“Lungo la ferrovia” è un romanzo breve, di facile lettura, scritto da un pedagogista che ama la poesia, tanto da vincere dei premi. Un romanzo si sa è una rappresentazione (fantastica) della realtà, l’immaginazione di eventi che accadono nella mente dell’autore che li ha vissuti in altra forma e che li ha approfonditi e analizzati in vari aspetti; cioè esso è un ideazione che riporta però dei fatti conosciuti a fondo, dentro le loro dinamiche interattive che poi, con l’ausilio della creatività, si trasformano in un’invenzione. Non faccio una recensione all’opera letteraria, non sarei adatto. Ho letto il romanzo con una visione pedagogica e traggo solo qualche considerazione.
L’argomento trattato è un tema d’indubbia attualità sociale e politica: il problema rom che, pur esistendo da sempre, in questo periodo storico è sviscerato dai media continuamente più nel male che nel bene, con ricadute che considero importanti sul piano culturale. Ciò che mi ha colpito nel racconto non è tanto il rapporto dei due protagonisti (Gioni e Miluna), la loro storia e la loro amicizia, quanto le relazioni dei contesti in cui essa si sviluppa. I contesti sono rappresentati dal gruppo dei pari, dalla scuola e dagli adulti che in essa vi lavorano, dal “campo” rom, dalla comunità vicina al “campo” rom. In questi contesti l’autore descrive una fitta rete di interazioni fatte da accettazione e rifiuti. Non emerge nessun tentativo d’integrazione nel suo significato pieno, forse un atteggiamento di questo tipo lo si ritrova nell’autista dello scuolabus, che però ha un ruolo marginale per poter diventare la figura di riferimento per l’integrazione.
I due ragazzi protagonisti, come tutti i ragazzi della loro età, sono in una fase di costruzione della propria identità personale e sociale, per cui hanno bisogno sperimentare ruoli, realizzare esperienze mediante l’incontro con l’ “altro”, di seguire esempi e modelli. Essi manifestano bene questi bisogni nel corso della loro vita quotidiana e nel rispetto delle differenze di genere: Gioni li esprime con molta più energia di Miluna e, proprio per le differenze individuali, reagisce con la fuga a quello che percepisce come rifiuto. L’esempio, il modello buono, il riferimento educativo è il nonno (nemmeno il padre) che è l’unico ad esprimergli un progetto di vita, è colui che stimola il nipote a compiere la programmazione del suo futuro. Ma è una figura sola, che sta nel “campo” rom (e questo non è un caso!) e con un debole aggancio (la signora amica) nella comunità sociale. Poco per un processo evolutivo, per un cambiamento sociale.
Il romanzo descrive una realtà vera che una società civile come la nostra, democratica, che si basa sul principio della non discriminazione, non può più trascurare e rimandare oltre.
L’autore con questo suo primo romanzo offre molti spunti di riflessione e ci spinge ad avviare un progetto serio verso l’integrazione delle culture.
di Giuseppe Rulli (Pedagogista)
Gianluca Giunchiglia, ricco della sua esperienza di educatore alla “Stella Maris”, ha sentito la necessità di intessere un ragionamento “letterario” per indicare certe problematiche umani e sociali nonché di rapporto, che nascono nelle varie comunità rom, che persa la loro peculiarità di “migranti” sono sempre più stanziali e quindi creano situazioni conflittuali tra la nostra società, che ha la presunzione di considerarsi migliore e più adeguata al cosiddetto vivere civile, e la loro tradizione di vita libera e regolata dalle antiche leggi del “saggio”.
Infatti, nel suo avvolgente romanzo breve “Lungo la ferrovia”, uscito nel marzo di quest’anno con Media Print Editore ed ora in seconda edizione con Erasmo (Casa Editrice della Libreria Gaia Scienza di Livorno), ci conduce a vedere queste realtà nel loro confronto quotidiano riuscendo a far rivivere nel lettore le sensazioni, gli entusiasmi, le delusioni, le paure, i contrasti, le negatività ma anche il grande bagaglio positivo, che in sé hanno, quale retaggio di una grande ed antica civiltà di vita che però non ha saputo adeguarsi ai tempi se non solamente per la parte peggiore che l’attuale società offre loro. E’ affascinante leggere quelle pagine dove Gioni e Miluna, due ragazzi adolescenti di un qualsiasi campo rom (sempre collocato all’estrema periferia e quindi anche umanamente distaccato e relegato ai margini della società che lo ha realizzato) “lungo la ferrovia”, che vivono la loro “età” tra lo stridore di due mondi molto diversi, e nonostante tutto sanno sognare, vedere ed aspirare a cose belle come tutti i loro coetanei.
fonte: www.edizionierasmo.eu
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