Lenny Bottai: passato, presente e futuro suo e della Fortitude

Eravamo rimasti al titolo italiano vinto lo scorso aprile contro Di Fiore in un PalaAllende pieno di gente. Da allora Lenny Bottai non ha più combattuto ma più che altro ha dovuto divincolarsi fra vicissituni disciplinari e tribunali federali a causa delle sue esternazioni sia politiche che sportive sui social. Il governo della boxe italiana, infatti, si è ancora una dimostrato un mondo chiuso, fuori dalla realtà. Con Lenny abbiamo fatto il punto della situazione della sua carriera e della sua palestra ed un excursus sul mondo della boxe, sempre più in affanno economico ed in preda a giochi di potere, oltre che sulla clamorosa vicenda dei suoi processi sportivi. redazione, 8 ottobre 2016

lenny-insegnaAllora Lenny, inizia una nuova stagione sportiva, a sei mesi dalla conquista del tuo ultimo titolo italiano, dall’annuncio del ritiro e dopo innumerevoli vicissitudini anche disciplinari quali novità?

Il titolo ad ogni modo l’ho dovuto lasciare e rinunciare insieme ad altre chiamate all’estero visto che avevo una minaccia di 90 giorni di squalifica a me, mia moglie ed alla Spes per responsabilità oggettiva, ed anche un deferimento per un altro procedimento a carico, quindi nel caso di firma di un contratto non lo avrei potuto rispettare in caso di condanna, e si pagano le penali. Combattere in Italia è difficile e sfiora il volontariato, <<chissenefrega>>, ma le chiamate all’estero rappresentano sempre un’opportunità di fare belle esperienze ed un buon TFR, ma proprio a seguito delle inchieste disciplinari che mi hanno riguardato non le ho potute neppure valutare. A dire il vero, poi, sono ancora io il campione d’Italia in carica visto che non è stato disputato il vacante. La boxe è uno sport che più di altri gira insieme all’economia di un paese, quindi si fanno presto i conti di come siamo messi.

Quindi non hai ancora deciso definitivamente di appendere i guanti al chiodo?

Non ho mai nascosto che l’unico problema per il quale annunciavo il ritiro era la questione economica e la possibilità di programmare ed espletare l’attività. Volendo era anche un mezzo appello, paradossalmente sono stato sostenuto da sponsor quasi sempre esteri o comunque che non facevano parte dell’imprenditoria locale, una cosa davvero bizzarra. Allenarsi senza alcun fine è difficile, a 39 anni con titoli importanti alle spalle è devastante, gli stimoli scemano. L’amore per il ring e la voglia di mettermi in discussione non mancano e non hanno mai vacillato, per altro al di la dell’età biologica non sono così vecchio sportivamente, cioè troppo usurato, per il gap di un lungo stop, ma la crisi rende impossibile reperire sponsor per allestire gli eventi, ed il rischio è, come mi è capitato, di combattere, smontare il ring, fare da taxi ad un avversario per risparmiare e rimettere più di 500€ di tasca. Un retrogusto pessimo per un professionista. Questo non è davvero accettabile e merita di iniziare a pensare ad altro, magari fare gli stessi salti mortali per far combattere i ragazzi con la sicurezza di poterti concentrare solo sulle organizzazioni e non andare sul ring logorato dal resto. Combinazione pericolosissima. Ma così va la boxe in Italia quando non si hanno santi in paradiso. E un Lenny Bottai non ne ha davvero.

Eppure eri entrato con entusiasmo nel Consiglio Nazionale della Lega Pro in quota rappresentante nazionale degli atleti, come va? Ci sono spiragli per la ripresa della disciplina in Italia?

