
«L'uomo di corte è senz'ombra di dubbio il prodotto più bizzarro di
cui dispone la specie umana»...
Dai rami alti e sempreverdi dell'Illuminismo, per la precisione dalla
penna d'oca del barone Paul H. D. d'Holbach, compagno di Diderot
all'Enciclopedia, nonché amico di pensatori come Hume, Adam Smith e
Cesare Beccaria, ritorna sugli scaffali e nel discorso pubblico un
piccolo e crudele
divertissement che
parla al cuore dell¿odierno sistema di potere, così come quest'ultimo
ormai stabilmente si configura tra Palazzo Chigi, Villa San Martino ad
Arcore, Palazzo Grazioli e villa La Certosa; con tutto quanto ne
consegue in termini di ciambellani, dignitari, consiglieri, avvocati,
maggiordomi, medici, preparatori atletici, e cuochi, giardinieri,
menestrelli, giullari, guardie, servi, ciarlatani, ruffiani e
cortigiane, queste ultime nel frattempo evolutesi nelle varie forme di
parlamentari, ministre, show-girl ed escort. Insomma: la corte.
Il titolo del libricino, che il Melangolo spedisce quest'oggi in
libreria (pagg. 26, euro 4) è bellissimo anche tradotto dal francese: «Saggio sull'arte di strisciare ad uso dei Cortigiani».
E sarà pure deformazione professionale, ma a leggere le caustiche
istruzioni del barone d'Holbach s'incontrano luoghi, persone e
atmosfere di questo tempo: i salottini-privé dietro il palco del
congresso fondativo del Pdl; il book di Noemi dimenticato, per così
dire, dall'amico «birichino» sulla scrivania dell'attempato sovrano; il
«Mattinale» o rassegna stampa compilata ogni mattina da una squadra di
giornalisti di fiducia con commenti e note biografiche sugli
articolisti; la «smistatrice» di farfalline alla Certosa, una
fisioterapista con impulsi umanitari poi regolarmente beneficiata con
un seggio al Parlamento europeo.
Mesi orsono, per ricevere degnamente Sarkozy, il presidente Berlusconi
ha ordinato ai suoi scenografi di ricostruire nei giardini di villa
Madama - che in verità davvero non se la meritavano - una
tensostruttura sulle cui pareti di plastica era raffigurata la copia di
una delle serre del Re Sole, neanche a farlo apposta defunto otto anni
prima della nascita del barone d'Holbach. Questi ebbe certamente il
modo di conoscere e deprecare con il suo più sferzante sarcasmo i
cortigiani del suo tempo, «animali anfibi» dotati di tante anime, ora
insolenti e ora vili, avidi e magnanimi, audaci e vergognosamente
codardi, arroganti e corretti, ma sempre e solo in funzione del Monarca
che li ripaga con la sua benevolenza. «Uomini generosi - incalza - che
pur di garantire il buon umore del Sovrano, si votano alla noia, si
sacrificano per i suoi capricci, immolano in suo nome onore, onestà,
amor proprio, pudore e rimorsi».
Ecco. Per quanto impossibile da sciogliersi, il mistero sarebbe di
capire con che spirito d'Holbach valuterebbe oggi i tanti epigoni di
quella fastosa stagione di glorioso servilismo. Da Versailles a Roma,
in effetti, a distanza di qualche secolo, gli esempi e le figure di
post-cortigianesimo accentuato, sia pure ai vari livello di potere, non
mancano certo. Si pensi all'elegante discrezione del più celebrato
Maestro di palazzo della Seconda Repubblica, Gianni Letta. Così come
meriterebbe senz¿altro un cenno il personaggio di Bondi, poeta
encomiastico del Cavaliere e della sua famiglia, che un giorno venne
convocato in extremis a corte per svolgere il ruolo del quattordicesimo
commensale, con tutto che aveva appena finito di mangiare.
