità infantile e della mortalità dei gruppi di età più giovani è stata la principale causa dell’aumento dell’aspettativa di vita media. Non c’è dubbio che la popolazione anziana ora vive più di 20 anni fa. Ma non certo i famosi quattro anni che si citano continuamente. Si sta esagerando (deliberatamente, in molte occasioni) l’aumento della longevità (anni di vita) della cittadinanza per giustificare la riduzione delle pensioni.
Inoltre questo aumento degli anni di vita varia considerevolmente a seconda della classe sociale della persona. La Spagna è uno dei Paesi con la maggiore disuguaglianza sociale nel mondo sviluppato. Nel nostro Paese c’è un gradiente molto marcato di mortalità a seconda della classe sociale. Pretendere pertanto dalla donna delle pulizie dell’Università (il cui livello di salute a 65 anni è uguale a quello che ha il professore emerito a 75 anni) che lavori due anni di più per pagare la pensione a quest’ultimo è una profonda ingiustizia. Però è precisamente ciò che propongono quelli che chiedono che si innalzi obbligatoriamente l’età pensionabile. Propongono che le classi meno abbienti (che vivranno meno anni) lavorino di più per pagare le pensioni alle classi più abbienti, che gli sopravviveranno molti anni.
Un altro argomento che si utilizza per argomentare l’insostenibilità delle pensioni è che la gioventù entra più tardi nel mercato del lavoro (prima a 18 anni, ora a 24) e le persone di età avanzata vanno in pensione prima, per cui ci sono meno lavoratori con i cui contributi si possano sostenere i pensionati. Tale argomento ignora tre fatti. Uno è che il prepensionamento è correggibile. In Spagna i prepensionamenti si stanno utilizzando per aiutare gli imprenditori che vogliono licenziare i loro lavoratori più anziani. Questa situazione dovrebbe essere proibita, come succede già in molti Paresi europei. Se un imprenditore vuole diminuire la sua forza lavoro e mandare in pensione i suoi lavoratori, dovrebbe essere l’impresa ad assorbire totalmente questi costi.
Un altro fatto che questo argomento ignora è che il ritardo nell’entrata del mercato del lavoro da parte dei giovani si deve al fatto che la maggioranza si sta istruendo, acquistando maggiori conoscenze, per cui una volta inseriti nel mercato del lavoro avranno una maggiore produttività, avranno salari più alti e apporteranno, pertanto, maggiori contributi sociali.
Cosa che mi porta al terzo fatto che quell’argomento ignora: l’impatto della crescita della produttività nella ricchezza del Paese e, pertanto, nelle risorse disponibili per pensionati e non pensionati. Continuamente si dice che il numero dei lavoratori che pagano i contributi per ogni pensionato sarà minore, con la conseguenza che le pensioni non si potranno pagare. Ora, dire che ci saranno pochi lavoratori per sostenere le pensioni è un argomento simile a quello che si sarebbe potuto dire 30 anni fa quando il 30% della popolazione lavoratrice sosteneva l’agricoltura del Paese. Il calo del numero dei lavoratori nell’agricoltura (oggi è solo il 4%) non vuol dire che sia diminuita la produzione di alimenti, al contrario, è aumentata enormemente la produttività. Con meno lavoratori si producono più alimenti. Quindi sostituiamo la parola agricoltura con la parola pensioni. L’aumento inevitabile della produttività di un numero minore di lavoratori può sostenere e anche espandere le pensioni senza alcun problema. L’ignoranza di questo fatto porta continuamente a errori più gravi, come capita nel rapporto del governo sulle pensioni. Questo comincia con una nota che cerca di allarmare. Dice che ci sono 8 milioni di pensionati nel 2010 e ce ne saranno 15 nel 2040, cosa da cui deduce (senza indicare il motivo) che abbiamo un problema grave. Ma ignora che nel 2040 il PIL della Spagna sarà cresciuto e sarà come minimo più di sette volte quello di oggi. Si dimentica troppo spesso che la Spagna consumava 40 anni fa il 4% del PIL per le pensioni e ora più del doppio, l’ 8,6%, e questo non ha comportato che i pensionati abbiano meno risorse. Al contrario, ne hanno di più, perché le dimensioni della torta (il PIL) sono di 17 volte maggiori.
Un’ultima osservazione. La sostenibilità delle pensioni non è un tema demografico e neppure economico. È unicamente ed esclusivamente politico. L’enorme popolarità (tra tutte le fasce di età) del sistema pensionistico pubblico fa sì che la società possa sempre trovare il modo di reperire le risorse, sia tramite i contributi sociali, sia tramite la tassazione generale, per finanziarle.
Vicenç Navarro è professore di Politiche Pubbliche dell’Università Pompeu Fabra e professore di Public Policy alla John Hopkins University
Tratto da Sinpermiso.info (titolo originale: Una vez más las pensiones; traduzione Andrea Grillo)
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