Friday, Feb 10th

Last update:12:55:53 PM GMT

You are here:

Le riflessioni di Fidel Castro: I pericoli che ci minacciano

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 7
ScarsoOttimo 

fidel_castro_8Non si tratta d’una questione ideologica legata alla speranza insopprimibile che un mondo migliore è, e dev’essere possibile.

È noto che l’Homo Sapiens esiste da circa 200 mila anni e questo equivale ad un minuscolo lasso di tempo trascorso da quando sorsero le prime forme di vita elementari sul nostro pianeta, circa tre miliardi di anni fa.

Le risposte di fronte agli insondabili misteri della vita e della natura sono state fondamentalmente di carattere religioso. Non avrebbe senso pretendere che andasse diversamente ed ho la convinzione che sarà sempre così. Ma più la scienza approfondisce  le spiegazioni dell’universo, lo spazio e il tempo, la materia, l’energia, le infinite galassie e le teorie sull’origine delle costellazioni e delle stelle, gli atomi e le loro frazioni che hanno dato origine alla vita ed alla sua brevità e i milioni  e milioni di combinazioni che ogni secondo reggono la sue esistenza, più l’uomo si farà domande, alla ricerca di spiegazioni che saranno sempre più complesse e difficili.

E più gli esseri umani si dedicano a cercare risposte a compiti tanto profondi e complessi, che derivano dall’intelligenza, più varrà la pena di sforzarsi per toglierli dalla loro colossale ignoranza sulle possibilità reali che la nostra specie intelligente ha creato ed è capace di creare. Vivere e ignorarlo è la negazione totale della nostra condizione umana.

 

 

Una cosa comunque è assolutamente certa: che pochissimi immaginano quanto può essere vicina la scomparsa della nostra specie. Quasi 20 anni fa, in un Vertice Mondiale sull’ambiente a Rio de Janeiro, parlai di questo pericolo di fronte ad un pubblico scelto di Capi di Stato e di Governo che ascoltò con interesse e rispetto, anche se per nulla preoccupato dei rischi che vedevano a distanza di secoli e  forse di millenni. Per loro sicuramente  la tecnologia e la scienza,  oltre ad un elementare senso di responsabilità politica, sarebbero stati in grado di affrontarli. Con una gran foto di personaggi importanti, i più poderosi ed influenti tra loro, si concluse felicemente quell’importante Vertice. Non c’era alcun pericolo.

Del cambio climatico si parlava appena. George Bush padre ed altri illustri leader dell’Alleanza Atlantica raccoglievano i frutti della vittoria sul campo socialista europeo. L’Unione Sovietica fu disintegrata e mandata in rovina. Un immenso flusso di denaro russo finì nelle banche occidentali e la sua economia si disintegrò, e il suo scudo difensivo di fronte alla basi militari della NATO era stato smantellato.

Alla ex superpotenza che partecipò con la vita di più di 25 milioni dei suoi figli alla Seconda
Guerra Mondiale, restò solo la capacità  di risposta strategica della potenza nucleare che si era vista obbligata a creare dopo che gli Stati Uniti avevano sviluppato in segreto l’arma atomica, lanciata su due città giapponesi, quando l’avversario già sconfitto dall’avanzata incontenibile delle forze alleate non era più in condizione di combattere.

Iniziò così la guerra fredda e la fabbricazione di migliaia di armi termonucleari, sempre più distruttive e precise, capaci di annientare varie volte la popolazione del pianeta. Lo scontro nucleare tuttavia continuò. le armi si fecero sempre più precise e distruttive.

La Russia non si rassegna al mondo unipolare che pretende di imporre Washington. Altre nazioni come la Cina, l’India ed il Brasile emergono con inusitata forza economica.

Per la prima volta la specie umana, in un mondo globalizzato e pieno di contraddizioni, ha creato la capacità di autodistruggersi, e a questo si aggiungono armi di una crudeltà senza precedenti, come quelle batteriologiche e chimiche, il napalm ed il fosforo bianco,  che si usano contro la popolazione civile e godono di una totale impunità; quelle elettromagnetiche ed altre forme di sterminio. Nessun angolo nelle profondità della terra o dei mari rimarrebbe al riparo dagli attuali strumenti di guerra.

Si sa che in questo modo sono stati creati decine di migliaia di ordigni nucleari anche portatili.

Il maggior pericolo deriva dal fatto che i leader che ne hanno la facoltà possano prendere decisioni che per errore o per pazzia, così frequenti nella natura umana, portino a incredibili catastrofi.

