In questi giorni la questione di politica internazionale più discussa è senz'altro la rinazionalizzazione della compagnia petrolifera argentina YPF decisa dalla presidente Kirchner, che comporta l'esproprio delle azioni attualmente possedute dalla multinazionale Repsol. In difesa della Repsol sono scesi in campo il governo spagnolo, la grande stampa, i tecnocrati dell'UE e anche Mario "Nosferatu" Monti, che ha colto l'occasione per promuovere gli interessi delle imprese italiane presenti in Argentina (ENI e Telecom in primis) a danno del Paese australe. Ovviamente tifiamo per Cristina Kirchner, al di là delle mille contraddizioni e limiti del governo di Buenos Aires. Ci sembra però interessante l'articolo che segue, nel quale si affronta la questione da un punto di vista ambientalista e si propone il definitivo abbandono dell'"estrattivismo", cioè dello sfruttamento dei giacimenti di minerali e combustibili fossili, un tema di grandissima attualità e importanza in America Latina lanciato dal governo ecuadoriano con il progetto Yasuní. Una conferma: se si cercano nuove prospettive oltre il capitalismo è all'America Latina che bisogna guardare (red.)
Il conflitto diplomatico apertosi tra i governi spagnolo e argentino per l’esproprio della YPF ha tutti gli ingredienti geopolitici per trasformarsi nelle “Malvine dell’energia”. Con argomenti ideologici e strategici di diversa natura, entrambi i governi ricorrono comunque a schemi patriottici classici che, ancora una volta, nascondono una delle sfide del futuro: superare la crisi energetica e climatica, cioè la fine dell’era del petrolio a buon mercato e abbondante e il sempre più irreversibile cambiamento climatico causato principalmente dal bruciare combustibili fossili, oltre alle sue (retro)conseguenze sociali ed economiche. Facciamo quindi un veloce ripasso della situazione e delle prospettive.
Il 16 aprile, dopo mesi di una tattica tradizionale di “insegui e colpisci” nei confronti della Repsol-YPF (perché cadesse il prezzo delle sue azioni), la presidente Cristina Fernández de Kirchner ha annunciato l’esproprio della YPF, filiale della Repsol in Argentina, mediante l’acquisto del 51% del suo capitale. Novant’anni dopo la creazione della YPF, e 20 anni dopo la sua privatizzazione a favore della transnazionale Repsol all’epoca della liberalizzazione e degli aggiustamenti strutturali nei Paesi del Sud (appoggiata, a dire il vero, dalla coppia Kirchner), la YPF torna (quasi) al punto di partenza.
Il governo spagnolo non ha tardato a rispondere con veemenza. Il ministro dell’Industria, Manuel Soria, ha dichiarato né più né meno che “è una decisione contro la Spagna e gli spagnoli, non solo contro la Repsol”. A parte il fatto che la Repsol ha meno di un 50% di capitale spagnolo e che è grottesco assimilare gli interessi dei cittadini spagnoli con quelli degli azionisti di una impresa privata, il tono catastrofico utilizzato ricorre al più classico patriottismo economico dipinto di neocolonialismo (il controllo dell’oro nero dei Paesi del Sud per garantire una crescita sicura nel Nord) e di neoliberismo (la promozione degli interessi di una multinazionale a regime privato e affezionata ai paradisi fiscali come motore dell’interesse generale). Niente di meglio, in tempi di crisi, di un ripiegamento identitario e bellicista per unirsi contro un nemico comune e dimenticare -per qualche giorno- l’austerità e i tagli, cosa che ha dato i suoi frutti con l’appoggio del PSOE, CCOO e UGT [1]. Nel frattempo, i partiti nazionalisti hanno dato prova della loro capacità di contorsione a seconda di che si tratti di interesse di classe o nazionali: CiU e il PNV hanno privilegiato gli interessi del capitale, mentre la izquierda abertzale, che aveva un compito facile intorno al doppio asse nazionale basco e socialista, ha salutato in modo appassionato la sovranità e l’indipendenza del popolo argentino.
Se certamente arrivo a concordare con IU e altri movimenti di sinistra sul fatto che la decisione del governo argentino è legittima e che sicuramente le risorse naturali non dovrebbero essere in mano a interessi privati che cercano solo il guadagno economico e hanno commesso una serie di ingiustizie sociali e ambientali, al contempo non si possono tralasciare diverse dure realtà. Come ben dice Ecologistas en Acción, che saluta la decisione come un passo necessario, le ragioni per le quali il Governo argentino sta ipotizzando la nazionalizzazione non sono precisamente quelle ambientali. L’Argentina attraversa una profonda crisi sociale e anche Fernández de Kirchner necessitava di un provvedimento forte per calmare gli animi per i prezzi energetici nel settore del trasporto, garantirsi valuta per pagare il debito estero, ridurre la sua fattura energetica e rafforzare il suo potere surfando sull’onda della sovranità nazionale che percorre l’America Latina. Per il momento, è troppo presto per sapere dove ricadranno i benefici di questa ri-nazionalizzazione, se sul popolo o sulle oligarchie locali. Quel che è chiaro è che ciò non comporta minimamente la fine del capitalismo (al massimo un avanzamento del capitalismo di Stato rispetto al capitalismo finanziario), dato che il progetto di legge di esproprio postula che l’ esplorazione e lo sfruttamento (che sicuramente necessiterà di un investimento di 25 miliardi di dollari in un decennio) verranno realizzati in base a “capitali pubblici e privati, nazionali e internazionali”.