Così come assumerebbero forse un rilievo gli appelli di Veronica a
proteggere il Re dalle sue derive, dai suoi abbandoni, dalle sue
malattie, dalle sue dipendenze; oppure, su di un piano più
sentimentale, le lamentazioni di Emilio Fede a proposito del sepolcro
che Sua Maestà non gli ha (ancora) riservato, a differenza di Dell'Utri
e Confalonieri, nel mausoleo berlusconiano di Arcore.
In fondo seguitano a vibrare gli impietosi ammaestramenti del barone
d'Holbach: «La nobile arte del cortigiano, l'oggetto essenziale della
sua cura, consiste nel tenersi informato sulle passioni e i vizi del
padrone, per essere in grado di sfruttarne il punto debole: a quel
punto sarà certo di detenere la chiave del suo cuore». Per esempio:
«Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene». E già, bisogna. Ieri
come oggi. E infatti a tale necessità provvede quella che un tempo si
sarebbe designata la favorita e che oggi tutti chiamano l'«Ape regina»;
oppure ci pensa, magari in competizione con lei, il simpatico
imprenditore delle protesi di Bari, che in nome della trasparenza ha
l'accortezza di portare l'auto «di servizio» dal carrozziere per farsi
oscurare i vetri e scivolare sicuro a Palazzo nei i suoi frequenti
trasbordi di carne fresca.
Ben al di là del gossip, che pure nasce e si configura come il
linguaggio tipico delle corti, il punto politico rilevante, quasi un
teorema o almeno un presagio di regressione incombente, è che la
privatizzazione della politica e della stessa democrazia da parte di
una leadership personale e aziendale si risolve in forme espressive che
richiamano inesorabilmente quelle dell¿Ancient Régime.
In tale contesto la riemersione dei cortigiani è perfino prevedibile, e
il descriverli ribaltandone le virtù una tentazione irresistibile.
Il barone d'Holbach morì, a 66 anni, pochi mesi prima della presa della
Bastiglia. La sua «facezia filosofica» uscì postuma nel quinto tomo
della Corrispondance littéraire, philosophique et critique, addressée à un souverain d'Allemagne» di
F. M. Grimm e Diderot, che aveva nascosto tra le sue carte il
manoscritto, forse perché autenticamente sovversivo con le sue lodi
alla rovescia e gli incoraggiamenti all¿adattabilità, all'adulazione, a
farsi malleabili come la cera, al culto vero e proprio del sovrano - e
anche su questo, tra inni «Silvio grande grande», «Silvio ci manchi»,
«meno male che Silvio c'è», e poesie, foto, video e ponderosi saggi sul
«sole in tasca» la distanza tra il Settecento e il 2009 si accorcia di
brutto.
La massima dedizione del cortigiano corrisponde all'annullamento del
sé: «Tale sublime disciplina è forse la più grande conquista dello
spirito umano». Per fare carriera è la natura stessa e il mondo animale
che suggeriscono di strisciare: «Serpenti e rettili guadagnano cime e
rocce su cui neanche il cavallo più impetuoso riesce ad issarsi». Si
tratta di anticipare i desideri, di sopportare le sfuriate, di
dissimulare le proprie emozioni «con il dominio assoluto dei muscoli
facciali», anche in tempo pre-televisivo. E si potrebbe, anzi si può
aggiungere con ragionevole approssimazione che è consigliabile:
sganasciarsi quando il Dottore racconta la solita barzelletta;
tollerare, almeno in vacanza presidenziale, la dieta idrica e
purificante; imparare a memoria i testi delle canzoni di Apicella;
sottostare ai ritmi di lavoro notturno senza finire con la flebo in
ospedale, come accaduto anni orsono a un accorto parlamentare poi
regolarmente assurto ai vertici delle istituzioni: per alti meriti,
appunto, di illustre, veemente e anche un po' fantozziana
cortigianeria.
Breviario del servo. Nel paese dei nuovi cortigiani
di Filippo Ceccarelli
(29 ott 2009)
fonte: http://www.kataweb.it/libri/recensione.