Sono trascorsi quasi 65 anni da quando sono esplosi i primi due ordigni nucleari per decisione di un soggetto mediocre che, dopo la morte di Roosevelt, restò al comando della poderosa e ricca potenza nordamericana. Oggi sono otto i paesi che, in maggioranza per l’appoggio degli Stati Uniti, dispongono di queste armi, e vari altri possiedono la tecnologia e le risorse per fabbricarle in breve tempo. Gruppi terroristi, alterati dall’odio, potrebbero essere capaci di fabbricarle, così come governi terroristi ed irresponsabili non esiterebbero ad usarle, visto il loro comportamento genocida ed incontrollabile.

L’industria militare è la più prospera di tutte e gli Stati Uniti sono il maggior esportatore di armi.

Se la nostra specie si libera di tutti i rischi già menzionati, ce n’è un’altro ancora più grande o almeno più difficile da scongiurare: il cambiamento climatico.

L’umanità conta oggi sette miliardi di abitanti e presto, nel giro di 40 anni, raggiungerà i 9 miliardi, una cifra nove volte maggiore di soli 200 anni fa. All’epoca dell’antica Grecia, azzardo la supposizione che fossimo circa 40 volte meno su tutto il pianeta.

La cosa sorprendente della nostra epoca è la contraddizione tra l’ideologia borghese imperialista e la sopravvivenza della specie. Non si tratta più del fatto che ci sia giustizia tra gli esseri umani, oggi più che mai possibile e irrinunciabile, ma del diritto e delle possibilità di sopravvivenza degli stessi.

Mentre l’orizzonte delle conoscenze raggiunge limiti mai concepiti, sempre più si avvicina l’abisso a cui viene condotta l’umanità. Tutte le sofferenze conosciute fino ad oggi sono appena l’ombra di quello che l’umanità potrebbe avere di fronte.

In soli 71 giorni sono avvenuti tre fatti che l’umanità non può ignorare.

Il 18 dicembre del 2009 la comunità internazionale è incappata nella peggior disfatta della  storia nel suo tentativo di trovare soluzioni al più grave problema che minaccia il mondo in questo momento, la necessità di porre fine con urgenza ai gas ad effetto serra, che stanno  provocando il più grave problema affrontato sinora dall’umanità.

Tutte le speranze erano state riposte nel Vertice di Copenaghen dopo anni di preparazione successivi al Protocollo di Kyoto, che il governo degli Stati Uniti, il più grande inquinatore del mondo, si era permesso il lusso d’ignorare. Il resto della comunità mondiale, 192 paesi, questa volta includendo gli Stati Uniti, si era impegnato a promuovere un nuovo accordo. È stato così vergognoso il tentativo nordamericano d’imporre i propri interessi egemonici che, violando i principi democratici, ha tentato di stabilire condizioni inaccettabili per il resto del mondo in modo antidemocratico, sulla base di impegni bilaterali, con un gruppo di Paesi tra i più influenti delle Nazioni Unite.

Gli Stati che fanno parte dell’organizzazione internazionale sono stati invitati a firmare un documento che rappresenta una burla, nel quale si parla di contributi futuri, puramente  teorici, per frenare il cambiamento climatico.

Non erano passate neanche tre settimane quando la sera del 12 gennaio Haiti, il paese più povero dell’emisfero ed il primo a porre fine all’odioso sistema della schiavitù, ha sofferto la più grande catastrofe naturale della storia conosciuta da questa parte del mondo: un terremoto di 7,3 gradi della scala Richter, a soli 10 Km. di profondità e vicino alle sue coste, ha colpito la capitale del Paese, nelle cui fragili case di fango viveva la stragrande maggioranza delle persone che sono morte o scomparse. Un paese montagnoso ed eroso, di 27.000 Km. quadrati, dove la legna costituisce praticamente la sola fonte di combustibile domestico per nove milioni di persone.

Se c’è un posto sul pianeta dove una catastrofe naturale ha costituito un’immensa tragedia, questo è Haiti, simbolo di miseria e sottosviluppo, dove vivono i discendenti di chi fu deportato dall’Africa dai colonialisti per essere costretto a lavorare come schiavo dei padroni bianchi.

Il fatto ha commosso il mondo in ogni angolo del pianeta, angosciato dalle immagini delle riprese divulgate che sembravano incredibili. I feriti, sanguinanti e gravi, che si muovevano tra i cadaveri chiedendo aiuto. Sotto le macerie c’erano i corpi dei loro cari senza vita. Il numero dei morti stando ai calcoli ufficiali ha superato le 200.000 persone.

Nel paese erano già intervenute le forze della MINUSTAH, che le Nazioni Unite avevano inviato per ristabilire l’ordine sovvertito da forze mercenarie haitiane che istigate dal governo di Bush si erano scagliate contro il governo eletto dal popolo haitiano. Anche alcuni edifici dove alloggiavano i soldati ed i capi delle Forze di pace sono crollati, provocando dolorosamente delle vittime.

