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"Il Circo Ivankovic": è uscito il secondo atteso romanzo del livornese Cerrai

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Dopo oltre 9 mesi di bozze, correzioni, suggerimenti, aggiustamenti, finalmente ha preso corpo e vita, edito dalla Round Robin, Il Circo Ivankovic, nuovo romanzo dello scrittore, attivista, nonché teatrante burlone (comunque precario) Daniele Cerrai.

circo_ivankovic_coloreDisponibile dal 6 giugno nelle migliori e peggiori librerie, oltre che sui cataloghi di libri on line, Il Circo Ivankovic è stato presentato in anteprima, presso lo stand della piccola ma ambiziosa casa editrice di Roma, all'ultima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, anticipato fin da gennaio da un'intelligente ed accattivante campagna virale attraverso internet, con anticipazioni, chiavi di lettura e false piste proposte attraverso un profilo facebook, un blog (ilclowncattivo.wordpress.com), a cui si è poi aggiunto un sito www.ilcircoivankovic.it, dove è possibile tra l'altro scaricare la colonna sonora alla lettura. D'altronde il libro nasce dalla rete, ed è un omaggio al sapere condiviso della rete.

Poi la presentazione d'esordio casalinga il 3 giugno scorso, presso lo spazio incontri della libreria Gaia Scienza di Livorno, quando il Circo ha alzato il tendone sopra le teste del folto pubblico amico. Lo stesso luogo del resto dove nel 2009 Cerrai presentò il suo primo libro Non è tempo di Eroi (Zone), romanzo pulp proletario, noir distopico sulle trasformazioni urbane e sociali di una città di mare, mai nominata, ma nella cui descrizione si poteva riconoscere il profilo della città in cui Daniele Cerrai è nato (1977) e cresciuto: Livorno. Una Livorno trasportata in un sorta di dimensione parallela, deformata da uno strano gioco di specchi, come accade in certe misteriose stanze di Luna Park. In questo secondo romanzo Livorno sparisce (ma non del tutto) e Cerrai ambienta la sua storia in una generica provincia. Di più. In una generica periferia di una generica provincia. Uno di quei luoghi in cui la vita scorre lenta e monotona e dove l'opinione pubblica si radica attraverso le civette dei quotidiani locali, la cronaca dei plastici dei salotti televisivi pomeridiani e serali, nutrendosi dei più biechi luoghi comuni come delle più improbabili leggende metropolitane, sviluppando così fobie e paure.

Ma il gioco di specchi che deforma la realtà ne Il Circo Ivankovic invece rimane, trovando proprio in un Luna Park (il circo/non circo) il suo epicentro narrativo, il suo luogo paradigmatico. Un Luna Park allestito ai margini dei margini, alla periferia della periferia; sul confine immaginario e fisico di ciò che sta dentro (spazio urbano) e ciò che sta fuori, la dimensione che divide inesorabilmente, atavicamente, ciò che è noto e familiare da ciò che è sconosciuto, straniero. Ma anche ciò che è ordinario (il lavoro, la scuola, la palestra, la spesa) da ciò che è extra-ordinario (il divertimento, lo svago, il mistero dei giostrai, la vertigine delle macchine).

Il tema è noto: ogni confine porta con se, come due facce della stessa moneta, sia il timore per ciò che non si conosciamo che la curiosità di ciò che potremmo scoprire oltrepassandolo. E di fronte ad un confine ci sono due atteggiamenti principali: starne a distanza, conservando la propria posizione;  attraversarlo e mettere in gioco il proprio punto di vista.

Ma cosa accade quando è il confine a venirti incontro? Cosa accade quando la ritualità quotidiana viene scossa e messa in discussione da un evento inaspettato? Quanto raggela il sangue nelle vene quando il mostro ti bussa alla porta? Ma soprattutto, chi è il mostro? Chi è la bestia?

Di fronte a queste domande si troveranno, loro malgrado, i personaggi che ci racconta Cerrai ne Il Circo Ivankovic, come Jenny (ragazza di quartiere alle prese con canne, amiche scialbe, uniposca e brick di estathè), e sua madre (moglie distratta, gattaia per scelta, che accetta lusingata gli sguardi che il macellaio di fiducia riserva al suo culo), tra gatti squartati, giostrai affascinanti, imprenditori senza scrupoli ed un'atipica guida spirituale: un sosia di Jim Morrison.

Lucio Baoprati

tratto da Senza Soste n.62 (giugno 2011)

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