Nel 2014 l’AIBA (ente mondiale che regola il dilettantismo, quindi le olimpiadi) ha deciso di fare una guerra scellerata al mondo del professionismo, con un progetto aggressivo assurdo e velleitario che ovviamente è fallito. In pratica il presidente mondiale, il cinese Wu, ha imposto a tutte le Federazioni che, se volevano partecipare alle olimpiadi, non dovevano avere nessun rapporto con le sigle mondiali professionistiche (IBF, WBC, WBA, WBO, IBO) altrimenti venivano le nazionali in causa estromesse dai giochi, annunciando inoltre che avrebbe fatto lui un nuovo professionismo AIBA denominato APB (Aiba Professional Boxing) con la folle idea che questo divenisse voce unica ed egemone nella boxe sulle dette sigle che hanno scritto la storia della Boxe ed hanno costruito un impero. I campioni olimpici uscenti di Londra sarebbero stati i nuovi professionisti AIBA, i quali, per la prima volta nella storia, avrebbero fatto le olimpiadi insieme ai tornei che già sono partiti delle World Series.
Nelle altre nazioni ci sono più Federazioni, il dictat veniva gestito perché spesso professionismo e dilettantismo sono separati, ma in Italia, per statuto del ventennio nè era ammessa una sola: la FPI. Questo a noi creava un impingement: o non partecipavi alle olimpiadi e perdevi i contributi dal CIO e dal CONI, o non facevi fare attività ai professionisti che non potevano farsi una Federazione a se. Ne è uscita la creazione della Lega Pro Boxe, costola della FPI che con un pacchetto di deleghe doveva nel 2017 diventare una federazione totalmente autonoma che si occupava solo del professionismo. Siamo sempre stati orfano, adesso venivamo scaricati del tutto. Mi venne proposto di candidarmi come rappresentare i pugili all’interno del consiglio nazionale nascente, che era finalmente composto non solo da rappresentanti dei manager e degli organizzatori, come il vecchio Cep (settore Pro Fpi) che erano i soliti da vent’anni, ma anche da pugili (due), tecnici e rappresentanti di società minori definite Junior.

Il progetto era interessantissimo e vedevo uno spiraglio di cambiamento, se non altro perché si rimaneva anche fuori dalla dinamica logora della Federazione, interessata al dilettantismo di stato e con una struttura molto, a mio avviso, arcaica, dove la base non conta mai. 

lenny-di-fiore-2Un anno e mezzo di lavoro sodo, non facile, ma nel quale ho contribuito a far nascere il primo torneo nazionale Neo Pro (neo professionisti) ed a coadiuvare molti pugili e tecnici a passare, in una sola edizione ha intercettato ben 100 nuovi iscritti (cosa mai vista prima!). Poi tutto è cambiato. Si andava verso un’indipendenza a mio avviso con una forza motrice data da nuove leve interessanti, una struttura più bilanciata, e soprattutto dalla creazione appunto dei “Neo Pro” che erano professionisti che uscivano dai vecchi schemi, perché organizzati e gestiti sempre dalle società dilettantistiche e non dai procuratori e manager che, nel caso, li mettevano sotto contratto quando raggiungendo risultati si mettevano in mostra, quindi avevano certezze sul futuro. Avere un contratto di procura ed essere professionista a tutti gli effetti ti lega ad un tipo di attività che non è mai garantita, per burocrazia, costi e varie complessità. I Neo Pro invece snellivano il tutto e potevano essere organizzati come società dilettantistiche con costi molto ridotti, perché erano fissati introiti standard e norme simili a quelle della classe “elite”, (prima serie dilettantistica).

Poi cosa è successo?

Improvvisamente l’AIBA ha fatto retromarcia, perché ovviamente ha perso la guerra con le sigle, che non sono di certo gli ultimi arrivati. Hanno infatti “comprato” con contratti importanti e a suon di “lilleri” (quattrini) quasi tutti i campioni olimpici di Londra, lasciando la suddetta AIBA senza pugili per il suo progetto APB. Allora a questa sono saltati gli schemi ed anche il progetto di fare queste olimpiadi a Rio con i professionisti, difatti hanno dovuto aprire anche ai professionisti normali (di 7 pugili italiani inviati, 2 di questi erano difatti professionisti della Lega Pro Boxe). Il problema, sempre solo per noi in Italia, era che a quel punto si rimetteva in discussione molte cose, a partire dall’indipendenza della Lega Pro Boxe,  ad esempio, a chi sarebbero andati i contributi del CONI visto che sono elargiti per l’attività olimpica, e se i professionisti andavano alle olimpiadi anche la Lega Pro Boxe ne aveva diritto in futuro.

Improvvisamente però qualcuno ha tirato il cappio, economicamente e burocraticamente, allora e tutto è finito soffocato.

Quindi?