Ma soprattutto non dovrebbe sfuggire il fatto che dietro questa strategia si trova la volontà non solo di controllare le risorse naturali ma anche di sfruttarle con ancor più determinazione, aprendo più fronti per aumentare la capacità di produzione. Se rileggiamo il progetto di legge di esproprio, al di là dell’ottimo obiettivo dell’“autosufficienza”, si parla dello sfruttamento di “idrocarburi convenzionali e non convenzionali”. Ricordiamo, e non è un caso, che la Repsol-YPF ha scoperto l’anno scorso nella regione argentina di Vaca Muerta il secondo maggior giacimento di gas di scisto bituminoso (dopo la Cina) dove potrebbero vedere la luce circa 2.000 pozzi. Questo gas richiede né più né meno lo stesso tipo di tecnologia che oggi ci si propone di utilizzare in Spagna e che è già proibito in Francia: il fracking o frattura idraulica. Come ben sappiamo, grazie al lavoro di diverse piattaforme (Cantabria, Álava, ecc.) o di documentari come Gas Land, questa tecnica prevede gravi rischi di inquinamento dell’acqua e dell’aria, di aumento dell’effetto serra così come di fughe di gas, terremoti locali e massiccio utilizzo di sostanze chimiche.
Il governo argentino, seguendo le orme di altri governi dell’America Latina come il Brasile, iscrive la sua azione all’interno del cosiddetto estrattivismo (di petrolio, gas, materie prime, ecc.), particolarmente aggressivo con l’ambiente e i popoli originari. Questa “sinistra marrone”, come l’ha battezzata Eduardo Gudynas, costruisce la sua strategia di sviluppo e legittimità attraverso un’ appropriazione brutale delle risorse naturali, la sua esportazione sui mercati globali, con la redistribuzione in fine di parte delle ricchezze mediante uno Stato forte. Tuttavia, questa visione, in fin dei conti, somiglia parecchio alla costruzione storica dei nostri Welfare States nel Nord, non è sostenibile a lungo termine e ancor meno di fronte alla crisi climatica ed energetica attuale. Per esperienza, e da una prospettiva di giustizia ambientale, non si presuppone una diversità apprezzabile in termini di mezzi di produzione, se il processo di produzione in sé -che sia pubblico, privato o misto- si fonda allo stesso tempo sulla soppressione delle basi della sua esistenza. Come dimostra il braccio di ferro tra la sinistra progressista ed estrattivista nel potere istituzionale con i movimenti ecologisti, sociali e indigeni che reclamano un altro modello di sviluppo dal basso e rispettoso della Pacha Mama, costatiamo che sovranità (statale) e buen vivir (delle comunità) non sono in essenza sinonimi.
Ora più che mai la prosperità, cioè la nostra capacità di vivere felici all’interno dei limiti ecologici del pianeta, sta tra l’incudine spagnolo del neocolonialismo neoliberista e il martello argentino del nazional-produttivismo. Per uscire da questo vicolo cieco, tanto l’Argentina quanto la Spagna dovranno avviare una profonda transizione verso una società post-fossilista, realizzare una “rivoluzione energetica” (secondo Greenpeace) o “andare verso un nuovo modello energetico sostenibile e che non sia dannoso per il nostro pianeta e lasciarsi indietro conflitti commerciali e guerre per l’oro nero, una risorsa scarsa e molto inquinante” (secondo Equo). Questa trasformazione socio-ecologica si baserà, tra le altre cose, nel lasciare l’oro nero e altri gas non convenzionali nel sottosuolo (come propone il progetto Yasuní in Ecuador), ridurre drasticamente i nostri consumi e il nostro impatto ecologico, investire in energie rinnovabili, cambiare i modelli di produzione (verso l’agroecologia, l’ecologia industriale, ecc.), riruralizzare e adattare le nostre città (si vedano le iniziative in transizione), e rilocalizzare urgentemente l’economia perché sia bassa in termini di emissione di CO2, resiliente e gestita democraticamente dal basso. Non è una questione di patriottismo: è una questione di sopravvivenza civilizzata dell’umanità.
Fonte (blog dell’autore): http://florentmarcellesi.wordpress.com/2012/04/18/entre-la-pared-argentina-y-la-espada-espanola-notas-sobre-la-expropiacion-de-ypf/
NOTA [1]
Le sigle riportate nell’articolo corrispondono a: PSOE : Partito socialista operaio spagnolo - CCOO: Comisiones Obreras (sindacato spagnolo) - UGT: Unión General del Trabajo, (sindacato spagnolo) - CiU: Convergenza e Unione (autonomisti catalani) - PNV: Partido Nacionalista Vasco (autonomisti baschi, centro destra) - Izquierda abertzale: sinistra indipendentista basca - IU I(zquierda Unida): Sinistra Unita
In alto a sinistra: una vignetta molto diffusa in rete (tratta da Resumen Latinoamericano) mostra il premier spagnolo Rajoy che tiene in ostaggio Messi
Traduzione e nota Andrea Grillo
19 aprile 2012
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