L’attuale modello di agricoltura e alimentazione è profondamente ingiusto, ed è responsabile del fatto che 1 miliardo e 20 milioni di esseri umani soffrano la fame (cioè ingeriscano una quantità insufficiente di calorie per la loro vita quotidiana); che un altro miliardo di persone ingerisca sufficienti calorie ma sia malnutrito a causa di un’alimentazione carente di micronutrienti, e che inoltre un altro miliardo e 300 milioni di persone siano malnutriti, ma stavolta con sintomi di obesità e di sovrappeso. Per cui la metà del mondo non ha un’alimentazione adeguata. E dopo il fiasco (e la negligenza) di Copenaghen, il 31 gennaio scorso sembra che sia formalmente ratificato che alimentarsi appropriatamente diventerà sempre più complicato. Mentre pensiamo a che cosa fare con i nostri rappresentanti politici, come ci adattiamo ai cambiamenti climatici? Chi ci alimenterà?È sicuro che i cambiamenti climatici danneggeranno (già succede in alcune realtà concrete) la produzione di alimenti. Avremo, in generale, un clima più caldo e con meno piogge, sarà più facile la migrazione di malattie delle piante e ci saranno situazioni estreme (uragani, piogge torrenziali…). Secondo un rapporto coordinato dalla organizzazione Biodiversity International, nell’Africa subsahariana le perdite di raccolti indotte dalla crisi climatica potrebbero arrivare al 50% nel giro di appena dieci anni. Un dato che rende chiaro il messaggio che si sente ripetere da parte di movimenti sociali: il cambiamento climatico danneggia e danneggerà tutto il pianeta, ma in modo più grave le popolazioni che già oggi sopravvivono con molte difficoltà. Nei Paesi industrializzati ci alimentiamo in una percentuale molto significativa di raccolti, pesca, itticoltura o allevamento totalmente dipendenti dai combustibili fossili, che sappiamo essere sempre più scarsi e più cari. Quindi la crisi alimentare può essere globale.
La mia tesi è semplice: si possono predisporre cambiamenti per l’adattamento alla prossima realtà climatica che sono gli stessi che si richiedono per correggere le disuguaglianze già presenti. Tra tutte queste misure voglio evidenziare quelle che si riferiscono all’uso della terra, della terra fertile: un bene limitato. Di fronte all’insicurezza futura non sembrerebbe sensato che ad esempio i campi del parco agrario del Llobregat, vicini a Barcellona, fossero inglobati in nuovi poligoni industriali, vero? Però stanno accadendo cose del genere, e tutti conosciamo dei casi su piccola scala, ma ci sono anche su grande scala, come quello che è già noto come il “nuovo furto di terre” che si sta mettendo in atto nel Sud globale. Accaparrarsi milioni di ettari per coltivarci prodotti per l’esportazione non solo impedisce l’alimentazione locale tanto necessaria, ma fa anche sloggiare colture tradizionali che hanno saputo adattarsi a condizioni estreme e che perderemo dallo stock globale. Si sprecherà materiale genetico di regioni che, precisamente, nel corso di molti anni e con l’accurata selezione da parte delle contadine e contadini della regione, sarebbe validissimo per coltivare nelle condizioni climatiche del futuro.
La proprietà di molti di questi ettari è usurpata, insieme a grandi estensioni che sono già nelle mani dei latifondisti e sono destinate a colture non alimentari, a colture energetiche: gli agrocombustibili. Quello che è stato indicato come una tendenza rischiosa è, dopo Copenaghen, una terribile insensatezza. Non si può far pressione -come si farà con il pretesto della cattura del CO² con i Paesi africani, latinoamericani e asiatici– per incrementare la produzione di agrocombustibili che competono direttamente con l’acqua e i nutrienti del suolo che possono invece produrre cibo. Neppure con l’argomento di usare “terre incolte”. Con questa denominazione si vogliono acquisire le terre comuni tra boschi e selve che hanno molti usi (anche se non si contabilizzano) per le comunità rurali circostanti: sono spazi per la pesca, la caccia, la raccolta di vegetali, frutta, funghi ecc. Come dice l’ETC Group, “questi raccolti occulti non solo forniscono nutrienti insostituibili alla loro dieta, ma sono anche essenziali per la sicurezza alimentare”. Le comunità contadine del Borneo, per esempio, contano per i due terzi dei loro alimenti su questi spazi comuni, e le donne contadine nell’Uttar Pradesh, India, ottengono quasi la metà delle loro entrate dalla raccolta di specie forestali. Globalmente si calcola che fino al 15% del rifornimento delle famiglie contadine dei i Paesi del Sud viene da queste terre, che oggi sono nel mirino delle transnazionali.
Nell’uso attuale delle terre fertili c’è anche una destinazione abusiva all’alimentazione degli animali da allevamento industriale. Il 40% del grano che oggi si raccoglie si dedica all’ingrasso industriale come 47 milioni di ettari seminati a pascolo e foraggi. Anche se l’allevamento di animali su piccola scala con alimentazione locale (molte volte provenienti da terreni non adatti per l’agricoltura) è sicuramente una fonte sostenibile di alimenti, l’uso di cereali per l’ingrasso delle mandrie rappresenta, secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’equivalente del fabbisogno di consumo calorico di più di 3 miliardi e mezzo di persone (mezza umanità).
Se verranno adottate misure per un uso corretto dei terreni (proibire la speculazione sulla terra, favorire i suoi usi consuetudinari, promuovere diete meno ricche di carne, una riforma agraria che elimini il latifondo, una moratoria all’espansione degli agrocombustibili, ecc.) tutti ne guadagneremo in sicurezza alimentare: alcuni per il loro futuro, altri per il loro presente.
Público
Gustavo Duch è opinionista della rivista ‘Soberanía alimentaria, biodiversidad y culturas’
Fonte: http://blogs.publico.es/dominiopublico/1836/%C2%BFcomo-nos-alimentaremos/
Traduzione Andrea Grillo
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