Quindi, visto che indipendenti saremmo diventati nel 2017 (non a caso dopo Rio, perché i contributi sono elargiti in base agli iscritti) è stato fatto un dietrofront veloce, un’inversione a U ed un reintegro della Lega Pro Boxe in FPI, nella quale, essendo finito il quadriennio olimpico ci saranno a breve anche le elezioni, e difatti si sono già scatenate le varie cordate che si fanno la guerra per l’egemonia ignorando tutto questo. Ma come diceva Marx della religione “è il singhiozzo di una creatura oppressa”. Si vuole cambiare teste, poltrone, non il sistema.
La mia esperienza allora è finita qui, ovviamente, cioè in questa decisione. Non perché abbia qualcosa contro la FPI, anche se nel frattempo mi ha regalato due indagini disciplinari bizzarre, ma perché quello spiraglio di creare qualcosa di nuovo libero dai gioghi delle competizioni delle cordate, dal clientelismo, dal dilettantismo di stato che stritola gli “esseri normali”, è scemato, e personalmente la vedo dura lavorare tranquillamente se non lontano dallo “zucchero” dei contributi olimpici.
Potevamo lavorare senza preoccuparci di replicare certi meccanismi, questo spiraglio era l’unico motivo per il quale accettai la candidatura che ho rimesso, un consiglio dove 5/10 erano di rappresentanti della base valeva la pena provarci. Tutto adesso tornerà come prima, il deficit è culturale, strutturale, almeno per me, e non solo ai vertici, ma in generale. Difatti, il mio annuncio duro e diretto su una pagina che ho creato appositamente dopo l’elezione e dove ci sono tutte le persone di ambiente e chi si occupa di informazione sportiva dedicata è stato bypassato. Ho denunciato che sono state prese decisioni senza passare dal consiglio, sui siti si fanno belli con i paroloni e le arringhe ma tacciono.

Quanto hanno influito secondo te questi fatti e le posizioni che hai con le indagini disciplinari che ti hanno coinvolto? Perché leggendole il dubbio sorge spontaneo.

Sinceramente, non sono un amante della dietrologia, penso che l’incipit come è emerso dagli atti deriva da contrapposizioni personali con chi ha fatto segnalazioni e denunce dopo fatti accaduti ed addirittura a seguito di post che ho messo sulla mia pagina Facebook. Di sicuro però è bizzarro che sono stati presi in considerazione a cospetto di ben altre situazioni ignorate, e che pubblicano anche gli stessi che mi hanno denunciato. Mi sono sentito dire che con la mia condotta ho danneggiato l’immagine del mio sport contravvenendo al codice etico sportivo, quando chi mi accusava non rispettava il regolamento chiedendo addirittura ai tecnici di pagare il biglietto di ingresso. Non bastasse poi, quotidianamente si vedono illustri rappresentanti tra i quali anche alcuni, non solo la base, che affonderebbero i barconi, accenderebbero i forni, ammazzerebbero le fedifraghe, incarcererebbero gay e lesbiche, o pubblicano video dove mettono KO in palestra persone mentre fanno guanti senza diritto ne tutela. Addirittura in un titolo ho avuto anche un arbitro che come foto del profilo aveva quella del Duce; voglio essere chiaro, per me lasciano il tempo che trovano, figurati se vado a fare le pulci agli altri, ne faccio giudizio personale, ma di certo con me la metrica è stata diversa se pensiamo che in uno dei post contestati ho scritto semplicemente uno scherzoso “ce lo puppate!” a chi mi criticava. Addirittura una denuncia è arrivata da una persona non tesserata e dopo aver parlato con chi mi conosce (i membri del team di DI Fiore) ci ha ripensato ed ha chiesto di ritirarla, ma quando l’ha fatto dagli organi preposti gli hanno risposto che non parlavano con lei in quanto “non tesserata”. Mi ha confessato poi di essersi sentita usata e mi ha inviato anche la lettera.

Non soffro della patologia di sentirmi al centro del mondo, ma penso che uscire da certi schemi ed avere seguito (la mia persona e la pagina sono seguite) negli ambienti dove si vive di gerarchia e fobia del controllo non stimola molta simpatia. Se poi succede che la cabala ti manda in un consiglio nazionale e qualcuno per bazzecole ti denuncia ecco fatto…

Forse in questo ambiente è talmente assordante l’omologazione che basta poco a diventare un problema.

Hai deciso cosa farai da grande, nel senso di progetti per il futuro che ovviamente non comprendono solo te ma anche la Fortitude?

lenny-trionfoCosa avrei fatto da grande in realtà l’ho ipotizzato nel 2008 e deciso definitivamente poco dopo. È un sassolino nella scarpa che devo togliermi questo. Al tempo lavoravo come operaio cartongessista, poi allenavo e combattevo da professionista. Come facevo non lo so! Scendevo dal ponte, magari dopo una giornata di controsoffitti, e andavo in palestra, allenavo e mi allenavo.

