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Libro: Beirut. Storia di una città (2009)

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copbeirut“Quella sera, a migliaia di chilometri dalle coste mediterranee, Miami sceglieva come Miss Universo per il 1971 la libanese Georgina Rizk”. Per molti Beirut è sinonimo di un’interminabile guerra civile o di una dolce vita al profumo d’Oriente arricchita da superbe bellezze femminili. È la dicotomia di Beirut che Samir Kassir racconta come pochi altri.
La vita di Georgina Rizk ne potrebbe essere l’emblema: nel ’71 Miss Universo, alla fine degli anni settanta combattente. Illustrando lo spirito della città, Kassir fa emergere magistralmente l’indole cosmopolita di Beirut e quella feudale di buona parte del suo notabilato politico, reo dello scempio urbanistico che già dagli anni cinquanta ha cominciato a depredare questa “città giardino” e dello scandalo della cintura della miseria che la avvolge. Luci e ombre non possono mancare in una storia vera, il cui senso però è costantemente modernista, sin dall’Ottocento; “Mescolando uomini d’affari, artisti, intellettuali e turisti, attirati dall’una o dall’altra delle sue tante facce, la città appariva come il microcosmo di un mondo arabo totalmente in sintonia con il più vasto mondo”.
È una storia paradigmatica, indispensabile per capire come avrebbe potuto funzionare e quindi cosa non abbia funzionato nel rapporto tra mondo arabo e il più vasto mondo. Ecco perché questo libro di Kassir può essere definito indispensabile. Si guardi con attenzione l’immagine riprodotta sulla copertina. L’ufficio dell’autore era proprio lì, appena al di là del lembo destro della fotografia, dopo l’edificio con la cupola azzurra, in un cubo di vetro modernissimo, sede del principale giornale libanese, “an-Nahar”.
Dunque quando scriveva, anche Kassir vedeva l’inusuale piazza che noi vediamo in primo piano. Una piazza della quale è difficile cogliere il senso. Centralissima, oggi è ridotta a una zona di decompressione tra Beirut est, la città cristiana, e Beirut ovest, quella musulmana. Ma curiosando tra le pagine del libro si scopre che la dimensione di non-luogo è un lascito di quei tre terribili lustri di guerra che Beirut vuole dimenticare, cancellare, come dimostra il gran numero di gru che nella foto e nella realtà di oggi si vedono all’opera.
Già negli anni trenta, durante il mandato francese, quella piazza “era il punto di convergenza quotidiano di cittadini e campagnoli, diretti ai luoghi di lavoro, ai negozi dei dintorni o agli uffici governativi, che avevano sede sul lato nord della piazza. Alberghi, ristoranti e soprattutto caffè ne accentuavano ulteriormente la funzione di crogiuolo.
Animata di giorno, non lo era di meno di notte, con le nuove sale cinematografiche che vi vennero aperte, i locali notturni e soprattutto il quartiere riservato, in una viuzza che nasceva sul suo fianco orientale”. E, anche se un po’ declassata, negli anni sessanta era ancora vivace.
Ora si torni a osservare la copertina; la fotografia ci dice che in piazza dei Martiri si vedono pochissime automobili in transito, non ci sono più caffè o locali notturni su quei marciapiedi abbastanza desolati. Piazza dei Martiri è proprio la grande incompiuta, forse perché i martiri a Beirut non sono finiti. Infatti, rispetto a quando fu scattata la nostra foto, sul lato superiore della piazza, lì dove si vedono i prefabbricati che segnalano qualche lavoro in corso, adesso c’è il memoriale di Rafik Hariri, il premier assassinato nel 2005 da chi non voleva che Beirut riprendesse il cammino che ha caratterizzato la sua storia dall’Ottocento fino allo scoppio della guerra civile, nel 1975: quel cammino che Kassir ha definito di “metropoli araba mediterranea occidentalizzata”.
Pochi mesi dopo l’assassinio di Rafik Hariri, la stessa mano ha eliminato anche Kassir, come molti altri esponenti politici, tutti invisi al regime siriano, il grande accusato per tutte quelle stragi ancora in attesa di giudizio... (continua)
di Riccardo Cristiano
pubblicato su: www.lindiceonline.com

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