«Se l'Europa è una fortezza, e per molti una prigione, l'Italia può essere peggio di un incubo: può essere un brutto risveglio. Qualcosa da cui non puoi uscire. Una cintura militare fatta di armi, diritti negati, omicidio, carcere, tortura, disegna i confini attuali di tutta l'Europa, quelli che devono garantire il benessere di chi è all'interno. Questa è l'Europa. L'importante è che il meccanismo non sia troppo vistoso. L'importante è che tutto sia fatto prima che il nostro sguardo li intercetti. La frontiera non è più un luogo: è una colpa, una condanna, qualcosa che chi ha avuto la sfortuna di incontrare non si toglierà mai più di dosso».
Un libro coraggioso e provocatorio sulle violazioni dei diritti a danno di migliaia di migranti, storie di donne e uomini respinti da un continente intero. Donne e uomini a cui si nega accoglienza, su cui si spara alle frontiere d'Europa, donne e uomini rimpatriati in base ad accordi bilaterali poco trasparenti e spesso riconsegnati alle tragedie e ai carnefici a cui tentavano di sfuggire, donne e uomini a cui viene rifiutato lo status di rifugiati o anche solo la possibilità di avere un lavoro e una casa. Donne e uomini le cui vite dannate segnano la fine ingloriosa di una civiltà giuridica, quella delineata nei trattati internazionali, come la Convenzione di Ginevra o la Carta dei Diritti dell'Uomo, con cui il nostro mondo tentava di darsi un profilo migliore dopo le guerre mondiali.
Insieme, in queste pagine, troveremo i dati del primo rapporto complessivo sul tema del diritto d'asilo in Europa commissionato da Caritas e Fondazione Migrantes, i dati delle istituzioni internazionali e delle organizzazioni non governative, l'operato dell'agenzia Frontex, le fonti del diritto internazionale, un glossario, un vademecum di buone pratiche, un vero e proprio manuale per ottenere il rifugio politico o per dare aiuto a chi richiede asilo e una rassegna degli accordi bilaterali tra gli Stati per la riammissione dei migranti.
Info: www.laterza.it
Ci sono guerre a bassa intensità che si combattono alla periferia dei Paesi in cui la guerra, come sognava Moravia, è stata da tempo trasformata in un tabù. Come definire altrimenti il conflitto quotidiano tra le orde di disperati all’arrembaggio del sogno occidentale e l’Europa blindatissima per difendere la sua sostenibilità?
Se lo chiede il giornalista Luca Rastello che nel saggio “La frontiera addosso”, appena pubblicato da Laterza, calcola il numero delle vittime certe cadute nell’estremo assedio al Vecchio Continente, almeno 16 mila negli ultimi dieci anni, oltre quattro al giorno: un bilancio da trincea.
“Si tratta di persone che non hanno mai raggiunto terra e di cui non sappiamo nulla, immigrati in cerca di lavoro ma anche potenziali richiedenti asilo” spiega Rastello. Pur ricostruendo storia e storiografìa degli ultimi sbarchi sulla sponda più fortunata del Mediterraneo, dalle Canarie alla Grecia, il libro si concentra sui rifugiati, coloro che in base alla Convenzione di Ginevra del 1951 necessiterebbero più di altri della protezione internazionale perché fuggono da persecuzioni o carneficine vere e proprie. Sono loro, sostiene l’autore, “a mettere in evidenza le contraddizioni giuridiche di una legge che blocca alla frontiera europea un diritto fondamentale”.
Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite Unhcr alla fine del 2008 l’Italia ospitava circa 47 mila rifugiati, uno ogni 1300 abitanti. Tanti? Pochi? Ma soprattutto: come si quantifica il bisogno? La ventitreenne nigeriana Happy pensava che fosse sufficiente raccontare la sua storia e mostrare la cicatrice sul volto triste. Nata a Kano da una famiglia cristiana, Happy arriva nel nostro Paese nel 2003 attraverso l’Algeria dopo essere scampata agli scontri con i musulmani in cui hanno perso la vita il padre, pastore della chiesa locale, e la madre. La Commissione territoriale italiana incaricata di esaminare il suo caso le domanda se in patria avrebbe modo di mantenersi e lei, contando di guadagnare punti, fa cenno di no con la testa. Risposta sbagliata: scivolando sul lavoro, Happy si qualifica come “migrante economico” e in una manciata di minuti la sua richiesta di protezione viene scartata. Eppure la discriminazione religiosa basterebbe eccome, tanto che la dichiarata conversione al cattolicesimo di Ruby, la cubista marocchina al centro del nuovo scandalo del premier Berlusconi, suona ai maligni come un’abile candidatura al permesso di soggiorno umanitario.
“La Convenzione di Ginevra parla di persecuzione individuale ma un uomo che scappa dal terremoto in cui ha perso tutto è un migrante economico o un potenziale rifugiato? Difficile spiegarlo a degli estranei in un colloquio lampo da cui dipende la tua vita” insiste Rastelli. Quando lo scorso luglio 250 eritrei finirono nella prigione di Braq, nel deserto libico, dopo essere stati respinti dalle nostre coste e consegnati a Gheddafi, in virtù degli accordi bilaterali per contrastare l’immigrazione clandestina, intervenne addirittura l’Onu: profughi da un Paese ignaro di pace, i 250 avrebbero avuto pieno diritto all’asilo se solo fossero sbarcati in Sicilia. Il trucco è non lasciare che mettano piede a terra.
A vigilare sulla fortezza Europa ci pensa la Frontex, l’agenzia di Bruxelles incaricata di presidiare le frontiere attraverso reparti speciali e Intelligence. Basta fare un giro sul confine di Ceuta, l’avamposto spagnolo in territorio marocchino, per capire che Gaza non è l’unica prigione occidentale a cielo aperto. Dal punto di vista militare la tattica è ineccepibile: nei primi tre mesi del 2010 gli sbarchi sono stati 150 contro i 5200 del 2009 e i tanti che ancora entrano regolarmente sfruttando il visto turistico devono comunque ingegnarsi a rimediare un invito. Ma la strategia? Le migrazioni non si fermeranno, ammoniscono gli esperti. “La frontiera addosso” sembra allora un duplice destino: quello di chi attraversandola per disperazione “non se la toglie più di dosso” e il nostro, quello degli assediati, condannati specularmente alla precarietà dei poveracci da cui ci difendiamo come i protagonisti del film No Man‘s Land.
da: La Stampa, 4 novembre 2010
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