Nel 2009 così, mentre facevo qualche lavoretto da solo perché aveva chiuso la ditta dove lavoravo, ed il parcheggiatore notturno nel fine settimana, nel pieno di una grande e inaspettata evoluzione sportiva, grazie ad alcune dritte che non dimenticherò mai di Giovanni Parisi che ebbi l’onore di avere come mentore per un breve periodo della carriera prima che ci lasciasse per una tragedia, ero arrivato alla soglia del primo titolo, e decisi che se ci volevo provare a fare il pugile sul serio era il momento. Ma dovevo farlo per bene, visto che con la mia storia ed il gap del tempo perso non si ammettevano errori o approssimazioni. Un solo fallimento avrebbe pesato a 31 anni. Allenarsi per 12 riprese e lavorare, se non hai un lavoro che te lo permette è impossibile.

Così iniziai proprio come mi consigliò Giovanni a non farmi imboccare da nessuno, a studiare e capire come si muovevano le cose. Da allora mi sono fatto da manager e organizzatore – anche grazie ad un rapporto vero e paritario, complicato ma importante, con Sergio Cavallari (manager ed organizzatore di grande esperienza di Lenny) dal quale ho imparato tanto – poi facendomi anche da procacciatore di sponsor, spesso anche da allenatore, non per fare il Berlusconi il Woityla della boxe, ma per compensare tutti quei ruoli che sono vuoti con l’aiuto di mia moglie, di mio padre che è preparatore, e della famosa “Cooperativa Mangusta”, col sostegno della città. Ho iniziato così a fare l’equilibrista vivendo di sport: mi svegliavo la mattina alle 6:00 per allenarmi, andavo a correre o facevo lavoro atletico in genere, poi mi riposavo e mettevo in palestra fino a pranzo. Il pomeriggio mi allenavo nuovamente per fare tecnica e allenavo fino alla sera. Il fine settimana magari andavo ai tornei con i ragazzi in giro per la toscana ed anche fuori, in alcuni periodi ho gestito 22 agonisti, ogni fine settimana ne combatteva uno. Per legittimare il doppio ruolo, tecnico e atleta, che la mia Federazione impediva, ho dovuto ingaggiare una battaglia legale e far cambiare lo statuto della Fpi.
Nel frattempo organizzavamo incontri, cercavamo sponsor, ci pubblicizzavamo e gestivamo le le promozioni, il lavoro si triplicava ma ottimizzavamo e risparmiavamo; poi da autodidatta ho studiato e conseguito dei brevetti fino a diventare anche un docente in una associazione di preparatori e comporre articoli per dei siti dedicati all’allenamento importanti come Rawtraining, ed ho iniziato a fare stage in Italia e all’estero. Posso giurare che per almeno cinque o sei anni non ho fatto più di due, massimo tre giorni di pausa. Veronica lo può testimoniare.

Quando fai tutto questo e qualcuno ti chiede: ma di lavoro cosa fai? la pelle “si accappona”, come si dice a Livorno. Ed è tanto se non lo mandi a quel paese.

La cultura mediocre di questi sport è che il maestro (tecnico) fa tutto “per la gloria”, guai a dire che riceve compenso, lo fa nel dopo lavoro, se ne ha uno che lo permette, e poi magari ti ritrovi che alcuni arrotondano facendo la “chea” (sottraendo soldi di nascosto) 10€ alle 50€ di borsa dei ragazzi, oppure ti chiedono 300€ per venire in auto da Milano a Livorno sennò ti fanno saltare gli incontri, oppure li fanno combattere gratis i ragazzi perché non ci son soldi ed incassano i biglietti dei parenti, o allenano per centri fitness stipendiati a suon di contratti annuali magari senza neppure affiliazioni. E lo fanno per la gloria eh… Io che lo faccio per lavoro, e lo rivendico, mi permetto di portare i ragazzi a combattere anche in Emilia a mie spese o gli lascio borsa e rimborso viaggio come è successo in alcuni casi. Strano il mondo…