I rapporti  ufficiali stimano che, oltre ai morti. circa 400.000 haitiani sono stati feriti e vari milioni -quasi la metà della popolazione- hanno sofferto danni.

È una vera prova per la comunità mondiale che, dopo il vergognoso Vertice in Danimarca era in dovere di dimostrare che i paesi ricchi e sviluppati sono capaci di affrontare le minacce del cambiamento climatico contro la vita del nostro pianeta. Haiti deve costituire un esempio di quello che i paesi ricchi devono fare per le nazioni del terzo mondo di fronte al cambiamento climatico.

Si può credere o meno, sfidando i dati -a mio giudizio indiscutibili- dei più seri scienziati del pianeta e dell’immensa maggioranza delle persone più serie ed istruite del mondo, che pensano che al ritmo attuale del riscaldamento, i gas ad effetto serra alzeranno la temperatura non solo di 1,5 gradi ma sino a 5 gradi e che la temperatura ormai è la più alta degli ultimi 600mila  anni, molto prima che gli esseri umani esistessero come specie sul pianeta.

È assolutamente impensabile che nove miliardi di esseri umani che abiteranno nel mondo nel 2050 possano sopravvivere a una simile catastrofe.

Resta la speranza che la scienza stessa trovi soluzioni al problema dell’energia che oggi obbliga a consumare nei prossimi 100 anni il resto del combustibile gassoso liquido e solido che la natura ci ha messo 40 milioni di anni a creare. La scienza forse può trovare soluzioni per l’energia necessaria.

La questione sarebbe quella di sapere quanto tempo e a quale prezzo gli esseri umani potranno affrontare questo problema, che non è l’unico, dato che molti altri minerali non rinnovabili ed altri gravi problemi necessitano di soluzioni. Di una cosa possiamo essere sicuri, a partire da tutti i concetti oggi conosciuti: la stella più vicina è a quattro anni luce dal nostro sole, a una velocità di 300 mila Km. al secondo. Una nave spaziale forse potrebbe percorrere questa distanza in migliaia di anni. L’essere umano non ha altra alternativa che vivere in questo pianeta.

Sembrerebbe superfluo affrontare questo tema se a soli 54 giorni dal terremoto di Haiti, un’altro incredibile sisma di 8,8 gradi della scala Richter, il cui epicentro era a 150 Km di distanza e 47,4 di profondità a nordovest della citta di Concepción, non avesse provocato un’altra catastrofe  umana in Cile.

Non è stato il maggiore dei disastri della storia per questo Paese fratello, si dice che un altro raggiunse i 9 gradi – ma stavolta non è stato solo un fenomeno di effetto sismico. Mentre ad Haiti per ore si è aspettato un maremoto che non è avvenuto, in Cile il terremoto è stato seguito da un enorme tsunami che è apparso sulle sue coste nel giro di  30 minuti-un’ora dopo, a seconda delle distanze e di dati che ancora non si conoscono con assoluta precisione, e le cui onde sono giunte sino al Giappone.

Se non fosse stato per l’esperienza cilena di fronte ai terremoti, con le sue costruzioni più solide e le sue maggiori risorse, il fenomeno naturale sarebbe costato la vita di decine di migliaia di persone o forse centinaia di migliaia. Ma nonostante questo secondo i dati ufficiali ha comunque provocato quasi un migliaio di persone morte, migliaia di feriti e forse due milioni di persone hanno subito danni materiali.

Quasi la totalità della sua popolazione di 17 milioni 94 mila 275 abitanti ha sofferto terribilemente e soffre ancora le conseguenze del sisma che è durato più di due minuti, delle sue reiterate repliche e le terribili scene e le sofferenze che sono seguite allo tsunami lungo tutte le migliaia di chilometri delle sue coste.

La nostra Patria  è pienamente solidale ed appoggia moralmente lo sforzo materiale che la comunità internazionale è in dovere d’offrire al Cile.

Se qualcosa fosse nella nostre possibilità, da un punto di vista umano, per il popolo fratello cileno, il popolo di Cuba non esiterebbe a farlo.

Penso che la comunità internazionale sia in dovere d’informare con obiettività sulla tragedia sofferta da entrambi i popoli. Sarebbe crudele, ingiusto ed irresponsabile smettere d’educare i popoli del mondo sui pericoli che ci minacciano.

Che la verità prevalga sulla meschinità e sulle menzogne con cui l’imperialismo inganna e confonde i popoli!

AddThis Social Bookmark Button