Ovviamente il discorso è che se uno è impegnato solo una o due ore al giorno, magari tre volte a settimana, può anche farlo come volontariato, hobby, ammesso che sia giusto come concetto e sia espressa volontà, ma spesso in questo modo succede che se il lavoro incrementa uno cede perché deve seguire troppe cose e da priorità ad altro. E come trova modo per studiare ed aggiornarsi continuamente? Dove prende i soldi?
Non è un approccio professionale. Io ho fatto degli stage e dei corsi per imparare dei sistemi di allenamento che sono dovuto andare in Emila e pagare 280€ per quattro ore di corso. Quando ci sarà un sistema che non mercifica questo e che mi nutrirà senza passare dai supermercati, allora, se ne potrà anche parlare.
Personalmente ho disputato 8 titoli (di cui 6 vinti) ed una semifinale mondiale, riuscendo, dal giorno che ho preso questa decisione, a mixare le borse con i rimborsi della società e crearmi un’onesto stipendio da operaio. Facendo reddito, cioè dichiarandolo e pagandoci le tasse anche se non ho nessuna tutela come un dipendente né previdenza, né stabilità. Ma tanto grazie al buon Renzi a breve andranno nel dimenticatoio.
Di certo la scelta singolare, che rivendico, è avere fatto un percorso autonomo e dal basso che ha rifiutato poi di svendere un “sapere” ed una professionalità al meccanismo del mercato dello sport e del Fitness, che non è il demonio sia chiaro, ma non fa parte della mia genesi; ma spesso mi domando dal punto di vista familiare e personale se tutto ciò non è stato fare il Don Chisciotte. Non dovrebbe essere un’opportunità da sviluppare sul territorio un progetto simile?

Proprio in merito alla questione lavorativa e di auto-reddito ti abbiamo sentito in un intervento sullo sport popolare e letto in alcuni post chiarire una posizione e dei passaggi sull’accostamento dell’assunzione nei corpi di stato come retaggio dei sistemi del blocco dell’est dai quali è stato ripreso.

lenny-bottai-scortaCome sempre accade il nostro sistema prende principi ed esperienze altrui e le stravolge. Anni fa, per contrastare lo strapotere dei bocchi dell’est, che vincevano ma per qualità e non di certo per questo, i nostri vertici si sono inventati le assunzioni nei corpi di stato e quel meccanismo che, sommato alla logica clientelare che imperversa da sempre in Italia, ha prodotto solo una classe privilegiata senza riscontri oggettivi né ricambio generazionale. Non a caso, i facenti parte dei corpi vivono condizioni di privilegio ed imperversano nel paese sui malcapitati “esseri normali”, vincono sempre a mani basse o per preferenza risicata gli assoluti (massima manifestazione nazionale dilettantistica) ma poi magari non hanno la stessa riuscita in campo internazionale. Eppure i corpi furono creati perché si diceva altrimenti non eravamo competitivi!
Il problema è che si sono imitati sistemi che non erano sovrapponibili al nostro come quelli socialisti. Anzitutto in Urss l’attività sportiva non era legata solo ai corpi militari e della polizia, ma bensì ai ministeri. Ad esempio il Lokomotiv era storicamente ambiente dei ferrovieri, il Torpedo dal settore automobilistico e dei trasporti in genere, e lo Spartak ai sindacati operai, poi il CSKA di ambienti militari. L’attività sportiva era promossa, irradiata e stimolata dal governo stesso, che dopo la rivoluzione istituì il ministero del benessere e della cultura fisica, fino alla rete capillare delle scuole (nelle quali non mancavano squadre ed attività) e delle fabbriche. La base era costituita da una piramide larghissima di centri nel dopolavoro e doposcuola, dai quali le eccellenze ricevevano la possibilità di rappresentare il proprio ambiente di lavoro nel nazionale e nel caso la nazione nello sport venendo retribuiti, per poi, in caso di mancati risultati rientrare a lavoro ed a fine attività, darsi agli studi e diventare educatore. Una logica diametralmente opposta a quella nostrana, dove si viene assunti, stipendiati, magari su indicazione o raccomandazione di qualcuno, e poi si deve trovare il modo di essere impiegati perché l’assunzione è una scusa e non una scelta dovuta a competenza.
La crisi degli allenatori nel mio sport nel giro nazionale deriva da questo: quando un atleta illustre del giro finisce la sua carriera lo mettono ad insegnare o in un ruolo federale, ma prima cosa non è detto sia portato e capace, secondo per insegnare si deve studiare. Ed è così che in nazionale poi chiamano e pagano tecnici stranieri come il russo Filimonov che ha un grande sapere anche teorico.
Serafim Todorov è l’unico pugile nella storia ad aver battuto Floyd Mayweather alle olimpiadi di Atlanta. Il bulgaro, da quel che lessi, a fine carriera pensava di allenare la nazionale facendo appello al suo prestigio come pugile, ma non avendo effettuato gli studi necessari non lo presero. In Italia gli avrebbero trovato un posto subito, a prescindere. Lo sport è scienza e meritocrazia, nepotismo e clientelismo non producono niente, difatti non sono in questo campo presenti neppure in un sistema come quello americano, iper-capitalista, dove l’efficienza diventa esigenza di mercato.

Il tutto in ogni caso è un parallelo col lavoro in generale, come diceva il maestro Bene la cultura del lavoro e del gran lavoratore è stata devastante, ed ha vincolato le persone alla catena di montaggio. Del resto quando uno raddoppia i turni, o fa due lavori, gli dicono che è Stachanovista, ma quella era efficienza, non schiavitù. In Urss i lavori pesanti facevano turni dalle 4 alle 6 ore. Mica erano scemi.

Cosa secondo te potrebbe invertire questa deflazione nella qualità sportiva che il modello vigente produce?

Non è questione solo qualitativa ma anche culturale in generale. Spesso ne ho parlato in assemblee ed iniziative di questo, noi siamo nel limbo totale: non siamo un sistema socialista, che garantisce accessibilità, richiede e ricerca efficienza per promuovere il suo modello, ma neppure uno capitalista che funziona, che fa altrettanto per produrre bieco mercato.
Il vertice è sempre il prodotto di una base, e più la allarghi, la rendi accessibile e di qualità, più i vertici esprimeranno un elite, ma solo se fai in modo che è realmente il merito a permettere di emergere. E la qualità è figlia della professionalità, che non necessariamente deve significare business, anzi, per me questo è deleterio, ma anche volendo non siamo neppure questo perché siamo capitalisti poveri economicamente e culturalmente. Del resto tutti i sistemi di allenamento e la scientificità sportiva sono stati prodotti dal blocco dell’est, non per soldi ma per scienza. A questi dobbiamo tutta la metodologia che ancora oggi è ossatura indiscussa e indiscutibile di chiunque prepara una prestazione di alto livello anche negli USA.

Hai nominato il CoNaSP, in una recente iniziativa ti abbiamo sentito parlare, ed abbiamo letto anche in un’interessante documento in merito, sul rapporto tra sport popolare, auto-reddito e gestione di strutture pubbliche. Argomenti spigolosi.

lenny-conaspCon il CoNaSP (coordinamento nazionale per lo sport popolare) abbiamo spesso affrontato i temi di qualità e auto-reddito, che sono strettamente legati per la professionalità e la competenza. Anche del fatto che alcune realtà nascono talvolta in spazi liberati dalla speculazione edilizia, dall’abbandono e vengono anche occupati per denunciarne le condizioni, ma non per questo ciò deve necessitare di privarci anche di avere percorsi normali o partecipare a bandi per farsi assegnare degli spazi. Le nostre palestre popolari debbono essere aperte ai quartieri, alle città, allo sport che tutti riconoscono come luogo di confronto, per questo abbiamo trattato e criticato i circuiti “fai da te” degli sport da combattimento. Chi fa sport olimpici, o comunque con fine competitivo, deve essere messo in condizione di esercitare e rivendicare una professionalità anche dal basso ed accedere, dimostrare dove c’è il popolo, sennò è un paradosso chiamarlo popolare. Per questo le società sportive, quelle vere, non quelle che mascherano con una ASD (associazione sportiva dilettantistica) lavoro subordinato o gestione familiare simil-aziendale, debbono accedere a strutture soprattutto pubbliche e fare attività agevolata, ma che non deve diventare concorrenza sleale verso i privati che si occupano di Fitness, che è ben altra cosa. L’incipit deve essere rendere alla comunità una ricchezza in termini di cultura sportiva, servizi ed accessibilità. Rinunciare a questa sfida è fare gli ultimi dei moicani, i rivoluzionari adolescenti, lavorare nello sport ha una finzione sociale importante. Purtroppo poi c’è anche il problema che l’indotto sportivo agonistico si mantiene con l’attività amatoriale, che spesso è praticata senza alcuna legittimità ed illegalmente nei centri fitness che per avere un corso in più fanno magari “ginnastica pugilistica” anche se non potrebbero. Idem per palestre neppure affiliate che mescolano le proprie discipline con la boxe.
Se una disciplina è in grado di sostenersi con l’attività, con il suo indotto, rendendo accessibile e popolare la pratica ed è messa in condizione magari dalle amministrazioni, può rendere al territorio ricchezza in termini di cultura, accessibilità, ed occupazione, appunto, se come facciamo noi la gestione societaria va in quel senso. Perché in ogni caso fa ricchezza nel territorio.
Sono cose che ho sentito dire da De magistris in Corea poco tempo fa in generale sulla cultura, ma che io dico da quando lui faceva il magistrato (ride).

La Fortitude ha compiuto da poco dieci anni, quale bilancio sportivo e non solo? Progetti futuri?

Continuando per questa strada, su questa linea, speriamo che qualcuno risolva la questione che viviamo, che è drammatica. Siamo dentro uno stadio che è ai limiti dell’agibilità, in uno spazio claustrofobico, senza finestre, ad ore e soggetti a continue interruzioni, e la situazione doveva essere “temporanea” già nell’era Cosimi. Oltre ad aver contribuito a rilanciare il pugilato a Livorno, non solo con me, ma con risultati chiari come il recente titolo italiano Neo Professionisti di Jonathan Sannino e molti altri campionati senior (quattro regionali assoluti ed una medaglia d’argento agli italiani universitari con Gassani) e junior con vari atleti, nonché a livello giovanile con due campioncini d’Italia (Boldrini Manuel e Mitia) attività di cui il padre, nostro tecnico, è responsabile regionale, abbiamo reso alla comunità progetti per legittimare l’avere in concessione uno spazio pubblico (cosa che dovrebbe essere tassativa da inserire nei bandi!). Anzitutto rendendo accessibile lo sport, con una forbice di prezzi popolari e la rinuncia totale delle convenzioni annuali sin da quando (qualche anno fa…) andavano per la maggiore. Poi facendo iniziative contro la crisi, garantendo ad iscritti licenziati e cassa integrati di allenarsi senza pagare. Inoltre abbiamo un rapporto con due case famiglia da anni, dalle quali adottiamo sportivamente minori italiani e non, e ne abbiamo fatto uno anche con i profughi (sempre minori). In passato abbiamo con un nostro iscritto, lo psicologo Alessio Mini, realizzato progetti di collaborazione con associazioni per la salute mentale, ed abbiamo inserito nei corsi anche ragazzi “speciali”. Questo, parlo dei progetti, di senza chiedere una lira a nessuno e investendo di nostra tasca, anzi mutilandoci, perché avendo uno spazio ridotto ed un numero massimo di 20 persone (istruttori compresi) per ogni corso significa nei mesi partecipati rinunciare a potenziali mensilità, ma non siamo francescani, brave persone, anzi, questa è la nostra pulsione e la nostra genesi, per noi è energia e motivo di lotta, chi ci sceglie ci sceglie perché sa in che ambiente viene.
Se avessimo voluto gettarci nel mercato avremmo accolto le richieste, che non sono mancate, di essere integrati con centri sportivi di privati, anche centri fitness, ma crediamo in altre dinamiche.
Tutto questo, come detto, creando anche dell’auto-reddito per i nostri atleti che insegnano e non fanno il classico lavoro subordinato pagato ad ore ma regolarmente condiviso in assemblea, venendo rimborsati in base a quello che producono, cosa che non fa nessuno. Ragazzi, che magari disoccupati, non riuscirebbero neppure a fare sport.
Potenziare questo modello, potrebbe significare ampliarlo e dare una risposta alla città che può essere d’esempio. Del resto Livorno è in cima alle classifiche non solo per medagliati, ma anche per praticanti di sport per densità di abitanti.
Nella crisi che incombe, vedere un futuro come polo industriale e produttivo con la globalizzazione è velleitario, semmai i servizi e quindi anche lo sport, possono essere risorsa ed attrattiva. Avendo intelligenza e sponda, si potrebbero fare molte cose, per il bene ed il futuro dei giovani, a partire dalla scuola. Ma qualcuno ascolterà mai le idee sane che non sono mero mercato?

Questo magari quando sarai assessore? Ci hai mai pensato veramente?

lenny-mastrandrea(ride) Ovvio, quello scherzo è servito per punire dei giornalisti che mi avevano sempre in bocca a sproposito e mi avevano inserito nel toto assessori, il diagramma impazzito del fagocitare notizie ha fatto il resto da se. Non mi nascondo e tutti sanno le mie idee. Chi pensa che fare la politica sia una cosa brutta, fa demagogia spicciola, si dichiara disinteressato e poi si va a strusciare nelle stanze per “avere”, inoltre lasciare il campo abbandonato è favore ai politici che hanno disintegrato il tessuto sociale e cancellato anni di conquiste. Io tifo Livorno squadra e città, e non mi accodo alle critiche ipocrite e strumentali, che non significa non criticare chi governa, ma bensì avere una dignità e un’onestà intellettuale che io credo la gente riconosce, farlo con cognizione. E questa è mancata a parecchi ultimamente, magari con quello scherzo si sono visti togliere una soddisfazione dal piatto.
Non a caso poi si sono inventati di tutto, perfino che volevo essere chiamato (semmai il giorno stesso dell’annuncio del vero assessore…). La politica l’ho sempre fatta con pragmatismo e dal basso, sono entrato nelle prime occupazioni nel ’93 dopo l’omicidio Tortorici, ho visto passare generazioni e poi finire in ufficio al lavoro con “papi”, l’esperienza elettorale è stata una decisione collettiva, io ho messo la faccia per un progetto che tuttavia continua perché è a favore della città. E’ un pezzettino: il Villano, Porta San Marco,e quel che verrà, per me il principio cardine è l’amore ed il rispetto del proprio territorio e della propria storia, che leggasi, è per genesi aperta. “Diversis gentibus una”. Quel che si fa, che si decide per strategia, con il solito obiettivo, va bene, finché resta l’incipit. Con i discorsi mi ci sciacquo i piedi, come diceva la mi nonna. Il giorno che non credo in quel che faccio, come dal consiglio di Lega, alzo le tende.
Non sono gli errori, ne ho collezionati a tonnellate, chi dice che non ne fa bluffa, ma semmai la meschinità e l’inganno a togliere dignità. Chi non vuole cambiare le cose, non vuole neppure che gli altri ci provino.

Ultima domanda, irrinunciabile, dopo il video con il Teatro degli orrori abbiamo appena visto che è uscito “Io sono con te!” degli Assalti Frontali, ma anche altri artisti ti hanno nominato o dedicato copertine, pezzi, rime (Kento, Guacamaya, Gente de Borgata, Los Fastidios, Vacca…) cosa ne pensi?
Ovviamente mi fa piacere esser ritenuto un punto di riferimento come sportivo cosciente, antagonista al modello vigente, da una parte mi mette in difficoltà, perché tendo sempre a dribblare la “mitizzazione”. In ogni caso, credo e spero, che essere riconosciuto da un certo ambiente perché umano, fallibile e comune, quindi in se è già un anti-corpo. Il resto provo a mettercelo io ogni giorno, nella vita e anche dalla mia pagina Facebook con la quale posso comunicare a 20.000 iscritti, tutti volontariamente nessuna pubblicità, molti dei quali sparsi e quindi con questi non avrei mai possibilità di comunicare se non con la rete. Discuto, posto riflessioni (lunghe non ho il dono della sintesi…) mando a quel paese e regolarmente mi ci mandano, finché ciò avviene sono tranquillo. Sono io e sono unano.
Poi c’è da dire che sia con il Teatro che con gli Assalti c’è una storia di amicizia dietro. Addirittura col Teatro, cioè con la vecchia formazione di Pierpaolo e Giulio (One Dimensional Man per 2/3 la stessa) ho condiviso il palco quando suonavo; con gli Assalti invece c’è un’amicizia vera ed un filo che ci lega di amici in comune di Roma. Questo per dire che ci sono delle storie vissute dietro a quei video. Col CoNaSP ne abbiamo parlato, se devo e posso essere veicolo di un messaggio, perché più in vista, non mi sottraggo, mi immolo per la causa. Qualcuno potrebbe anche pensare malignamente che è protagonismo, ma quando uno parte dal divano di casa con trenta kg di sovrappeso e finisce in diretta su Italia 1 da Las Vegas, sul ring più importante della storia della boxe, cosa altro deve andare a cercare?
E poi mai illudersi, ci sono sempre molti aspetti negativi dell’essere al centro delle attenzioni in questo senso. Ma ripeto, mi interessa la sostanza, il fine di cui, se nel caso, posso essere un mero strumento perché non si abbandoni il campo a coatti e lobotomizzati. Rifiutarsi delle volte significherebbe questo.
Il video Assalti Frontali – “Io Sono Con Te”
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Hanno avuto in comune una forte passione per il calcio…e casualmente anche il cognome. Andrés e Pablo sono i protagonisti di “Los dos Escobar”, un documentario realizzato da Jeff e

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Olimpiadi sì o no? La risposta oltre la polemica politica

Oggi Virginia Raggi ha detto NO alle olimpiadi. Ripercorriamo con articoli attuali e passati cosa significa in termini economici e di ritorno organizzare un’olimpiade e le motivazioni di questa scelta.